Non di solo Pil. L’insegnamento del premio Nobel per l’Economia Amartya Sen in merito alla giustizia sociale appare straordinariamente attuale in un mondo sempre più lacerato da diseguaglianze e povertà. L’inventore del microcredito che ha rivoluzionato il modo di fare banca, fissando i princìpi dell’azienda etica, continua a diffondere i suoi insegnamenti che hanno dato speranza a chi credeva di non avere più un futuro. La progettazione dell’“impresa del Mediterraneo”, distretto di innovazione sociale finalizzato a rilanciare le Regioni del Nostro Mezzogiorno e la realizzazione di una “scuola per gli ultimi” che opera in uno dei quartieri più indigenti di Napoli rappresentano la concreta dimostrazione che etica ed economia possono camminare insieme e che le idee forti, se ben applicate, contribuiscono a modificare il verso della storia.
Un nuovo saggio sulla giustizia sociale
Nel libro di prossima uscita in Italia per Mondadori (Reason and Human Rights, n.d.r) lo studioso dimostra, con dovizia di esempi, come la giustizia sociale sia ancora possibile se siamo disposti a non accettare quel rigido riduzionismo che tende a misurare il progresso solo sui parametri del tecnocapitalismo, che parla unicamente il linguaggio della finanza, con le conseguenze drammatiche che tutti possiamo ogni giorno constatare. Il saggio si muove nel solco della riflessione teorica sulla Giustizia che Sen aveva trattato in una precedente ricerca: «Il nostro impegno – scrive lo studioso ‒ deve essere volto a individuare le strade percorribili perché si possa affermare un principio di giustizia nonostante la diversità delle nostre idee sullo stato delle cose. Ieri i problemi sembravano lontani, oggi tutto ci riguarda da vicino, perché viviamo in un sistema fatto di economie interconnesse. I totalitarismi del XX secolo, i regimi del socialismo reale, l’esperienza terribile del nazi-fascismo avrebbero dovuto insegnare qualcosa a chi ha responsabilità di governo. Sono tramontati gli “ismi” che avevano dominato il Novecento e gli stati nazione; malgrado questo, la guerra è rimasta una costante della storia».
Una dimensione drammatica, quella che emerge dalla lettura del saggio, che purtroppo riguarda direttamente una porzione sempre più ampia dei popoli che abitano il pianeta. La logica dello scontro sembra prevalere nel discorso pubblico, che non tiene debitamente conto che il nostro è un universo sfaccettato che richiede scelte difficili ogni giorno. «La violenza trova spazio quando decidiamo di privilegiare una sola faccia della nostra identità e un unico contesto di riferimento. Siamo “diversamente differenti”. Questo principio, che ha informato la dottrina giuridica, il diritto naturale e la filosofia, viene costantemente calpestato».
Giustizia sociale tra diritto naturale e diritto positivo
Ed è proprio sul delicato rapporto tra diritto naturale e positivo che si muove l’attuale ricerca del Nobel. Il futuro del mondo sarà, infatti, oscuro se non si riconosce la relazione fondamentale tra gli individui. I diritti umani nascono prima della stesura dei codici, hanno un fondamento naturale e universale che sarebbe miope continuare a ignorare. Secoli prima di Cristo, scuole di pensiero come quella buddista avevano messo già al primo posto il rispetto dell’individuo. Le religioni devono riprendere il filo rosso di quella tradizione per convergere verso l’affermazione della centralità del soggetto e dei suoi bisogni che non hanno né colore né razza né etnia. Il Papa ha dato il buon esempio. Leone XIV ha aperto un percorso virtuoso, invitando a considerare come persone i migranti, a denunciare i soprusi, a comprendere la condizione degli ultimi; si tratta di condividere quel cammino coinvolgendo le classi dirigenti in un progetto politico di contrasto alla povertà. Non sarebbe difficile da praticare se ci ricordassimo che l’identità è una faccenda complicata, soprattutto se agìta nel disordine dello spazio globale asimmetrico, che ha definitivamente segnato il declino dello stato nazione.
La giustizia sociale contro le autocrazie
Territorio, autorità, diritti non occupano più uno spazio lineare; non possiamo pensare di affermare l’identità in modo assoluto, perché il conflitto sarebbe irriducibile e senza soluzioni. «Riconoscere le pluralità – riprende l’analisi di Sen ‒ senza miniaturizzare l’individuo è lo sforzo che dobbiamo compiere». Stiamo vivendo nell’epoca delle crisi ricorrenti che ci spingono verso la condizione di una sorta di guerra diffusa, alimentata dalle autocrazie e dai personalismi, avendo trovato nelle leadership di Trump e di Putin il loro modello. È necessario un capovolgimento di prospettiva, basato su un diverso parametro: l’indice di sviluppo umano, che deve informare le politiche pubbliche, individuando, prima di tutto nell’istruzione e nella sanità, le prerogative essenziali di ogni Stato di diritto. Non possiamo accettare l’imposizione di un rigido riduzionismo, che tende a individuare l’instabilità politica in un’ottica esclusivamente economica.
Giustizia sociale, povertà e violenza
Il rapporto di causa-effetto, che pure intercorre tra povertà e violenza, va oggi ripensato secondo una struttura di relazioni più complessa. In molte economie povere in cui non si verificano disordini, è evidente che i due fattori non sono legati da una implicazione necessaria. La povertà può anche paradossalmente convivere con la pace e con una debolezza di fondo, una debolezza “etica” come la definisce il grande economista. È evidente che per cercare di ridurre il dramma delle diseguaglianze bisognerà curare le tante fragilità, indagando soprattutto sulle cause che hanno trascinati milioni di uomini in uno stato di indigenza. La povertà (tema affrontato dallo stesso autore in Etica ed economia, Globalizzazione e libertà, Identità e violenza, n.d.r.) va considerata come una “privazione della capacità umana”. Per risanare questo grave deficit, esistenziale e ontologico prima che economico, bisogna andare a fondo sui fattori che oggi minano gli equilibri geopolitici. La povertà rischia di diventare la fanteria, il serbatoio che fornisce soldati di ventura pronti a sacrificarsi per un piano di morte e di destabilizzazione.
Ingiustizie e disuguaglianze
Oltre alla povertà emerge il declino, forse più grave, dei valori della democrazia e dell’uguaglianza. Nel nuovo scenario che sta emergendo bisognerà preoccuparsi che i benefici della globalizzazione siano equamente distribuiti, perché la percezione di essere esclusi, di vivere in un cono d’ombra, lontano dallo sviluppo e dal progresso, è da sempre fattore potenziale di guerre e conflitti. Ma non basterà ridurre le disuguaglianze, fattore comunque importante; risulterà prioritario rimodellare l’architettura delle istituzioni internazionali. I paesi in via di sviluppo dovranno avere una rappresentanza, per partecipare ai negoziati che hanno un impatto sugli equilibri geopolitici. Prendere in considerazione le istanze dei più poveri rimane l’imperativo categorico.
Kant, Habermas e Rawls: l’etica alla base della giustizia sociale
L’esempio dell’Africa, sterminato continente ricco di potenzialità ma ancora troppo trascurato dalle superpotenze del globo, è indicativo. Sarà importante rafforzare l’Assemblea delle Nazioni Unite e, altro tema spinoso, il ruolo della Ue, che andrà ripensato mentre appare sotto scacco la politica economica di tutta l’Euro-zona. Si tratta di una prospettiva che impone un profondo lavoro culturale, insieme a un’azione politica che riesca a superare la crisi del discorso e dello spazio pubblico, una governance non ideologizzata della sicurezza, classi dirigenti capaci di avviare iniziative volte a scandagliare, senza pregiudizi, caso per caso, le ragioni del contrasto sociale che mettono a rischio la pace e gli equilibri del pianeta.
Ritrovare la dimensione della giustizia sociale, potrà aiutare a indirizzare la politica verso la scelta di mezzi adeguati a raggiungere quegli obiettivi della crescita e dello sviluppo, che hanno ispirato la ricerca di Sen fin dagli esordi. «Kant, Habermas, Rawls sono autori che con il loro insegnamento ci richiamano al senso di una responsabilità universale. Il pasticcio globale in cui ci siamo cacciati richiede la costruzione di una società civile globale. Intendo – conclude lo studioso ‒ qualcosa di diverso dalle iniziative militari e dalle attività strategiche che impegnano le alleanze tra i governi, senza trovare soluzioni adeguate. Mi rendo conto che si tratta di un progetto stringente e necessario, ma non abbiamo altra scelta, perché dipenderà da come sapremo affrontare insieme le sfide del presente, la qualità di vita del nostro domani e il futuro stesso dell’umanità».
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