lezioni alla Polizia dagli esperti del giorno dopo


CASO FAKIR E FORZE DELL’ORDINE

Il caso Fakir è diventato un processo politico e televisivo celebrato attraverso immagini rallentate e sentenze immediate. La morte di un uomo impone verità e accertamenti rigorosi. Ma la presunzione d’innocenza deve valere anche per gli agenti chiamati ad affrontare una situazione violenta e imprevedibile.

di Francesco Panasci

Indossatela.

Prima di parlare. Prima di condannare. Prima di spiegare a un agente come avrebbe dovuto affrontare un uomo fuori controllo. Prima di trasformare un filmato, per quanto drammatico, in una sentenza definitiva.

Provate a indossare per cinque minuti la divisa di un poliziotto.

Non quella mostrata nelle cerimonie, buona per le fotografie istituzionali e per gli applausi di circostanza. La divisa di chi viene mandato sulla strada mentre gli altri rimangono comodamente seduti, magari con l’aria condizionata accesa, a spiegare come si arresta una persona, come si contiene una crisi, quanta forza sia consentito impiegare e in quale preciso secondo bisognerebbe allentare una presa.

Il giorno dopo sono tutti esperti.

Giornalisti, politici, opinionisti, attivisti e comandanti da salotto guardano le immagini al rallentatore, fermano il video, tornano indietro, ingrandiscono un fotogramma. Poi pronunciano la loro diagnosi operativa: l’agente avrebbe dovuto fare questo, evitare quello, comprendere immediatamente la natura della crisi, intuire le condizioni sanitarie dell’uomo e scegliere, in pochi istanti, la tecnica perfetta.

La scienza del giorno dopo è infallibile.

Peccato che la Polizia debba intervenire il giorno prima.

La morte di Fakir esige verità, non propaganda

Abderrahim Fakir è morto il 19 luglio 2026, nel quartiere Pilastro di Bologna, durante un intervento della Polizia.

È un fatto drammatico. È morto un uomo e le cause della sua morte devono essere accertate con il massimo rigore. Senza omissioni, senza protezioni corporative e senza sconti per nessuno.

Le immagini mostrano Fakir immobilizzato a terra, in posizione prona, mentre chiede aiuto e successivamente perde conoscenza. Sono immagini dure, che pongono domande alle quali l’autorità giudiziaria e gli accertamenti medico-legali dovranno rispondere.

Ma un video, anche quando è emotivamente devastante, non coincide necessariamente con l’intera operazione.

La stessa Procura di Bologna ha invitato a considerare una sequenza di fatti più estesa rispetto alle immagini circolate inizialmente. Sono stati acquisiti altri filmati, le registrazioni della bodycam attivata da uno degli agenti, le comunicazioni tra gli operatori e la documentazione sanitaria.

L’autopsia dovrà chiarire la causa del decesso e l’eventuale rapporto tra le modalità di contenimento, le condizioni fisiche di Fakir e ogni altro elemento rilevante.

Finché questi accertamenti non saranno conclusi, chi proclama la colpevolezza degli agenti non sta cercando la verità. Sta cercando una conferma alla propria ideologia.

Cosa era accaduto prima di quel video?

La Polizia non era arrivata al Pilastro per caso.

Secondo le ricostruzioni disponibili, era stata segnalata la presenza di un uomo in forte stato di agitazione che avrebbe danneggiato un garage e un’automobile e aggredito un cittadino. Gli agenti avrebbero inizialmente tentato di calmarlo. Poi la situazione sarebbe degenerata.

Durante la colluttazione uno dei poliziotti è stato morso a una gamba e ha riportato lesioni giudicate guaribili in dodici giorni.

Non è un dettaglio secondario. Dimostra che non si stava svolgendo una conversazione tranquilla tra persone sedute attorno a un tavolo.

Tutto questo non prova che ogni fase successiva dell’intervento sia stata corretta. Non assolve preventivamente nessuno. Ma impedisce di raccontare quanto accaduto come l’aggressione immotivata di due poliziotti contro una persona immobile e innocua.

Il momento dell’immobilizzazione deve essere valutato insieme a ciò che lo ha preceduto, non separato artificialmente dal resto per costruire una narrazione più comoda.

E soprattutto deve essere giudicato attraverso perizie, testimonianze, filmati completi e competenze medico-legali. Non con il fotogramma scelto per ottenere il maggior numero di reazioni sui social.

I precedenti di Fakir: cosa risulta davvero

Anche su questo punto occorre sottrarre la realtà alla propaganda.

Fakir non aveva, come qualcuno ha provato a raccontare, una fedina penale immacolata. Secondo quanto pubblicato dal Corriere della Sera, dal casellario giudiziale risulterebbero cinque precedenti penali, in gran parte riferibili a fatti avvenuti circa vent’anni fa.

Nel 2005 fu condannato definitivamente a quattro anni e due mesi di reclusione e a 12.400 euro di multa per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, nell’ambito di un’indagine sul traffico di droga. Risultano inoltre tre procedimenti per evasione dagli arresti domiciliari.

Nel 2012 arrivò un’altra condanna definitiva, a un anno e undici mesi, per cessione di sostanze stupefacenti in concorso, relativa a fatti risalenti al 2003.

Secondo la medesima ricostruzione giornalistica, fuori dal certificato del casellario risulterebbero anche un patteggiamento per minaccia, danneggiamento, porto abusivo di armi e resistenza, oltre a una condanna del 2015 per lesioni personali con pena sospesa.

Questi sono i dati pubblicati. Non una generica e incontrollata lista di reati diffusa attraverso i social.

Va aggiunta un’altra verità: molti di quei fatti erano lontani nel tempo e in parte coperti dall’indulto. La legale di Fakir ha sostenuto che dal 2012 non risultassero nuove condanne o indagini e che l’uomo avesse pagato il proprio debito con la giustizia.

Fakir era dunque una persona con diversi precedenti penali. Definirlo “pluripregiudicato” può essere formalmente corretto, ma il termine deve essere accompagnato dalla collocazione temporale delle condanne.

Il suo passato non autorizzava nessuno a ucciderlo. Non riduceva il suo diritto alla vita, alla dignità e a un intervento rispettoso della legge.

Ma nascondere i precedenti, il comportamento che avrebbe determinato la chiamata alla Polizia, l’aggressione riferita ai danni di un cittadino e le lesioni riportate da un agente significa mutilare la notizia.

E una verità mutilata diventa propaganda.

I politici che scoprono la formazione degli agenti

Poi sono arrivati loro: i politici dell’ipocrisia.

Quelli che non hanno ancora letto le perizie, non conoscono il risultato definitivo dell’autopsia, non hanno visto integralmente tutte le immagini delle bodycam e non hanno mai partecipato a un’operazione di contenimento. Ma hanno già capito tutto.

Hanno parlato di formazione.

Naturalmente la formazione è fondamentale. Deve essere continua, aggiornata e adeguata anche alla gestione delle crisi psichiatriche e delle situazioni di agitazione estrema. Occorre fornire agli agenti strumenti, personale, protocolli e tecniche capaci di proteggere contemporaneamente il cittadino e chi interviene.

Ma utilizzare la parola “formazione” come sinonimo elegante di “quei poliziotti erano incapaci” è un’altra cosa.

Se esistono carenze strutturali, la responsabilità non può essere scaricata esclusivamente sui due agenti che lo Stato ha mandato in strada. Appartiene anche alla politica che organizza i corpi di sicurezza, stabilisce gli organici, finanzia l’addestramento e decide quanti uomini debbano intervenire.

È troppo facile ridurre risorse e personale per anni e poi presentarsi davanti alle telecamere per rimproverare il singolo poliziotto.

È troppo facile chiedere maggiore preparazione senza indicare risorse, istruttori, protocolli, tempi e organici.

Ed è soprattutto troppo facile trasformare un tema serio in un’arma politica prima ancora che gli accertamenti abbiano stabilito perché Fakir sia morto.

La tecnica perfetta esiste soltanto al rallentatore

Nel talk televisivo ogni movimento viene scomposto.

“Qui avrebbe dovuto lasciare la presa”.

“Qui avrebbe dovuto comprendere che non respirava”.

“Qui avrebbe potuto cambiare posizione”.

Forse.

Ma per stabilirlo servono esperti veri, la sequenza integrale, la dinamica completa e i risultati degli accertamenti medico-legali. Non bastano un conduttore, quattro ospiti e un video ripetuto dieci volte.

Quando le immagini vengono rallentate, anche pochi secondi sembrano lunghissimi. Ma chi opera non vive al rallentatore.

Vive nel rumore, nell’agitazione, nelle urla, nella resistenza fisica e nella paura che la persona possa rialzarsi, colpire un cittadino, aggredire nuovamente un agente o raggiungere un’arma.

Il poliziotto non conosce necessariamente la cartella clinica della persona che ha davanti. Non sa se soffra d’asma, abbia problemi cardiaci, sia sotto l’effetto di sostanze o stia attraversando una crisi psichiatrica.

Vede un comportamento e deve impedire che quel comportamento produca altri danni.

Può sbagliare. E se ha sbagliato dovrà risponderne.

Ma non si può pretendere che possieda, durante una colluttazione, tutte le informazioni che giornalisti e politici acquisiscono nei giorni successivi.

Sindaco Lepore, la verità non ha bisogno di una piazza per esistere

Poi c’è la scelta politica del sindaco di Bologna, Matteo Lepore.

Il giorno successivo alla morte di Abderrahim Fakir, Lepore ha convocato un presidio in piazza Nettuno. Ha parlato di una città ferita, ha chiesto verità e giustizia e ha assicurato la propria vicinanza alla famiglia.

Chiedere verità è sempre legittimo. Ma un sindaco, soprattutto davanti a una vicenda ancora interamente da ricostruire, deve sapere che ogni parola istituzionale possiede un peso diverso da quello di uno slogan pronunciato in piazza.

Se la magistratura stava già indagando, perché chiamare immediatamente la città a raccolta per chiedere verità e giustizia?

Senza quella manifestazione i magistrati avrebbero forse nascosto la verità? Avrebbero raccontato bugie? Oppure la Procura avrebbe comunque acquisito i filmati, esaminato le bodycam, ascoltato i testimoni e disposto l’autopsia?

La giustizia non nasce da una piazza convocata il giorno dopo. Nasce dalle prove.

Il rischio era evidente: trasformare una richiesta legittima di accertamento in un processo politico contro due agenti che non erano stati ancora ascoltati e la cui condotta non era stata ricostruita integralmente.

Era davvero impossibile prevedere quello che sarebbe accaduto?

La storia recente delle manifestazioni italiane ci ha consegnato troppe volte lo stesso copione.

Migliaia di cittadini partecipano pacificamente. Poi gruppi organizzati di antagonisti, collettivi dell’estrema sinistra e professionisti dello scontro si muovono dentro o ai margini del corteo, si coprono il volto, raggiungono le sedi istituzionali e cercano deliberatamente il contatto con le forze dell’ordine.

Non arrivano per chiedere verità. Arrivano preparati a colpire.

Raccolgono pietre, bottiglie, transenne e qualsiasi oggetto possa diventare un’arma. Trasformano una protesta in guerriglia urbana e utilizzano ogni vicenda politicamente utile per scaricare contro le divise una rabbia costruita nel tempo.

È accaduto troppe volte per continuare a definirlo ogni volta imprevedibile.

Il sindaco non poteva conoscere in anticipo il numero dei violenti, il momento esatto dell’attacco o l’entità dei danni. Ma doveva prevedere che una manifestazione convocata a meno di ventiquattr’ore dalla morte di Fakir, mentre la Polizia era già indicata pubblicamente come colpevole, avrebbe attirato anche chi considera ogni divisa un nemico da colpire.

Non prevedere il dettaglio è comprensibile. Non prevedere il rischio, dopo quanto accaduto tante altre volte, è politicamente imperdonabile.

Anche a Bologna il presidio principale si è svolto pacificamente. È corretto dirlo e sarebbe scorretto attribuire a tutti i partecipanti la responsabilità delle violenze.

Ma da quella mobilitazione si è poi mosso un gruppo di antagonisti che ha raggiunto le sedi della Prefettura e della Questura, ha gridato “assassini” contro gli agenti e ha cercato lo scontro.

Secondo il bilancio ufficializzato dalla Questura, sono rimasti feriti 64 appartenenti alle forze dell’ordine, con prognosi comprese tra tre e trentacinque giorni. Sei mezzi della Polizia sono stati danneggiati. Due automobili sono state incendiate. Sono state colpite vetrine, banche e sportelli bancomat, distrutte biciclette e devastato un cantiere dei lavori tramviari.

Non una generica tensione. Non qualche momento di nervosismo.

Una notte di violenza, feriti e devastazione nel centro della città.

La famiglia di Fakir ha preso le distanze dagli scontri. Il sindaco ha successivamente distinto la piazza pacifica da quella violenta. È giusto ricordare entrambe le circostanze.

Ma non basta dire, dopo, che erano due piazze differenti.

Non sostengo che Lepore volesse gli scontri. Sarebbe un’accusa priva di fondamento.

Sostengo qualcosa di diverso: il sindaco ha scelto ugualmente di convocare una piazza prima dell’autopsia, prima della visione integrale dei filmati e prima di una ricostruzione tecnica dell’intervento.

È stata una scelta politica e ideologica. Una scelta che ha consegnato una piazza già carica di tensione anche a chi cercava un’occasione per colpire le forze dell’ordine.

L’intenzione dichiarata era chiedere verità e giustizia. Nella stessa serata, però, il centro della città è stato devastato e 64 uomini e donne dello Stato sono rimasti feriti.

La responsabilità penale delle violenze appartiene a chi ha lanciato pietre, bottiglie e bombe carta, incendiato automobili e danneggiato la città. Su questo non esistono equivoci.

Ma la responsabilità politica di una scelta non scompare sostenendo che i violenti non rappresentassero la piazza convocata dal sindaco.

Chi governa una città non risponde soltanto delle proprie intenzioni. Deve rispondere anche della prudenza, dell’opportunità e delle conseguenze ragionevolmente prevedibili delle proprie decisioni.

La politica non può accendere una miccia e dichiararsi sorpresa quando qualcuno decide di avvicinarla alla polvere da sparo.

Se Fakir era malato, chi avrebbe dovuto proteggerlo?

La famiglia sostiene che Fakir soffrisse di problemi fisici e attraversasse una condizione di fragilità psichica. È un elemento che l’inchiesta dovrà approfondire con rispetto.

Ma proprio questa affermazione apre un’altra domanda che la politica del giorno dopo evita accuratamente.

Se quella fragilità era conosciuta, Fakir era seguito adeguatamente dai servizi sanitari e sociali? Perché quella domenica si trovava solo, in uno stato di agitazione tale da danneggiare alcuni beni, aggredire – secondo le prime ricostruzioni – un cittadino e rendere necessario l’intervento della Polizia?

Non si può pretendere che due agenti arrivati su richiesta conoscano istantaneamente una storia clinica che forse neppure il sistema sociosanitario era riuscito a intercettare o gestire.

Alla Polizia si chiede di intervenire quando tutto il resto ha già fallito.

Poi, davanti all’epilogo più drammatico, la stessa politica che non ha garantito prevenzione, assistenza e personale specializzato scarica ogni responsabilità sull’ultima uniforme arrivata sul posto.

Anche questa è ipocrisia.

Fakir non era un santo, ma aveva diritto alla legge

Fakir non era un santo sceso in terra. Da quello che emerge aveva precedenti penali seri: condanne per reati legati agli stupefacenti, episodi di evasione dagli arresti domiciliari e, secondo le ricostruzioni pubblicate, altri procedimenti per minaccia, danneggiamento, porto abusivo di armi, resistenza e lesioni.

È altrettanto vero che molti di quei fatti risalivano a circa vent’anni prima e che, secondo la sua legale, da diversi anni non risultavano nuove condanne.

Il suo passato non giustifica la sua morte. La legge non assegna un valore diverso alla vita in base al casellario giudiziale.

Ma neppure è accettabile cancellare quel passato per costruire l’immagine artificiale di una persona improvvisamente aggredita dalla Polizia senza alcuna ragione.

Quel giorno qualcuno chiamò gli agenti.

Qualcuno chiese allo Stato di intervenire perché esisteva una situazione ritenuta pericolosa. Un cittadino, secondo la relazione degli operatori, sarebbe stato aggredito. Uno dei due poliziotti fu morso e riportò lesioni con dodici giorni di prognosi.

Questi fatti non assolvono automaticamente gli agenti, ma spiegano perché indossare quella divisa non significhi assistere passivamente agli eventi.

Significa intervenire quando gli altri arretrano.

L’errore di trasformare Bologna in Minneapolis

Prima ancora di conoscere le cause della morte, qualcuno aveva già trovato il titolo: “Il George Floyd italiano”.

Un paragone emotivamente potentissimo e giornalisticamente prematuro.

George Floyd fu ucciso negli Stati Uniti da un agente successivamente condannato per omicidio, al termine di un processo fondato su prove, testimonianze e perizie.

Nel caso di Bologna, invece, le responsabilità devono ancora essere accertate e la causa della morte deve essere definita attraverso gli esami medico-legali.

Sovrapporre immediatamente le due vicende significa stabilire prima delle indagini quale debba essere la verità.

Non è informazione. È una sceneggiatura.

E una sceneggiatura ideologica ha bisogno di ruoli già assegnati: la vittima innocente, i poliziotti violenti e lo Stato repressivo.

Tutto ciò che disturba questa rappresentazione viene eliminato. Il comportamento precedente di Fakir scompare. Le lesioni del poliziotto scompaiono. I tentativi iniziali di calmarlo scompaiono. La presenza dei sanitari diventa marginale. Le immagini complete non interessano più.

Rimane soltanto il frammento utile.

La presunzione d’innocenza non può dipendere dall’uniforme

La morte di Fakir deve essere indagata fino in fondo. La sua famiglia ha diritto alla verità. Se verranno accertate condotte negligenti, imprudenti o contrarie ai protocolli, chi ne sarà ritenuto responsabile dovrà risponderne.

Ma anche i due poliziotti hanno diritto alla verità.

Hanno diritto a non essere chiamati assassini prima dell’accertamento dei fatti. Hanno diritto a non vedere la propria vita professionale e personale distrutta da un processo mediatico costruito su una parte delle immagini.

La presunzione d’innocenza non può essere invocata per chi viene fermato e cancellata per chi porta una divisa.

O vale per tutti, oppure non è una garanzia. È soltanto una convenienza ideologica.

Indossate quella divisa

A chi oggi impartisce lezioni di arresto, contenimento e uso della forza propongo una prova molto semplice.

Spegnete l’aria condizionata.

Alzatevi dalla poltrona.

Lasciate sul tavolo il telecomando con il quale fermate, rallentate e riavvolgete le immagini.

Poi indossate quella divisa.

Indossatela senza conoscere le condizioni cliniche della persona che avete davanti. Senza sapere se sia armata, sotto l’effetto di sostanze o nel pieno di una crisi.

Indossatela mentre qualcuno grida, un altro filma e un cittadino chiede protezione.

Provate a calmare quella persona. Provate a impedirle di colpire ancora. Fatevi spingere, aggredire o mordere. Proteggete il collega accanto a voi e impedite che qualcuno possa raggiungere la vostra arma.

Poi decidete in pochi secondi quanta forza sia necessaria.

Ricordate, però, che il giorno successivo politici e giornalisti osserveranno ogni vostro movimento al rallentatore. Bloccheranno l’immagine, la ingrandiranno e spiegheranno, dall’aria condizionata, cosa avreste dovuto fare.

Se gli agenti hanno commesso errori, dovranno risponderne. La morte di Fakir merita verità e giustizia.

Ma la sentenza appartiene ai giudici, non ai talk show, ai cortei e ai tribunali ideologici.

Lo Stato non è soltanto il codice che indaga chi indossa un’uniforme.

Lo Stato è anche dentro quell’uniforme quando viene chiamato a proteggere i cittadini, a contenere un pericolo e, se necessario, a difendere la propria vita.

Questa nostra Italia viene violentata ogni giorno dal pregiudizio ideologico, da un politicamente corretto che seleziona le vittime e da una cultura che pretende protezione mentre delegittima chi deve garantirla.

Si chiede allo Stato di esserci. Poi si processa lo Stato quando arriva.

Ecco perché, prima di condannare un poliziotto, non vi chiediamo di accomodarvi in uno studio televisivo, di pontificare dal divano di casa o dalle sezioni politiche, e neppure di osservare ancora una volta le immagini al rallentatore.

Vi chiediamo qualcosa di molto più difficile.

Indossate la sua divisa.


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 Francesco Panasci

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