GLI 81 MILIARDI DI POKER ONLINE E IL CONTO SOCIALE CHE NESSUNO PRESENTA


di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa

C’è un’industria italiana che nel 2025 ha movimentato 81 miliardi di euro. È più grande del mercato automobilistico nazionale. È più grande della spesa pubblica per l’istruzione scolastica. Si chiama giochi di abilità a distanza — poker online, casinò virtuale, giochi di carte su piattaforma digitale — e rappresenta da sola quasi la metà di tutto il mercato italiano dei giochi pubblici. Centosessantacinque miliardi totali, secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Di quei 165 miliardi, lo Stato incassa 11,5 miliardi di gettito erariale. Il rendimento fiscale degli skill games online è dell’1,1%: per ogni cento euro puntati, lo Stato trattiene un euro e dieci centesimi. Il resto va ai giocatori in vincite — o agli operatori in margine.

Quello che non appare nel bilancio pubblico è il conto sociale. Lo stesso Rendiconto dello Stato 2025 lo certifica in negativo: l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dovuto intensificare le azioni di contrasto del gioco minorile sui canali retail — i controlli sono passati da 6.000 a 13.000 tra il 2020 e il 2024 — e ha oscurato nel solo 2025 più di mille siti di gioco illegale online, rispetto ai 700 dell’anno precedente. Il mercato legale cresce del 5% l’anno. Quello illegale cresce con lui, e forse più rapidamente.

Il costo delle dipendenze da gioco d’azzardo non compare in nessun capitolo del bilancio dello Stato. Eppure esiste, è misurabile e cresce. Secondo i dati del Sistema di Sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, circa il 5-6% della popolazione adulta italiana presenta comportamenti di gioco problematico o patologico. I Servizi per le Dipendenze delle ASL registrano ogni anno decine di migliaia di nuovi accessi per gambling disorder. Il Ministero della Salute stima il costo sociale del gioco d’azzardo problematico — tra trattamenti, perdita di produttività, costi legali, disagio familiare — in miliardi di euro annui. Nessuno di questi miliardi riduce il debito pubblico. Molti di essi finiscono nella spesa sanitaria, nei servizi sociali, nelle famiglie che si trovano a gestire una crisi che non sapevano stava arrivando.

Non è una questione morale sul diritto delle persone adulte a scommettere il proprio denaro. È una questione di trasparenza dei conti. Se un settore industriale produce 165 miliardi di raccolta, versa 11,5 miliardi di imposte e genera un costo sociale stimabile in ulteriori miliardi — pagato dai servizi pubblici, dai consultori, dalle comunità terapeutiche, dai tribunali — allora il rendimento fiscale reale di quell’industria è molto inferiore a quello che i numeri del gettito lasciano credere.

I dati pubblici mostrano anche la direzione in cui il mercato sta evolvendo: gli skill games online rappresentano il 49% della raccolta ma solo il 7,6% del gettito. Gli apparecchi fisici — slot machine e videolottery, i più controllabili, i più visibili, quelli per cui è più facile imporre limiti orari e verifiche d’accesso — sono in progressiva riduzione. Il mercato si dematerializza, diventa invisibile, diventa accessibile da qualunque smartphone a qualunque ora. I meccanismi di tutela disegnati per il gioco fisico — orari di apertura, distanza da scuole e luoghi sensibili, controllo dell’identità in presenza — non si trasferiscono automaticamente al digitale. E le piattaforme sanno esattamente come funziona un cervello di fronte a una vincita: lo sanno meglio di chiunque altro, perché lo hanno progettato.

Di tutto questo nelle leggi di bilancio si parla poco. La legge di bilancio 2025 ha modificato il prelievo erariale unico sugli apparecchi fisici e l’imposta sulle scommesse sportive. Non ha affrontato il nodo della fiscalità degli skill games online, che rimane la più bassa dell’intero settore proprio nel comparto a crescita più rapida.

Una proposta: istituire un Fondo nazionale per il contrasto alle dipendenze da gioco, finanziato con una quota vincolata — anche solo il 2% del gettito erariale da giochi online, circa 17 milioni l’anno — da destinare ai SerD, alle comunità terapeutiche e ai programmi di prevenzione nelle scuole. Non è una misura proibizionista. È un modo per far sì che chi beneficia della crescita del mercato — lo Stato in primis — contribuisca anche a gestirne le esternalità. Perché il conto sociale del gioco d’azzardo esiste. La domanda è solo chi lo paga.

Mariagrazia Lupo Albore
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Author: Mariagrazia Lupo Albore

Ha iniziato la sua carriera lavorativa come operatore di Patronato e ha ricoperto numerosi incarichi prima come funzionaria poi come dirigente all’interno di importanti strutture nazionali di rappresentanza delle imprese.
Negli anni ha acquisito esperienza nel campo associativo contribuendo alla nascita e allo sviluppo, come socio fondatore, di Unimpresa Nazionale di cui ricopre il ruolo di Direttore Generale dal 2003. Coordina il Centro Studi e ricerche, il Comitato di Presidenza e cura i rapporti ministeriali. Segue l’organizzazione della struttura confederativa per l’apertura di nuove sedi sul territorio e la costituzione di nuove Federazioni nazionali di categoria.


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