L’ennesima dimostrazione di come il calcio business viaggia a vista, senza una bussola morale né un piano strategico. Tra trappole di immagine e spogliatoi lasciati al primo acquirente
Giovanni Malagò, presidente Figc
Il calcio business “nel pallone”: il caso Pirlo e l’ipocrisia dei petrodollari “puliti”.
Il calcio business “nel pallone”
Ecco la fotografia del calcio business italiano: un gigante argilloso e smemorato, in balia di cacciatori di commissioni, sponsor ingombranti e palazzi federali in constante cortocircuito.
La tentata e poi ritirata nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale solo l’ennesimo sintomo di un sistema completamente nel pallone.
Una telenovela di mezza estate che lascia sul campo Giovanni Malagò e la Figc in evidente afasia decisionale. Senza dimenticare un Paolo Maldini – fresco di nomina a dt – con le valigie già pronte sulla porta per il veto politico opposto alla sua scelta.
E un’Italia sportiva che preferisce l’ipocrisia morale alle riforme strutturali.
Il cortocircuito Figc: Pirlo “saluta”, Maldini pronto all’addio
La sequenza dei fatti rasenta il grottesco. Paolo Maldini, scelto come dt da Malagò che probabilmente pensava alla Figc come “buen retiro” tranquillo. L’ex rossonero punta su Andrea Pirlo per la panchina azzurra.
Esplode il “caso politico” per le partnership commerciali dell’ex regista. Il vertice federale affonda la trattativa prima della firma. E provoca il gelido addio sociale di Pirlo, che “saluta” la Nazionale ignorando vistosamente nei ringraziamenti i vertici Figc.
Così spingendo Maldini e il consulente Leonardo verso le dimissioni immediate. Ci saranno?
Malagò in tilt
Nel frattempo, la governance di Malagò va apertamente in tilt. Delusa la “vision” internazionale del dopo-Gattuso, l’Italia si ritrova senza ct. Con una leadership spaccata e un progetto tecnico azzerato in meno di 48 ore.
Lo strapotere dei procuratori: nepotismo e dynasty nel calcio moderno
Sullo sfondo, un movimento incapace di rifondarsi resta l’ombra soffocante del potere dei procuratori e delle solite dinamiche di scuderia.
Mentre i talenti dei vivai faticano a trovare spazio in Serie A, il sistema continua ad alimentarsi attraverso cortili chiusi e “figli d’arte”.
Tra i casi di Nicolò Pirlo e Christian o Daniel Maldini, l’intreccio tra procuratori potenti, agenzie d’immagine e carriere a trazione familiare.
Interrogativi mai risolti
Il merito ha ancora un valore o la maglia azzurra è ormai una questione di pubbliche relazioni aziendali?
L’ipocrisia su Fonbet: I dollari russi puzzano, i petrodollari no?
Il vero paradosso di questa vicenda, la motivazione “politica” usata per sbarrare la strada a Pirlo. Nel mirino il suo contratto commerciale da testimonial per Fonbet, colosso russo del betting legato a un oligarca dell’orbita di Mosca.
Un ingaggio giudicato inopportuno da politica e vertici sportivi per ragioni etiche e geostrategiche.
Un’improvvisa e rigorosa morale che solleva, però, una domanda inevitabile. Da quando il calcio business si fa problemi di geopolitica?
Quando Roberto Mancini ha abbandonato la Nazionale per accettare un contratto da oltre 25 milioni di euro all’anno dalla Federazione dell’Arabia Saudita, nessuno nei palazzi del potere sportivo italiano ha sollevato obiezioni di sorta.
Il bilancio dei diritti umani: due pesi e due misure
Se la Russia è fuorilegge per motivi politici, cosa dire di altri interlocutori storici del nostro pallone?
Arabia Saudita, ex sede di Mancini
Un Paese dove, secondo i report internazionali di Amnesty International e Human Rights Watch, la libertà d’espressione è azzerata, la pena di morte viene applicata su vasta scala (oltre 300 esecuzioni nel solo 2024) e la dissenso politico porta al carcere duro.
Emirati Arabi Uniti, dove allena lo stesso Pirlo
Un regime autoritario privo di partiti politici o elezioni libere, dove l’omofobia è reato e la libertà di stampa non esiste.
Eppure, quando i petrodollari di Riad o Abu Dhabi finanziano supercoppe, sponsor di maglia, ingaggi di ct o stadi di proprietà, il calcio italiano non si scandalizza.
I soldi dei regimi mediorientali profumano di “sviluppo globale”, mentre i contratti russi diventano improponibili.
L’estromissione di Pirlo non è una vittoria dell’etica. E solo l’ennesima dimostrazione di come il calcio business viaggia a vista, senza una bussola morale né un piano strategico. Tra trappole di immagine e spogliatoi lasciati al primo acquirente.
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Angelo Vitale
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