di Franco Cimino
Si dice che sbagliando si impara. Un altro antico adagio sostiene invece che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Sono due massime della saggezza popolare che mi inducono a riflettere, con un margine di errore minore, sull’ormai nota vicenda di Giovino.
A Catanzaro, però, la prima massima sembra non trovare conferma. L’amministrazione Fiorita, che ha commesso numerosi errori, soprattutto nella gestione del territorio, non sembra aver imparato nulla dalle proprie scelte. Poiché, tuttavia, considero il sindaco una persona intelligente, temo che sia la seconda massima a risultare più aderente alla realtà.
È alla luce di questa convinzione che giudico la deliberazione approvata sulla vicenda Giovino. Una deliberazione singolare, nella quale il dato politico appare persino più rilevante di quello amministrativo o urbanistico in sé.
Molti autorevoli esponenti della politica e della cultura hanno sostenuto che, di fronte a una sfiducia così netta su un atto tanto importante e strategico per la città, un sindaco dovrebbe trarne immediatamente le conseguenze politiche, fino alle dimissioni.
Non vale obiettare che sono finiti i tempi della Prima Repubblica, quando esistevano regole non scritte capaci di orientare, insieme alla legge, il comportamento morale e politico degli amministratori pubblici. Quel principio conserva ancora oggi tutto il suo significato. E, però, inutilmente.
I quindici voti contrari alla posizione del sindaco — che egli stesso pare non avesse pubblicamente espresso — rappresentano infatti una sfiducia politica evidente, quasi umiliante.
Se le dimissioni non sono arrivate, non è perché mancassero le ragioni politiche. Del resto, un sindaco che non si è dimesso in occasione di vicende ben più gravi difficilmente lo avrebbe fatto oggi. Resta allora un’altra spiegazione: che quella pratica, in fondo, si sia voluta far passare.
Qualunque ne sia la ragione, manifesta o nascosta, non è questa la sede per stabilirlo. È però legittimo osservare che il sindaco, grazie ai poteri che l’attuale normativa gli attribuisce, avrebbe potuto impedirne l’approvazione seguendo diverse strade.
La prima era politica. Avrebbe potuto fare ciò che già era riuscito a fare in altre occasioni, quando la legislatura sembrava sul punto di cadere: chiarire ai consiglieri che avevano più volte salvato l’amministrazione che l’approvazione della pratica avrebbe comportato le sue dimissioni e, di conseguenza, lo scioglimento anticipato del Consiglio comunale. Sarebbe probabilmente bastato questo richiamo, considerando la forte capacità di persuasione che il sindaco, come potere sproporzionato rispetto a quella dell’Assemblea elettiva esercita sui consiglieri comunali. In particolare su gran parte della sua strana e diversamente anomala maggioranza variabile.
La seconda strada consisteva nel portare la questione in Giunta, chiedendo un voto unanime a sostegno della sua posizione. Ciò avrebbe reso assai più difficile, se non impossibile, che la vicesindaca si schierasse apertamente a favore della pratica.
Qualora ciò non fosse bastato, il sindaco avrebbe potuto esercitare una più forte pressione politica sulla stessa vicesindaca annunciando che il sostegno a quella deliberazione avrebbe comportato l’immediata revoca dell’incarico.
Neppure questo è avvenuto.
Vi era poi un’altra possibilità: intervenire in Consiglio comunale con un discorso forte, chiaro e motivato, spiegando ai cittadini, alla stampa e ai consiglieri le ragioni profonde per cui quella pratica non avrebbe dovuto essere approvata.
E, qualora avesse percepito che il suo appello sarebbe rimasto inascoltato, gli restava ancora uno strumento: ritirare la pratica per un ulteriore approfondimento.
Nulla di tutto questo è accaduto.
Non è accaduto nemmeno che, il giorno successivo, il sindaco convocasse una conferenza stampa per chiarire pubblicamente la propria posizione, indipendentemente dalle decisioni che avrebbe poi assunto.
Di fronte a questo silenzio, il sospetto politico diventa inevitabile.
Ripenso allora alle tante battaglie che ho condotto, negli anni e ben prima di questa legislatura, per la difesa di Giovino. Ho denunciato più volte la nascita “ improvvisa” di case, ville, palazzi nella crescita tra l’altro veloce e disordinata di edifici e costruzioni prive di qualsiasi armonia urbanistica. Ho scritto e parlato pubblicamente del rischio che, mattone dopo mattone, palazzo dopo palazzo, pezzo dopo pezzo di pineta, Giovino finisse completamente soffocata dal cemento.
Non mi riferisco ai grandi insediamenti che riuscimmo a fermare durante la legislatura di Rosario Olivo- quando gli fui corretto antagonista quale candidato sindaco perdente per pochi voti-sulla Giovino lontana e assai più vasta di questa. Parlo della Giovino che tutti conosciamo: quella che attraversiamo per andare al mare, a scuola, a passeggiare, a correre o semplicemente a vivere uno degli ultimi spazi naturali della città.
Restava ormai soltanto questa porzione di territorio, insieme a quel piccolo appezzamento poco più avanti, dove ancora oggi tanti ragazzi giocano a pallone, come facevo anch’io da giovane.
Ed è qui che la denuncia politica assume un significato ancora più profondo.
Dopo oltre quattro anni di amministrazione, il nuovo Piano Strutturale Comunale non è stato ancora approvato. Viene spontaneo domandarsi cosa si stia aspettando. Cosa si sia aspettato. Forse che non rimanesse e non rimanga più nemmeno una zolla di terreno libera? Che non resti un solo albero, un solo prato da salvare?
Il piano urbanistico avrebbe dovuto essere discusso e approvato per affermare un principio che era stato posto anche alla base del programma di Fiorita: non aggiungere più un solo mattone, non versare più nemmeno un chilogrammo di cemento su un territorio già devastato da decenni di speculazione edilizia.
Era forse questo il disegno? Consentire gli ultimi interventi prima dell’approvazione del nuovo piano?
È una domanda politica che pongo, indipendentemente dal merito dei singoli progetti, la maggior parte probabilmente discutibili.
Per la mia idea della politica, infatti, tutto ciò che compromette una delle grandi ricchezze naturali di una comunità- il territorio é tra questi-deve essere impedito. E ciò che è stato costruito illegittimamente o difformemente al disegno città , dovrebbe essere abbattuto.
A quanti sono rimasti in silenzio mentre questo scempio si compiva, dico che intervenire soltanto oggi, per alleggerire la propria coscienza o raccogliere qualche consenso, significa condividere, salvo le dovute e coraggiose eccezioni, la responsabilità di chi ha deciso o ha lasciato decidere lo sfregio del volto della nostra città.
La questione urbanistica è dunque, prima ancora che amministrativa, una questione morale.
E, proprio per questo, profondamente democratica.
Non è soltanto questa amministrazione a essere in crisi. È in crisi la politica, è in crisi la morale pubblica, è in crisi la democrazia cittadina.
Ed è in crisi la stessa Catanzaro, che sembra aver smarrito non soltanto l’ambizione di tornare grande, ma persino la capacità di difendere, sia pure con fatica, il proprio ruolo di capoluogo della Calabria.
E la tristezza si fa rabbia. La rabbia non politicamente coscientizzata, dolore. E il dolore di chi ama e difende la nostra Città, lacrime chiuso in pugno, che attendono siano, unite a tante altre a fiume, liberate nel cielo di Catanzaro, affinché il vento le trasformi in lotta corale per la difesa di ciò che resta della nostra Bellezza.
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Roberto Tolomeo
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