di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – In un editoriale pubblicato su queste colonne meno di una settimana abbiamo azzardato una tesi per spiegare la seconda ondata di bombardamenti americani contro l’Iran. La tesi era che Trump stesse bombardando nuovamente l’Iran non nell’illusione di poter piegare Teheran ed imporre in tal modo la riapertura di Hormuz alla libera navigazione ma per preparare un dietro front classicamente trumpiano, una T.A.C.O ed uscire dal vicolo cieco in cui lo stesso Trump ha infilato le Forze Armate più potenti del mondo. Dopo aver riportato a casa 14 militari americani morti e 600 feriti e dopo aver lanciato migliaia di missili che ormai scarseggiano nell’arsenale americano, i parametri che più di qualunque considerazione strategica determinano le scelte di Trump in politica estera restano sempre 2 e solo 2. Ed entrambi segnalano una contingenza politica tutt’altro che positiva per il Presidente. Il primo parametro è il prezzo della benzina che supera i fatidici 4 dollari al gallone ormai, in gran parte dei circuiti di erogazione al consumatore, in quasi tutti gli Stati dell’Unione. Il secondo parametro, di gran lunga più importante sul piano sistemico è il tasso di interesse sulle obbligazioni decennali del Tesoro che veleggia ormai stabilmente intorno al 4,7% e sembra dirigersi decisamente verso il 5%. Un livello che la maggioranza degli analisti considera pericoloso per la stabilità dei mercati e del gigantesco debito pubblico statunitense.
Nella partita a scacchi in corso nel Golfo persico, il problema per Trump è che gli iraniani sanno far di conto piuttosto bene e dunque colgono perfettamente la portata politica ed economica di questi due dati, soprattutto il secondo. E ciò in primo luogo per l’America e la sua finanza, ma anche, per ineludibile riflesso, per il complesso dell’economia occidentale. E pare che Washington abbia fretta di chiudere questa guerra presto e in qualche modo. Soprattutto perché i Treasuries al 5% hanno una ottima chance di far scoppiare la bolla che domina Wall Street. Le quotazioni azionarie americane sono ormai sostenute soprattutto dagli investimenti connessi all’Intelligenza Artificiale e alla costruzione dei Data Centers. La forte criticità dell’aumento dei tassi di interesse è dovuta ad un fatto nuovo: da alcuni mesi ormai ,quegli investimenti vengono fatti a leva, facendo debiti, non più attraverso la cassa generata dalle Società di IA. E al 5% di interesse quella leva diventerebbe molto onerosa per le aziende debitrici e potrebbe afflosciarsi. Se poi si considera che il tasso medio di interesse sui mutui immobiliari trentennali in America supera già il 6,5-7%il quadro finanziario per l’americano medio appare ancor più a rischio di sostenibilità. Il contesto dei mercati dunque, sembra delineare un margine di manovra ridottissimo, prossimo allo 0 per Trump, per di più a soli 3 mesi dalle elezioni di mid-term di novembre.
Il primo pronostico a cui arrivammo su queste colonne pochi giorni fa, e che ribadiamo oggi, è che anche stavolta assisteremo a una T.A.C.O, ossia una precipitosa ritirata di Trump dall’imbuto in cui si infilato a Hormuz. Assisteremo a iperbolici magheggi di comunicazione per vestire questa guerra come un successo. Ma non basteranno di certo. Ma possiamo ribadire oggi anche il secondo pronostico fatto 7 giorni fa, ossia che Iran e Oman si sarebbero spartite il bottino di Hormuz. In base alle indiscrezioni che circolavano ieri tra le Ambasciate a Mascate, nel weekend appena trascorso, gli emissari del Sultano dell’Oman recatisi a Teheran avrebbero negoziato due aspetti importanti circa il controllo di Hormuz,con i diplomatici iraniani e con i vertici delle Guardie della Repubblica Islamica. Quelle indiscrezioni oggi vengono indirettamente confermate dal Ministero degli esteri iraniano. Il primo aspetto dell’intesa in corso di negoziato tra Oman e Iran sarebbe costituito da ‘principi condivisi e meccanismi operativi per la gestione del traffico in sicurezza nello Stretto di Hormuz,nel rispetto dei diritti di sovranità dei due Stati litoranei’. Il secondo aspetto riguarderebbe invece ‘la suddivisione del traffico navale in due flussi. Uno di essi passerebbe attraverso il corridoio meridionale dello Stretto, dunque lungo la costa dell’Oman. L’altro invece passerebbe nelle acque dell’Iran”.
Questo evidentemente è il contesto diplomatico cui l’Ambasciatore americano alle Nazioni Unite faceva obliquo riferimento ieri, circa l’esigenza di interrompere le operazioni militari al fine di lasciare il tempo necessario ai negoziati in corso. In conclusione, cosa possiamo attenderci nelle prossime ore?
L’ipotesi più plausibile è che Trump annunci trionfalmente ai microfoni che lo Stretto di Hormuz è adesso riaperto al traffico grazie a lui e alla sua Epic Fury. E che egli vigilerà da par suo, affinchè l’Iran non prevarichi nel meccanismo che regolerà il traffico, sul minuscolo Sultanato dell’Oman. Saranno in pochi a credergli ma è noto che questo aspetto normalmente non lo preoccupa granchè. Dopodichè il Presidente decreterà che avendo già vinto tutto il possibile i bombardieri e le portaerei possono tornare a casa. Questo nella fiction di Trump. Nel mondo reale invece, il regime condominiale negoziato da Oman e Iran per lo Hormuz potrebbe aprirsi anche ad altri Stati rivieraschi, ossia Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Qatar. E questo per convincerli che non devono sentirsi aggrediti e non devono procedere con i grandi investimenti infrastrutturali necessari ad emanciparsi dalla presa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. Ci si riferisce ai gasdotti ed oleodotti che arriverebbero sul Mar Rosso o ,per gli Emirati, sul mare di Oman,fuori dal Golfo.
Se si realizzassero, nel medio termine quelle pipelines svuoterebbero di valore economico e politico la presa iraniana sul traffico dello Stretto Anche in questa chiave va letto l’attacco degli Houthi alle petroliere che si trovavano giorni fa all’imbocco del Mar Rosso. In tutta evidenza i miliziani sciiti yemeniti erano telecomandati da Teheran,per colpire il traffico nello Stretto di Bab El Mandeb attraverso il quale passano le petroliere che portano in Asia il petrolio che l’Arabia Saudita pompa nell’oleodotto costruito appunto per non avere Hormuz come unico sbocco per le proprie esportazioni verso l’Asia. Il messaggio inviato all’Arabia Saudita dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane tramite gli Houthi è facile da decifrare: la Monarchia saudita non si illuda di poter aggirare il controllo iraniano su Hormuz. Nel ginepraio che caratterizza il Golfo non solo sul piano militare ma anche su quello del rapporto tra l’America e le Monarchie sunnite, un ulteriore elemento di confusione è arrivato poi con l’imbarazzante giro di valzer di qualche giorno fa dell’Amministrazione americana, in materia di collaborazione nucleare civile tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Il Ministro dell Energia americano aveva annunciato in pompa magna un accordo per trasferire know how e materiali all’Arabia Saudita affinchè quest’ultima possa dotarsi di una capacità di produzione di energia nucleare.
E questo accordo non avrebbe contenuto la Golden Clause che invece era stata imposta negli anni scorsi agli Emirati per un analoga intesa. L’Emiro Al Zayed si era dovuto impegnare a non arricchire l’uranio. All’Arabia Saudita non veniva richiesto nulla del genere e questo sebbene Riad avesse più volte pubblicamente dichiarato che se mai l’Iran si avvicinasse alla bomba nucleare, anche l’Arabia Saudita l’avrebbe avuta. Inutile aggiungere che l’annuncio del Ministro dell’Energia americano circa l’accordo con l’Arabia Saudita ha sollevato gravi, immediate e comprensibili preoccupazioni in Israele. Solo che meno di 24 ore dopo il Presidente Trump, con un semplice post ha affermato che l’intesa nucleare non avrebbe avuto seguito alcuno se l’Arabia Saudita non avesse prima firmato gli Accordi di Abramo,con il conseguente riconoscimento di Israele. E qualche minuto dopo, il governo saudita naturalmente smentiva, ufficialmente e senza mezzi termini, che l’accordo con Washington sul nucleare civile avesse alcunchè a che vedere con gli Accordi di Abramo sui quali la posizione saudita restava quella di sempre. Ossia che una possibile adesione saudita poteva essere presa in considerazione a Riad solo dopo che fosse avviata a realizzazione la creazione di uno Stato sovrano palestinese.
I sauditi hanno ammonito gli americani che gli accordi tra Stati non si modificano a mezzo di un tweet.
Se possibile, questo scontro – perchè di questo si è trattato – sul nucleare civile aggiunge un ulteriore, importante elemento di sfiducia nel rapporto tra le Monarchie sunnite e l’America, circa l’affidabilità delle garanzie di sicurezza che sono la ragione dell’alleanza con Washington e della presenza di basi militari americane in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait. Come se non bastasse, la spartizione del controllo su Hormuz tra Iran e Oman e il possibile riconoscimento da parte americana di quella spartizione priva di fondamento giuridico, crea un vero cappio al collo di quelle Monarchie,avendo come unico obbiettivo quello di permettere a Trump di districarsi da questa guerra. Venendo all’Europa, in un contesto del genere ancor meno senso finisce col rivestire il tentativo soprattutto britannico, di creare una qualche forma di coalizione europea per collaborare con gli Stati Uniti ad assicurare la sicurezza del traffico nello Stretto.
In termini di crescente ed irreparabile tensione nel rapporto transatlantico, il resto lo fanno le minacce rivolte all’Europa ieri da Trump, nella sua scomposta reazione alla multa di 890 milioni di Euro giustamente imposta dalla Unione Europea a Google per concorrenza sleale ed utilizzo del proprio motore di ricerca per favorire la vendita di propri prodotti. Stavolta l’Europa dovrebbe mantenere il punto. Non è impossibile contrapporsi a Trump. Se l’hanno fatto la Cina, il Canada e il Brasile, possiamo farlo anche noi. Potrebbe essere finalmente arrivata la goccia che fa traboccare il vaso.
*Ambasciatore A. R.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
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