In Italia chi ha versato meno contributi può beneficiare in alcuni casi di una pensione più alta di chi ne ha versati molti di più. Il paradosso viene messo in evidenza in un’analisi dell’ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi intitolata ‘Gli effetti della perequazione delle pensioni nel 2026’ (potete scaricarla qui).
Il problema strutturale: meno contributi, più bonus
Il problema è strutturale. Le integrazioni dei trattamenti al minimo e le prestazioni assistenziali hanno finito per creare una distorsione nel sistema previdenziale. Col risultato che chi ha maturato meno contributi può percepire un assegno superiore di chi ha versato di più. In questo contesto, la rivalutazione delle pensioni all’inflazione finisce per acuire questo paradosso (vedremo poi perché).
Nello studio vengono messi a confronto tre casi. Un pensionato che ha maturato 384,62 euro di pensione, un altro che ne ha maturati 692,31 e un terzo che avendo versato di più ha un assegno di 807,69 euro al mese. Parliamo di cifre lorde.
Le storie previdenziali di Gianni, Francesco e Carmelo
Il primo pensionato, il signore Gianni, ha diritto alla quota di integrazione al minimo, un meccanismo che aumenta l’importo delle pensioni basse fino a raggiungere una soglia minima stabilita per legge, qualora il calcolo basato sui contributi versati risulti inferiore a tale cifra. A ciò si aggiungono 132,44 euro di “maggiorazione sociale”, un ulteriore contributo a cui hanno diritto i pensionati con reddito inferiore a 9.727 euro annui (nel 2026).
Infine il nostro pensionato ha diritto ad altri 13,27 euro di incremento transitorio delle pensioni minime, un aumento ulteriore, distinto dalla maggiorazione sociale, previsto dalla normativa per specifiche categorie di pensionati. Si arriva così ad un lordo di 749,11 euro al mese, ovvero 9.738 euro annui. Dal momento che la maggiorazione sociale è esentasse, l’imponibile risulta di 8.016 euro, ovvero ancora al di sotto della no tax area fissata a 8.500 euro. Di conseguenza il peso di addizionali e Irpef è pari a zero.
Nel secondo caso, il pensionato (di nome Francesco) ha maturato una pensione di 692,31 euro al mese. Non ha diritto all’integrazione al minimo e percepisce solo 43,53 di maggiorazione sociale, dovendo però pagare una ventina di euro di trattenute mensili dal momento che l’imponibile in questo caso è di circa 9mila euro. Tra il peso (modesto) di Irpef e addizionali e l’assenza di integrazione al minimo, il pensionato percepisce un assegno di appena 710 euro al mese.
Infine l’ultimo caso. Il signor Carmelo ha una pensione maturata a calcolo di 807,69 euro, ma i “bonus” sono inesistenti, mentre le tasse ammontano a circa 62 euro al mese. Il risultato è un netto di 746 euro.
| Voce di calcolo | Pensionato 1, il signor Gianni | Pensionato 2, il signor Francesco | Pensionato 3, Carmelo |
| Pensione maturata a calcolo | 384,62 € (5.000 €/anno) | 692,31 € (9.000 €/anno) | 807,69 € (10.500 €/anno) |
| Integrazione al Trattamento Minimo | + 218,78 € | 0,00 € | 0,00 € |
| Incremento transitorio minimi | + 13,27 € | 0,00 € | 0,00 € |
| Maggiorazione sociale e incrementi | + 132,44 € (esente Irpef) | + 43,53 € | 0,00 € |
| Totale assegno lordo complessivo | 749,11 € | 735,84 € | 807,69 € |
| Imponibile fiscale annuo | 8.016,71 € | 9.000,03 € | 10.500,00 € |
| Trattenute mensili (Irpef + addizionali) | 0,00 € | – 25,37 € | – 61,72 € |
| Pensione netta in tesca | 749,11 € | 710,47 € | 745,97 € |
Insomma, pur avendo versato meno contributi, il signore Gianni è il pensionato con l’assegno più alto. Carmelo e Francesco hanno maturato una pensione più alta. Magari dopo tanti anni di lavoro e sacrifici. Ma il loro netto è inferiore. Un paradosso. La Cgil evidenzia così l’assurdità del meccanismo: “Chi ha lavorato meno anni, o in maniera più discontinua, ma rientra nelle fattispecie assistenziali o nelle soglie per le maggiorazioni sociali, arriva a percepire trattamenti netti più alti”.
Se il principio di base è condivisibile, ovvero non lasciare indietro nessuno, l’effetto finale è una distorsione che va a svantaggio di chi ha versato più contributi e pagato più tasse, probabilmente in virtù di un reddito più alto, certo, ma non di rado anche di una carriera lavorativa più continua.
Insomma, secondo il sindacato siamo “di fronte a una disuguaglianza difficilmente giustificabile sul piano costituzionale ed dell’equità”. Il che non vuol dire che prestazioni assistenziali e maggiorazioni sociali vadano cancellate, poiché “restano strumenti essenziali di contrasto alla povertà”; al contrario, evidenzia la Cgil, il coordinamento tra politiche previdenziali, politiche assistenziali e sistema fiscale, andrebbe rivisto per evitare di “penalizzare proprio la fascia dei pensionati poveri che hanno sostenuto il sistema con anni di contribuzione”.
La rivalutazione avvantaggia le pensioni sotto la no tax area
Il sindacato fa notare che con regole attuali la rivalutazione delle pensioni all’inflazione finisce per accentuare ulteriormente questo paradosso. Il meccanismo è semplice. Non pagando Irpef né addizionali, le pensioni che rientrano nella soglia esentasse finiscono per beneficiare di un incremento maggiore, laddove l’aumento di chi percepisce un assegno superiore agli 8.500 euro verrà in parte assorbito dalle tasse.
In poche parole, se l’importo della pensione è più elevato, salirà anche l’imponibile su cui vengono calcolate Irpef e addizionali. Col risultato che l’aumento netto sarà più basso. Diamo qualche numero. Secondo la tabella pubblicata dalla Spi-Cgil, una pensione di 550 euro lordi nel 2022, è salita nel 2026 a 641 euro (in questo caso il netto è uguale), con un balzo del 16,46%, mentre per gli assegni pari a 800 e 1.000 euro l’incremento netto è stato rispettivamente del 12,27% e del 12,93%.
“La conseguenza – evidenzia il sindacato – è una progressiva erosione del differenziale tra pensioni maturate con anni di lavoro regolare e prestazioni assistenziali: a parità di condizione di bisogno, il risultato economico finale può sorprendentemente essere più favorevole per chi percepisce trattamenti assistiti o pensioni minime maggiorate, rispetto a chi ha costruito una pensione previdenziale più alta, ma soggetta a imposizione fiscale”.
Gianni, Francesco, Carmelo: i casi dei tre pensionati nel dettaglio
In basso il riepilogo dettagliato dei tre casi.
Gianni (pensionato 1)
- Pensione maturata a calcolo: 384,62 € al mese (5.000 €/anno)
. - Integrazioni e maggiorazioni: + 218,78 € di integrazione al minimo, + 13,27 € di incremento transitorio e + 132,44 € di maggiorazione sociale (esentasse)
. - Pagamento Irpef e addizionali: 0,00 €
. - Netto finale in tasca: 749,11 € al mese
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Francesco (pensionato 2)
- Pensione maturata a calcolo: 692,31 € al mese;
- Nessuna integrazione al minimo; percepisce solo + 43,53 € di maggiorazione sociale
; - Trattenute pari a 25,37 € al mese;
- Netto finale in tasca: 710,47 € al mese.
Carmelo (pensionato 3)
- Pensione maturata a calcolo: 807,69 € al mese;
- Integrazioni e maggiorazioni: 0,00 €;
- Trattenute fiscali di 61,72 € al mese;
- Netto finale in tasca: 745,97 € al mese (3,14 € in meno di Gianni, nonostante abbia maturato una pensione più alta)
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