Prima di dare dell’ignorante agli altri, dovremmo fare i conti con la nostra ignoranza


OpinioniL’umiltà intellettuale nasce dalla consapevolezza dei propri limiti. Un editoriale sul significato delle parole e sui rischi di trasformare il dissenso politico in una delegittimazione personale

Ieri mattina, entrando in edicola per acquistare *Il Foglio* domenicale, nella speranza che fosse già arrivato, mi sono trovato ad ascoltare le ultime battute di una conversazione tra l’edicolante e una cliente. Proprio nel momento in cui il dialogo si concludeva, ho sentito pronunciare questa frase: «Del resto, quando governa l’ignoranza, che cosa ti aspetti!»

Il riferimento all’attuale Governo era evidente. Non è stato il giudizio politico a colpirmi. In democrazia ciascuno è libero di esprimere le proprie opinioni. Mi ha colpito, piuttosto, la leggerezza con cui un sostantivo così impegnativo veniva trasformato in una sentenza definitiva.

Da lì è nata una riflessione. Le parole non sono mai neutre. Non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruirla. Per questo il loro uso richiede misura, precisione e responsabilità. Prendiamo proprio il sostantivo “ignoranza”.

La Treccani ne distingue diversi significati. Il primo indica la mancata conoscenza di una determinata materia. Si può ignorare una scienza, una legge, un fatto o una disciplina semplicemente perché non la si è studiata o non la si è mai affrontata. Il secondo identifica la condizione di chi è privo d’istruzione.

Il terzo, infine, indica mancanza di educazione o villania. In nessuna di queste definizioni il termine diventa una categoria politica. Eppure, nel dibattito pubblico, “ignorante” viene spesso utilizzato come un marchio, un’etichetta da apporre sull’avversario anziché come la descrizione di una specifica mancanza di conoscenza. 

Se avessi avuto la possibilità di rispondere a quella signora, le avrei posto una domanda molto semplice. Attribuire aprioristicamente l’ignoranza a chi governa non rischia di sostituire l’analisi con un’etichetta?” Perché, se l’ignoranza è l’antitesi dell’onniscienza, allora prima di attribuirla agli altri dovremmo riflettere sulla nostra. Nessun essere umano è onnisciente. Tutti conosciamo qualcosa e ignoriamo moltissimo altro. È proprio questa consapevolezza dei propri limiti che costituisce il fondamento dell’umiltà intellettuale.

Forse la vera differenza non è tra chi è ignorante e chi non lo è. La differenza è tra chi riconosce i propri limiti e continua a interrogarsi, e chi è così persuaso delle proprie certezze da trasformarle in giudizi assoluti sugli altri.

Prima di dire «governa l’ignoranza», sarebbe forse opportuno domandarsi: quale parte della realtà sto ignorando io? Sempre che non si tratti, consapevolmente o inconsapevolmente, di un uso del linguaggio finalizzato alla delegittimazione dell’avversario politico.

Le etichette assolute non favoriscono il confronto: lo sostituiscono.

Una parte della sinistra italiana manifesta spesso una sorta di presunzione morale e culturale che la porta a considerare le proprie convinzioni come misura della realtà. Da qui deriva la facilità con cui distribuisce etichette: ignoranti, fascisti, populisti, impresentabili. È un linguaggio che sostituisce il confronto con la classificazione dell’avversario. Lo stesso meccanismo, a mio avviso, si ritrova nell’uso sempre più frequente del richiamo alla giustizia dopo eventi tragici.

Anche qui il linguaggio non è neutro. Di fronte a una tragedia è naturale pretendere che venga fatta piena luce sui fatti. È naturale chiedere verità, trasparenza, accertamento delle responsabilità. Diverso è invocare immediatamente «giustizia». In uno Stato di diritto la giustizia non è un obiettivo affidato alla piazza, ma una funzione attribuita dalla Costituzione alla magistratura, chiamata ad amministrarla nel rispetto della legge e delle garanzie del processo.

Per questo, prima ancora dell’accertamento dei fatti, parlare di giustizia rischia di presupporre che un’ingiustizia sia già stata accertata e che qualcuno ne sia già responsabile.

La richiesta costituzionalmente più corretta è un’altra: fare piena luce. Sarà poi la magistratura, all’esito delle indagini e del processo, a stabilire se vi sia stata un’ingiustizia e, in tal caso, a esercitare la giustizia in nome del popolo italiano.

Le parole, dunque, non sono semplici strumenti di comunicazione. Sono anche strumenti di orientamento culturale e politico. In un clima già fortemente polarizzato, l’uso indiscriminato di termini come «ignoranza» o «giustizia», quando vengono impiegati come slogan anziché nel loro significato proprio, rischia di alimentare la contrapposizione permanente.

Non perché le parole determinino automaticamente i comportamenti, ma perché contribuiscono a creare il contesto culturale entro il quale quei comportamenti possono trovare consenso, giustificazione o incoraggiamento. La critica è il sale della democrazia. La delegittimazione dell’avversario, invece, ne rappresenta una delle principali patologie. Le idee si confutano con altre idee. Le persone non si liquidano con un sostantivo.

Forse è proprio questo il primo esercizio di responsabilità che il linguaggio pubblico dovrebbe recuperare: riconoscere che nessuno possiede la verità intera e che la consapevolezza dei propri limiti è il presupposto indispensabile per comprendere quelli degli altri. Solo così le parole torneranno a essere strumenti di confronto e non armi di delegittimazione.

Ripensando a quella frase ascoltata in edicola, oggi credo che, se dovessi rispondere a quella signora, le direi semplicemente: «Signora, l’ignoranza appartiene a tutti noi. L’onniscienza, invece, appartiene soltanto a Dio. Ed è per questo che dovremmo usare le parole con molta più prudenza.»


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Leggo Cassino

Source link

Di