Bologna, la verità non si affida alle bombe carta


Attualità

di Giuseppe Tiani

La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento al Pilastro è una tragedia che impone il rispetto dovuto a ogni essere umano. La verità la meritano la famiglia, i poliziotti intervenuti e l’intera comunità. Proprio perché una vita è stata perduta, la vicenda va sottratta alle bombe carta e affidata agli strumenti dello Stato di diritto. La Procura ricostruirà la dinamica attraverso l’autopsia, le testimonianze, i filmati e la registrazione della body cam indossata da uno degli agenti.

Secondo quanto emerso, il dispositivo era stato acquistato personalmente e attivato spontaneamente. Non sostituisce gli accertamenti, ma è un segnale di trasparenza difficilmente conciliabile con la volontà preventiva di abusare o sottrarsi alle verifiche. L’ex capo della Polizia Franco Gabrielli ha ricordato che contenere una persona in forte agitazione è tra le attività più difficili affidate a un operatore. Richiede professionalità e dipende dal soggetto, dal contesto e da variabili che impongono prudenza.

L’attivazione spontanea della body cam personale è inoltre significativa delle intenzioni iniziali e invita a evitare giudizi a caldo. Ma la politica dei nostri tempi strumentalizza tutto. I poliziotti non sono al di sopra della legge, ma neppure al di sotto delle garanzie riconosciute a ogni cittadino. Hanno diritto alla presunzione di innocenza e a essere giudicati sui fatti, non sulla propaganda.

Il sindaco Matteo Lepore aveva il diritto di esprimere vicinanza alla famiglia. Aveva però anche il dovere di valutare l’effetto politico di una mobilitazione convocata mentre gli accertamenti erano appena iniziati. Il presidio fu annunciato senza il preventivo avviso al questore e senza il necessario coordinamento con il prefetto e le autorità di pubblica sicurezza, in un contesto di tensione che imponeva l’esatto contrario. Il presidio ufficiale è stato pacifico, ma da quella piazza si è poi mosso un corteo non preavvisato né concordato con l’autorità di pubblica sicurezza. Gruppi antagonisti hanno sequestrato il dolore della città, trasformandolo in assalto e devastazione.

Il bilancio ufficiale segnala 64 operatori feriti e sei mezzi della Polizia danneggiati. Non sono numeri collaterali. Sono lavoratori mandati a garantire una manifestazione e divenuti bersaglio di chi aveva già emesso la propria volgare sentenza. Luciano Violante ha invitato la sinistra a riflettere seriamente su criminalità e sicurezza. Tra una parte della sinistra, la società e gli operatori delle Forze di Polizia si è aperta una distanza siderale, resa nuovamente visibile da Bologna.

I poliziotti non sono al soldo di una milizia irregolare, né il braccio armato di una maggioranza. Appartengono a un’istituzione civile della Repubblica, disciplinata dalla legge, la cui funzione è radicata nell’ordinamento costituzionale e definita dalla legge 121 del 1981. Quella riforma, che rese la Polizia civile e ne riconobbe la libertà sindacale, fu sostenuta e votata anche dal Partito comunista italiano. Allora la sinistra comprese che democratizzare la Polizia significava rafforzare la Repubblica.

Cosa è cambiato oggi, se giudizi deformati sul lavoro di polizia diventano la misura del giudizio politico sulla funzione affidata ai poliziotti? La cultura di una grande tradizione storica e sociale non può essere consegnata agli antagonismi di piazza o ai tribunali sommari dei social. La Costituzione non si invoca soltanto quando è utile alla lotta politica. Si rispetta sempre. E rispettarla significa riconoscere, senza tentennamenti né parafrasi del politichese, le funzioni, il lavoro e i rischi di chi garantisce la pubblica sicurezza e le libertà. Pasolini vide nei poliziotti i figli del popolo mandati contro i figli della borghesia.

Oggi siamo oltre. Una parte della sinistra fatica a riconoscere il lavoro dei poliziotti e la loro legittimità istituzionale. Vede nella divisa il potere dello Stato, ma non il lavoratore. Ne invoca la presenza quando le comunità hanno paura, poi la trasforma in imputata quando conviene alla propria politica. Questa carenza di visione rivela i limiti di una sinistra che ha smarrito parte della propria cultura liberale e socialdemocratica europea. Se non saprà ricomporre sicurezza, diritti e funzione civile della Polizia, finirà per consegnare il Paese a qualche generale che concepisce la legge come ordine senza limite.

Ma la divisa, in democrazia, serve il potere legittimo. Non lo fonda e non può esercitarlo secondo una propria interpretazione. Bologna pone due questioni da tenere distinte. La prima è la morte di Fakir, sulla quale occorre accertare ogni circostanza senza reticenze né protezioni corporative. La seconda è l’aggressione ai poliziotti, per la quale occorre identificare i responsabili e punire le condotte accertate. Il dolore non autorizza la violenza, né può diventare licenza per colpire chi lavora per lo Stato. Il garantismo o vale per tutti o è soltanto una bandiera di parte.

A Bologna non serve una verità di destra o di sinistra. Serve fiducia nella Procura della Repubblica. Non può invocare verità chi pretende di sostituire la giustizia con la devastazione della città. Gli inquirenti stanno ricostruendo gli eventi secondo lo Stato di diritto. La giustizia non nasce dalle bombe carta. E la democrazia non si difende ferendo chi è chiamato a proteggerla.

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