Beatrice uccisa da un colpo alla testa: “si poteva salvare”


Sociale

di Priscilla Rucco

Aveva solamente due anni Beatrice, la bambina trovata senza vita la mattina del 9 febbraio scorso nell’abitazione della madre sulle alture di Bordighera, in provincia di Imperia.

A cinque mesi da quel giorno maledetto, l’esame autoptico affidato dalla Procura al professor Francesco Ventura – direttore dell’Istituto di medicina legale del Policlinico San Martino di Genova – consegna una risposta che tutti attendevamo: a stroncare la piccola sarebbe stata un’emorragia cerebrale acuta, conseguenza di un violento colpo alla testa ricevuto al massimo quarantotto ore prima del decesso.

Beatrice si sarebbe potuta salvare

Le conclusioni peritali non risultano ancora depositate formalmente, ma il quadro che filtra dagli accertamenti, svolti alla presenza dei consulenti di parte, appare ormai tristemente definito e contiene un dettaglio che rende la vicenda ancora più dolorosa: secondo i medici, se qualcuno avesse allertato tempestivamente un’ambulanza ed i soccorsi, Beatrice avrebbe avuto concrete possibilità di sopravvivere.

Un corpo che racconta mesi e mesi di sofferenza

Gli accertamenti non si fermano al trauma cranico. I periti avrebbero individuato altre due emorragie in corso nel piccolo organismo, una alla parete intestinale e una ai reni: lesioni non immediatamente letali, ma destinate a diventarlo col passare del tempo.

A queste si aggiunge un elemento che allarga l’orizzonte temporale delle presunte violenze: la bambina soffriva di steatosi epatica da malnutrizione, una patologia legata a un apporto insufficiente di proteine e nutrienti che, stando alle valutazioni mediche, si trascinava da circa un anno. Beatrice, in sostanza, non sarebbe stata nutrita e accudita come la sua età richiedeva.

Già nelle settimane successive al decesso, del resto, l’ispezione sul corpo aveva rivelato ecchimosi diffuse su volto, collo, torace, addome e arti, oltre all’impronta parziale di una scarpa su una gamba, giudicata compatibile con un calcio.

Le indagini e la ricostruzione della Procura

Per la morte della bambina si trovano in carcere, con l’accusa di maltrattamenti aggravati dal decesso, la madre, Emanuela Aiello, e il compagno di lei, Emanuel Iannuzzi. Entrambi hanno sempre respinto ogni addebito, sostenendo la propria innocenza.

La Procura di Imperia, guidata dal procuratore capo Alberto Lari con la pm Veronica Meglio, ha ricostruito le ultime ore della piccola attraverso i rilievi tecnici, l’analisi dei telefoni e le testimonianze, raccolte in forma protetta, delle sorelline di Beatrice, oggi affidate a una struttura tutelata.

Le ipotesi investigative

Secondo l’ipotesi degli inquirenti, il colpo fatale sarebbe stato inferto nel casolare di Iannuzzi a Perinaldo, dove la famiglia si trovava nel fine settimana precedente la morte.

Nelle ore seguenti, anziché rivolgersi a un medico, gli adulti avrebbero tentato rimedi improvvisati mentre le condizioni della bambina precipitavano, nonostante i segnali di allarme fossero evidenti anche agli occhi delle sorelle, di nove e dieci anni, che raccontano di aver chiesto aiuto senza ottenere risposta.

Quando la madre ha composto il numero di emergenza, la mattina del 9 febbraio, per Beatrice ormai non c’era più niente da fare. Gli inquirenti ritengono che fosse già priva di vita durante il trasferimento in auto verso Bordighera – un tragitto di una ventina di chilometri –

La chiave di tutto sono stati i telefoni

Determinante, per il passaggio dall’iniziale ipotesi di omicidio preterintenzionale all’attuale contestazione, è stata l’analisi del cellulare di Iannuzzi, dal quale sarebbero emerse immagini della bambina con evidenti segni di percosse. Un materiale che, unito ai racconti delle sorelle maggiori – le quali avrebbero più volte chiesto invano aiuto agli adulti – ha convinto i magistrati della sistematicità dei maltrattamenti.

Nei mesi scorsi i carabinieri del Ris di Parma hanno inoltre eseguito lunghi sopralluoghi nell’abitazione di Perinaldo alla ricerca di tracce utili alla ricostruzione. Restano ora da definire gli ultimi passaggi tecnici prima del deposito della relazione conclusiva.

Si parla di un atto necessario anche per il nulla osta ai funerali della bimba, ai quali la madre ha chiesto e ottenuto di partecipare.


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