Da Yellowstone alle Dolomiti: il mestiere del ranger sbarca in Val di Fassa


Le Dolomiti sono uno dei patrimoni naturali più preziosi che abbiamo. Ogni estate migliaia di turisti scelgono questi territori per vivere la montagna, respirare la natura e ammirare paesaggi unici al mondo. Tuttavia, l’aumento costante delle presenze turistiche porta con sé anche nuove sfide: la tutela dell’ambiente, il rispetto delle regole e la sicurezza lungo i sentieri diventano aspetti sempre più importanti. È proprio da questa esigenza che nasce il progetto dei Dolomites Ranger, un’iniziativa che ho avuto il piacere di vivere in prima persona durante la scorsa estate in Val Gardena.

Il progetto, avviato inizialmente come esperienza pilota, ha dimostrato fin da subito la propria utilità sul territorio. I risultati ottenuti sono stati così positivi che oggi si è deciso di estendere la presenza dei ranger in altre vallate dell’Alto Adige ed anche in Val di Fassa, confermando quanto questa figura sia ormai fondamentale per le aree dolomitiche. Le Dolomiti stanno cambiando, e con loro cambia anche il modo in cui le persone le vivono. Più presenze, più esigenze, più rischi, più domande. E per rispondere a tutto questo, servono persone: non solo regole, non solo infrastrutture, ma presenza umana.

Col tempo ho iniziato a riflettere su quanto questo ruolo fosse antico, molto più antico di quanto immaginiamo. I primi ranger della storia non sono nati qui, ma dall’altra parte del mondo, nel Parco Nazionale di Yellowstone, alla fine dell’Ottocento. Anche lì, come oggi sulle Dolomiti, la natura attirava sempre più persone, e serviva qualcuno che sapesse proteggerla senza allontanare chi voleva viverla. I ranger americani non erano solo guardiani ma uomini incaricati di proteggere un territorio immenso e ancora poco conosciuto, minacciato da bracconieri, incendi e sfruttamento incontrollato. Erano educatori, narratori, mediatori. E in fondo, più di un secolo dopo, il cuore del nostro lavoro è ancora lo stesso.

Svolgendo il ruolo del ranger, giorno dopo giorno, lungo i sentieri della Val Gardena ho imparato qualcosa di estremamente semplice, ma profondamente vero: la montagna non si tutela con i divieti, ma con le relazioni. Non con la repressione, ma con l’educazione. Non con la distanza, ma con il dialogo. Durante i miei turni ho capito che il mio lavoro non era solo operativo, ma profondamente culturale. La mia presenza sul territorio aveva un valore che andava oltre la prevenzione dei comportamenti scorretti: contribuiva a costruire una governance relazionale, un modo diverso di vivere la montagna. Educare invece di criminalizzare non è solo una scelta etica: è una strategia efficace. Le sanzioni possono far rispettare una regola nell’immediato, ma non cambiano la mentalità.

Il dialogo sì. Quando una persona comprende davvero il perché di una norma, tende a rispettarla non solo in quel momento, ma anche in futuro, e magari in altri luoghi. Durante la mia esperienza e grazie anche al tirocinio svolto all’interno del progetto, ho potuto osservare da vicino anche quanto il contatto umano sia determinante. Oggi i semplici cartelli informativi vengono spesso ignorati o letti superficialmente. Molti turisti hanno bisogno di un confronto diretto, di qualcuno che possa spiegare, consigliare e sensibilizzare in modo immediato e umano.

Il ruolo del ranger non è soltanto quello di far rispettare le regole. Certamente il presidio del territorio aiuta a prevenire comportamenti scorretti e a ridurre situazioni di rischio, ma il vero valore aggiunto è proprio la relazione con le persone. Ogni giorno mi sono trovata a dare indicazioni sui sentieri, aggiornamenti sulle condizioni meteorologiche e suggerimenti utili per affrontare la montagna in sicurezza. In molti casi è bastata una semplice conversazione per evitare escursioni affrontate con leggerezza o per sensibilizzare i visitatori sull’importanza di rispettare l’ambiente.

Le funzioni operative dei ranger si intrecciano quindi con un’importante attività di educazione e prevenzione. La presenza sul territorio permette infatti di intervenire in tempo reale, riducendo i rischi e migliorando la gestione della sicurezza. Ma soprattutto permette di creare consapevolezza: far capire che le Dolomiti non sono soltanto un luogo da fotografare, o dove immortalarsi con i selfie in posti pericolosi ma un ecosistema fragile che va protetto e rispettato.

Ricordo che in una forcella dove i turisti arrivavano principalmente per farsi i selfie, nessuno si accorgeva che sullo stesso prato brillavano delle stelle alpine. Quando lo facevo notare, vedevo quanto i turisti apprezzassero questo piccolo grande particolare e finalmente volgevano lo sguardo alla natura piuttosto che allo schermo dei telefonini. Ho potuto constatare personalmente quanto i turisti apprezzino la presenza di una figura di riferimento lungo i percorsi più frequentati. Molte persone cercano informazioni, rassicurazioni e consigli pratici.

Shiatsu Zuo

Avere qualcuno disponibile ad ascoltare e ad accompagnare il visitatore, anche solo con poche parole, cambia completamente il modo di vivere la montagna. Le Dolomiti non sono un semplice sfondo fotografico: sono un ecosistema vivo, delicato, che ha bisogno di essere compreso prima ancora che protetto. E io, in quei mesi, ho avuto il privilegio di essere un ponte tra questo territorio e chi lo attraversa. Se oggi guardo indietro, so che ogni conversazione, ogni spiegazione, ogni sorriso ha contribuito a rendere la montagna un po’ più rispettata. E so anche che questo modello, basato sulla relazione e sull’educazione, può diventare un esempio per molte altre realtà. Perché la montagna si protegge così: una persona alla volta, una parola alla volta, un gesto alla volta.

L’introduzione dei ranger in Val di Fassa rappresenta quindi un passo importante per il futuro delle Dolomiti. È la dimostrazione che investire nella presenza umana sul territorio è una scelta necessaria, non solo per garantire sicurezza, ma anche per preservare la bellezza e l’equilibrio di questi luoghi straordinari.

Chiara Bau

Pixelia


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