Il XXI secolo sarà definito come “il secolo dell’Intelligence”. Nel contrasto alla diffusione planetaria della criminalità, nel fronteggiare il terrorismo islamista, nella governance delle incertezze della società delle catastrofi questa attività, troppo spesso confusa con opache macchinazioni di potere, rappresenta una preziosa risorsa per gli Stati democratici. Per capire questo salto di prospettiva che capovolge opinioni diffuse che tendono a collocare queste attività nel ventre oscuro della “notte della Repubblica”, bisogna leggere la bellissima silloge di esperienze, raccolte nel volume: Studiare l’intelligence in Italia (ed. Rubbettino) curato dal Prof. Mario Caligiuri*, pedagogista, tra i massimi esperti europei di questa materia, fondatore del primo master di Intelligence in Italia, nato su sollecitazione dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che come è noto ha dedicato molti anni di studio a queste tematiche. L’Intelligence è un sapere sociale che definisce tre ambiti, spiega nell’intervista lo studioso: l’apparato dello Stato, il metodo di trattazione delle informazioni e l’insieme di queste funzioni.
Professor Caligiuri, quale sarà il ruolo dell’Intelligence nell’orizzonte della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo?
I cambiamenti sempre più rapidi a cui stiamo assistendo metteranno a dura prova la capacità di adattamento, biologico e cerebrale delle persone, accentuando una dinamica che si sta sviluppando dall’invenzione della stampa. Tutto questo sembra tracciare uno scontro tra intelligenze: quella umana, formatasi in migliaia di anni, e quella artificiale, in corsa per realizzare l’algoritmo definitivo che programma sé stesso. C’è bisogno allora di strumenti cognitivi che permettano alle persone di comprendere la realtà, diradando le ombre della disinformazione e contrastare la manipolazione dell’Intelligenza Artificiale. In tale contesto, l’Intelligence rappresenta lo strumento privilegiato per “capire quali informazioni ignorare”, direbbe Yuval N. Harari.
Nei suoi studi Intelligence e sicurezza camminano a braccetto, sono due facce della stessa medaglia. Può riassumere i tratti essenziali del lavoro che sta portando avanti sia come studioso che come formatore?
L’Intelligence è un sapere sociale, non a caso la parola “intelligence” definisce tre ambiti: un apparato dello Stato, un metodo di trattazione delle informazioni e l’insieme di queste funzioni. Se consideriamo l’Intelligence come apparato dello Stato – e oggi non possiamo non farlo con quello che sta accadendo in Ucraina – è fondamentale avere una precisa visione di questo ambito di competenze. Sun-Tzu, nel VI secolo avanti Cristo, nel testo L’arte della guerra, annotava: «La capacità di previsione non è un dono degli Dei, né si ottiene interrogando spiriti e fantasmi, né con ragionamenti o calcoli. Si ottiene impiegando uomini che ci informano sulla situazione del nemico». Oggi parleremmo di human intelligence, cioè informazioni raccolte e interpretate da fonte umana. Il termine intelligence, non a caso, è collegato con la qualità umana per eccellenza. La sua derivazione latina, intelligere/capire vuol dire e inter-legere/legare, unire i punti, collegare gli aspetti della realtà, a cominciare da quelli apparentemente insignificanti. In quest’ottica diventa fondamentale saper cogliere i segnali deboli, perché quelli forti li percepiscono tutti e spesso conducono da un’altra parte. Segnali deboli che sono pane quotidiano per chi fa governance del rischio e prevenzione.
Lei ha fondato il primo master in Italia che si occupa di queste tematiche. Qual è oggi il livello dell’offerta accademica italiana su queste tematiche di frontiera?
Negli ultimi decenni, anche nel nostro Paese, c’è stata una marcata trasformazione della percezione dell’Intelligence. A questo fenomeno hanno concorso diversi fattori: la ridefinizione dell’attività dei Servizi dopo la fine della Guerra fredda, la diversità dei tempi decisionali richiesti dalla globalizzazione, l’egemonia delle multinazionali finanziarie, l’invadenza della criminalità, la sovrabbondanza informativa e la sorveglianza di massa, le conseguenze degli attentati dell’11 settembre, le severe ricadute della crisi economica mondiale del 2007, l’immigrazione di massa, il fondamentalismo islamico che dal 2014 al 2017 ha sconvolto l’Europa. Da qui una triplice trasformazione dell’Intelligence: da luogo oscuro dello Stato ad arma segreta delle democrazie, da sistema di previsione del futuro a strumento di interpretazione del presente, da metodo esoterico per pochi a processo di comprensione delle informazioni per tutti. In tale quadro si colloca la legge di riforma del settore del 2007. Quattro anni prima, nell’ambito di una riflessione sullo stato dell’arte degli studi accademici sull’Intelligence in Italia, avevo constatato una serie di ritardi nello sviluppo della cultura della sicurezza, sul piano scientifico, editoriale e culturale. Da allora, i settori di studio sull’Intelligence si sono ampliati: oggi, in Italia, sono quattro le aree di approfondimento in ambito accademico, per lo più master in Cyber Security, criminologia, Intelligence economica e Big Data Analytics.
Quella dell’Università della Calabria (Unical), grazie anche al ruolo avuto dal Presidente emerito Francesco Cossiga, è stata un’esperienza pilota. Come nasce il progetto?
L’impegno dell’Università della Calabria nella diffusione della cultura dell’Intelligence è considerato tra i più rilevanti del nostro Paese. Non solo perché Unical ha inserito la disciplina nei suoi corsi di studio, ma perché ha dato impulso a iniziative collaterali di grande rilevanza. Nel 2007, su sollecitazione di Francesco Cossiga, è nato il Master in Intelligence, il primo in una università pubblica italiana. Nel 2018 ha preso il via la Laurea magistrale ed è stata istituita la Società Italiana di Intelligence (Socint), la cui priorità è fare di questa disciplina una materia di studio negli atenei del nostro Paese. Nel 2020 Socint è diventa anche casa editrice: da allora le sue pubblicazioni sono cresciute in quantità e qualità. Anche la Treccani, nella Enciclopedia Italiana, ha dedicato all’Intelligence una voce. Nel 2021 la Laurea Magistrale in Intelligence e analisi del rischio è stata trasformata in Laurea Magistrale in Intelligence per la legalità e la tutela del patrimonio culturale e archeologico. Per la prima volta in Italia, inoltre, l’Intelligence è divenuta corso di specializzazione in un Istituto Tecnico Superiore. Sono tutti aspetti evolutivi molto importanti e degni di nota.
Soffermiamoci sulla sicurezza, che si impone come uno dei grandi temi del nostro tempo. Qual è il rapporto tra Intelligence e sicurezza nazionale?
I temi della sicurezza nazionale rappresentano la stella polare dell’azione di ogni governo. Non a caso, la prima regolamentazione legislativa dei nostri Servizi fu stimolata dalla sentenza della Corte Costituzionale secondo cui la sicurezza è un diritto preminente, che precede e consente l’esercizio di tutti gli altri. Dice bene Giorgio Galli secondo cui l’Intelligence non è uno Stato nello Stato, una “quinta colonna”, ma è quella parte dello Stato che stabilizza il sistema democratico, a prescindere dall’alternanza al potere delle maggioranze parlamentari. Se riflettiamo su questi temi l’Intelligence è sostanza stessa della democrazia e la preserva dalle fisiologiche degenerazioni. Oggi siamo di fronte a uno spill-over, un salto di specie, una frattura epocale, una metamorfosi irreversibile. Per esemplificare il concetto potremmo riferirci al bruco nell’atto di trasformarsi in farfalla. Non sappiamo se le categorie culturali, finora sperimentate, ci aiuteranno a comprendere il nuovo che avanza e che ancora abbiamo difficoltà a cogliere. Sappiamo però che servono visioni del futuro per capire quello che sta realmente accadendo. Secondo Moisés Naím la trasformazione in atto più potente è quella del potere. Il potere è uno strumento organizzativo necessario nella società e risulta efficiente quando rappresenta una garanzia, non quando degenera in arbitrio.
A proposito di arbitrio. L’Intelligence ha sempre rispettato le regole del gioco nelle sue azioni di intervento e di studio del contesto?
Alcuni episodi hanno rafforzato in tutto il mondo, la convinzione che esponenti dell’Intelligence si fossero nel tempo resi responsabili di deviazioni e degenerazioni. Ricordiamoci che le regole, in questo delicatissimo settore dello Stato, rivestono un ruolo nodale relativamente al “potere invisibile nelle democrazie”. L’Intelligence si potrebbe definire come il “deep State”, lo Stato profondo, costituito da magistratura, diplomazia, forze di polizia, alta burocrazia pubblica e forse persino l’Università. Poteri che convalidano la continuità dello Stato, il cui primo dovere è difendere sé stesso, per cui sono stati coniati i concetti di “ragion di Stato” e “segreto di Stato”. Infatti, senza l’integrità dello Stato non si possono tutelare i diritti dei cittadini, a cominciare da quello alla sicurezza.
È corretto dire che esiste un’eticità nello svolgimento di questa “particolare” e delicata professione?
Proprio così. Acuti studiosi della materia, come Francesco Sidoti, ricordano che il ruolo dell’Intelligence è etico e morale: serve a salvare vite umane. Ciò su cui occorre riflettere, in questi anni che conducono a percorsi per molti versi inimmaginabili. La capacità di comprendere in funzione della capacità di decidere riveste uno spazio strategico decisivo per il futuro di tutti. Occorre saper interpretare la realtà che, mai come ai nostri giorni, si percepisce tra le ombre. Abitiamo una terra misteriosa che continuiamo a descrivere con parole, regole giuridiche, categorie politiche e concetti mentali mutuati da un mondo che sta scomparendo. Urge un salto culturale e politico che possa aprire strade nuove. L’Intelligence può essere utile perché presuppone un progresso della conoscenza.
Per troppo tempo abbiamo pensato che l’Intelligence riguardasse i “segreti” e le “macchinazioni” di potere. Siamo pronti a compiere il salto culturale di cui parli?
C’è una data precisa che segna, a livello globale, un cambio di percezione. È il 7 gennaio 2015, giorno dell’assalto alla redazione della rivista parigina “Charlie Hebdo”. Da allora non è trascorso un giorno senza di cui gli organi di stampa non facciano riferimento alla parola magica “Intelligence” quasi a identificare l’arma segreta con cui è possibile fermare il terrore. In Italia il clima di minore diffidenza verso i Servizi si avverte dal 2005 quando, il 4 marzo a Baghdad, viene ucciso l’agente del Sismi Nicola Calipari durante l’operazione di liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Una decisa trasformazione nella percezione dell’opinione pubblica avviene in quel momento. Non a caso la riforma nazionale, del 2007, cita esplicitamente la diffusione della cultura dell’Intelligence come un punto qualificante, che prelude a un progresso decisivo.
L’infocrazia, come la definisce Byun-Chul Han, è una grave patologia del nostro tempo. L’Intelligence può essere un antidoto?
In una società caratterizzata dalla disinformazione, dove la verità sta da una parte e la percezione pubblica della verità esattamente dall’altra, diventa fondamentale costruire un argine educativo che sviluppi il pensiero critico. Il regime dell’informazione si accompagna al capitalismo dell’informazione – fondato sulla connessione e sulla comunicazione – e attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale orienta e manipola i processi sociali, economici e politici. Si pone, quindi, la questione della sicurezza informatica sia per cittadini sia per lo Stato. Presto anche il rating di una nazione potrebbe essere determinato dal grado di sicurezza informatica. E questo vale soprattutto per il nostro Paese che, non moltissimi anni fa, veniva definito “un paradiso per gli hacker” per la mancata protezione nel web. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, recentemente istituita, può essere decisiva nella diffusione di tale cultura. Lo scenario è chiaro: la Rete rappresenta uno sterminato campo di battaglia, dove il potere geopolitico dell’ordine mondiale sarà perseguito non solo attraverso il dominio dei mari, del centro della terra, del cielo o dello spazio ma, attraverso il cyberspazio. E soprattutto dal controllo delle menti delle persone, campo di battaglia decisivo per il nostro tempo.
*Mario Caligiuri, Professore ordinario di Pedagogia direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria. L’intervista è tratta da Innovazione tecnologica e transizione digitale nella PA di Alessio Tola, Massimiliano Cannata, Ed. Franco Angeli.
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