C’è un Istituto di detenzione, alla periferia di Roma, che da solo racconta molte contraddizioni della giustizia minorile italiana: è l’unico nel Paese a ospitare sia ragazzi che ragazze detenute, ed è guidato da un Direttore che ha scelto di misurarsi ogni giorno con adolescenti spesso più simili a “naufraghi” che a criminali. Nell’ambito dell’indagine sulla devianza giovanile in Italia, pubblicata a giugno 2026, abbiamo intervistato il Dottor Giuseppe Chiodo, Direttore dell’Istituto penale per i minorenni “Casal del Marmo”, per capire cosa significhi davvero dirigere un carcere per minori oggi: come è cambiata la criminalità minorile, chi sono i ragazzi che abitano l’Istituto, quali reati commettono e perché, che cosa non funziona nel sistema e che cosa si potrebbe cambiare. Ne è nata una testimonianza diretta, lontana dai luoghi comuni e dalle narrazioni televisive.
Dottor Chiodo, ci può raccontare il suo percorso formativo e professionale?
Grazie intanto dell’opportunità di discutere di giustizia minorile e, soprattutto, di esecuzione penale minorile intramuraria, che è spesso un tema trascurato, in passato relegato molte volte ad appendice dell’esecuzione penale per gli adulti. Il mio percorso formativo e professionale è abbastanza variegato e parte dall’Università. Dopo la laurea in giurisprudenza, ho conseguito un Dottorato di ricerca in Diritto penitenziario e sono stato docente a contratto in scuole di specializzazione; ho insegnato in alcuni master e parallelamente, per non perdere il contatto con la realtà, ho esercitato la professione di avvocato. Al culmine dei miei studi in materia penitenziaria, è stato pubblicato il bando di questo concorso. Ho partecipato alle prove e adesso sono qui a dirigere l’Istituto penale per i minorenni di Roma. È un incarico che, oltre alla preparazione conseguita con i miei studi e a quella del corso di formazione della durata di un anno previsto dalla normativa vigente, richiede una formazione continua in materie anche molto diverse: ad esempio, gli appalti pubblici e la contabilità penitenziaria, che sono materie che tradizionalmente non trovano spazio nei percorsi universitari.
Parliamo dell’Istituto penale minorile “Casal del Marmo” di Roma: dimensione, organizzazione, capienza.
L’Istituto si estende su uno spazio molto grande di 12mila metri quadri, e ha delle particolarità che forse lo rendono unico nel suo genere: molti spazi verdi assai utili a testare l’autonomia dei ragazzi. Esistono in questo momento tre plessi detentivi in uso: due per la popolazione maschile e uno per la popolazione femminile. Qualunque attività dei ragazzi, eccetto quelle di alimentazione e di riposo quotidiano, si svolge fuori da questi plessi. Quindi, i ragazzi devono uscire dalla propria palazzina per recarsi a scuola o per fare attività sportiva. La permanenza all’interno della palazzina è limitata alle cause disciplinari o sanitarie e, in genere, come dicevo prima, ai momenti di alimentazione e riposo. Due palazzine detentive, destinate ai detenuti di sesso maschile, con una capienza complessiva di 52 posti, e una palazzina femminile molto ampia, oggetto di recente ristrutturazione, con una capienza di 27 posti. Il nostro Ipm è l’unico in Italia, al momento, che ospita sia persone detenute di sesso maschile che di sesso femminile.
In questo preciso momento quanti detenuti avete?
Stamattina avevamo 49 ragazzi detenuti e 6 ragazze.
Non avete dunque il problema del sovraffollamento.
Lo abbiamo avuto in altri momenti in passato ma non in questo periodo.
Ci dica anche delle varie professioni e della loro distribuzione numerica all’interno dell’Istituto.
L’Istituto funziona molto con équipe multidisciplinari, cioè combinazioni di professionalità che seguono i singoli ragazzi. In termini numerici, il comparto più importante è quello della Polizia penitenziaria, quindi di agenti e di un Dirigente (Comandante di Reparto). Poi vi sono i funzionari della professionalità pedagogica, cioè gli educatori, che nel minorile hanno una formazione specifica diversa da quella degli educatori negli Istituti per adulti. Abbiamo poi il personale medico ‒ che non dipende più dalla nostra Amministrazione ma dall’Asl competente per territorio ‒ e il personale amministrativo e contabile. Parliamo complessivamente di circa 80 agenti di Polizia penitenziaria, di 19 educatori e di una trentina di persone negli altri comparti.
Quali sono le voci di costo maggiore di un carcere minorile?
Le voci di costo maggiore sono quelle che riguardano la vita quotidiana dei detenuti: l’alimentazione, i beni di consumo giornalieri, gli arredi, le camere di pernottamento. Negli Istituti minorili si registrano spesso eventi critici e danneggiamenti. Una voce molto gravosa, e altrettanto in sofferenza, è la manutenzione della struttura, del fabbricato e delle aree verdi. Seguono gli stipendi del personale.
Direttore, entriamo nei temi della nostra ricerca. Dal punto di vista sociale si ha la sensazione che i reati commessi dai minori negli ultimi anni siano cambiati. È così?
La mia esperienza nella giustizia minorile è iniziata l’1 dicembre 2023, quindi il mio angolo visuale è piuttosto ristretto. In questo anno e mezzo, però, ho notato un aumento della violenza nei reati, che restano comunque tipologie tradizionalmente registrate negli anni precedenti: contro il patrimonio, in materia di stupefacenti e altri molto gravi. Anche i reati contro il patrimonio sono oggi connotati da violenza: registriamo, ad esempio, molte rapine commesse in modalità più cruente rispetto al passato.
Soffermiamoci sulla distribuzione anagrafica dei ragazzi detenuti.
La popolazione detentiva, oggi come negli ultimi anni, è costituita prevalentemente da ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Bisogna ricordare che nei penitenziari minorili si interviene su una forbice molto ampia, dai 14 ai 25 anni, e che all’interno di questa forbice succede di tutto a livello di cambiamenti nella personalità e nel carattere. Lo vediamo nei ragazzi con pene lunghe o recidivi: percepiamo con chiarezza le variazioni anagrafiche e di personalità. Al momento, nel nostro Istituto la popolazione è composta prevalentemente da minorenni e, per il 60% circa, da stranieri. Devo dire che noi riusciamo spesso a lavorare bene anche con i ragazzi maggiorenni, che hanno maggiore ricettività e maturità. In negativo, però, questi ragazzi esercitano una certa leadership criminale sui più giovani, favorendo il proselitismo. A questo proposito il ruolo della Polizia penitenziaria, che partecipa all’osservazione del trattamento, è determinante.
Accennava prima alla criminalità comune. Qual è la reale incidenza, invece, delle gang minorili e della violenza organizzata?
Per la criminalità maschile, legata al territorio di Lazio, Abruzzo e Molise, non notiamo un’emergenza. Capita raramente che i reati siano commessi da gruppi di ragazzi, ma appaiono aggregazioni occasionali, formatesi solo per commettere quel reato e poi dissolte. Non hanno la strutturalità di vere associazioni criminali.
Qual è il suo punto di vista sulla “devianza da benessere”, ragazzi di buona famiglia che, per noia o paura, portano magari un coltello e finiscono per usarlo.
La criminalità è un fenomeno trasversale. Spesso nasce dal disagio economico, come nel caso dei minori stranieri non accompagnati, che vivono una “devianza da sopravvivenza”. Tuttavia, qualche caso di devianza da benessere lo registriamo. Più che di benessere, però, parlerei di “devianza da noia”: un eccesso di stimoli porta i ragazzi a spostare sempre più in alto l’asticella dell’adrenalina. E così si arriva a reati con conseguenze irreversibili.
A proposito di immigrati, lei citava che il 60% circa della popolazione detenuta è straniera. Contesti e peculiarità?
La migrazione è cambiata. Prima partivano i migliori della famiglia, investiti di un incarico e con un progetto di scalata sociale. Oggi, invece, spesso partono ragazzi difficili da gestire, con problemi con la legge, disturbi di personalità, o ragazzi incaricati di guadagnare per la famiglia in qualunque modo. Ciò ci rende deboli sul piano educativo: una “borsa lavoro” offerta dall’Istituto non potrà mai competere con i guadagni di una piazza di spaccio.
Il professor Froggio dell’Università Pontificia Salesiana, intervistato nell’ambito di questa stessa indagine, ha detto: «Il legame tra stress e comportamenti delinquenziali è ben documentato. La migrazione è uno di quegli eventi in cui lo stress può raggiungere livelli critici, soprattutto nei giovani può diventare un fattore di rischio, una miccia che, sommata ad altri elementi, può contribuire all’insorgenza di comportamenti devianti anche seri».
Sì, certo. Sono temi comuni. Lo stress nasce dal fallimento del progetto migratorio: i ragazzi partono con il sogno di guadagnare cifre alte in poco tempo, ma spesso i progetti naufragano. Allora per arrivare a fine giornata si ritrovano a commettere reati di sopravvivenza. In molti trovano nel carcere un ammortizzatore sociale: pasti regolari, un tetto sopra la testa, un posto dove dormire e acqua corrente per lavarsi.
Quali dinamiche esistono tra gli stranieri e gli italiani all’interno del carcere?
Sono spesso dinamiche conflittuali. La distribuzione dei minori stranieri non accompagnati è cambiata: prima erano concentrati negli Istituti del Nord mentre oggi ‒ in ragione di numeri crescenti e per il fatto che, non avendo riferimenti familiari, non vi sono affettività da mantenere ‒ vengono distribuiti anche al Centro-Sud. Con i ragazzi italiani si creano convivenze forzate, il che genera dinamiche di scontro importanti, per noi un tema quotidiano.
Quale ruolo hanno i social network nei comportamenti criminali dei giovani?
Per la nostra utenza, composta prevalentemente da minori stranieri non accompagnati, non percepiamo una particolare influenza negativa da parte dei social network. La vediamo, invece, nei ragazzi italiani, che li usano per promuovere la loro immagine deviante. Alcuni reati sono commessi attraverso i social: violenze sessuali, adescamenti, diffusione di materiali sessualmente espliciti senza il consenso della parte.
Esiste un modello ideale di Istituto minorile che funziona?
Per la nostra esperienza quotidiana, il modello più efficace è quello con numeri bassi: Istituti piccoli o medio-piccoli. In questi contesti si riesce a garantire meglio la cura della persona, così come il trattamento e il successivo reinserimento. Altrettanto utile si è dimostrato il “governo stabile” dell’Istituto, ossia la continuità delle sue cariche apicali: si pensi agli esempi di Nisida e di Bari.
Direttore, quali sono le carenze principali del sistema penitenziario minorile in Italia?
Abbiamo carenze quantitative e professionali della Polizia penitenziaria, spesso sotto organico e senza una formazione specifica adeguata. Abbiamo carenze strutturali: scarsa manutenzione ordinaria delle strutture e difficoltà stratificate negli anni. Infine, abbiamo una forte carenza di personale amministrativo-contabile, che i concorsi non riescono a colmare.
A proposito di Polizia penitenziaria, De Blasis scrive che il futuro sta nella specializzazione. A che punto siamo?
Dal 2009 esiste la specializzazione per il trattamento dei detenuti minorenni. Ha funzionato bene fino al 2015, quando la formazione è passata al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che gestisce prevalentemente gli Istituti per adulti. Così anche i fondi sono andati in quella direzione. Oggi c’è una criticità: i giovani agenti possono essere assegnati subito al minorile, anche appena dopo il corso. Sarebbe preferibile che maturassero prima un’esperienza negli Istituti per adulti. Spesso capita che i detenuti abbiano la stessa età degli agenti, e ciò riduce autorevolezza nella gestione di personalità in evoluzione.
Direttore, lei stesso è un giovane in relazione al suo ruolo di responsabilità.
Con i detenuti lo gestisco bene: molti di loro provengono da famiglie dove si diventa genitori poco oltre l’adolescenza, quindi per loro potrei essere addirittura nonno. I colleghi, invece, potrebbero avere un pregiudizio verso i dirigenti giovani. È per questo che bisogna dimostrare sempre il doppio. Per me, in realtà, è uno stimolo positivo, una sfida che mi spinge a formarmi e a lavorare di più.
Ritiene che ci sia una sovra-mediatizzazione della criminalità minorile in Italia?
Sì, c’è una sovra-rappresentazione della criminalità minorile, pur riconoscendo che è aumentata la violenza nei reati commessi. Serve cautela nella rappresentazione dei fenomeni. Bisogna ancorarsi ai dati, non all’eco di singoli fatti di cronaca. Altrimenti si rischia di influenzare negativamente l’opinione pubblica, e di riversare pressione immotivata sui decisori politici.
La serie televisiva Mare fuori ha avuto un forte riscontro di pubblico. L’ha vista?
Ho visto i primi sette minuti e ho interrotto la visione: mi sembrava poco rispondente alla realtà. Credo che Mare fuori abbia contribuito a diffondere una narrazione distorta degli Istituti di pena minorile, più da soap che da documentario. È stata negativa per la rappresentazione della realtà detentiva, positiva per aver riportato il tema all’attenzione pubblica.
Tre idee concrete per migliorare il sistema da trasformare in disegni di legge.
Così, a caldo, direi: la specializzazione degli agenti destinati al minorile, prevedendo una soglia di anzianità di servizio prima dell’assegnazione; l’assegnazione di maggiori fondi per la manutenzione ordinaria degli Istituti: un ambiente salubre migliora il benessere dei detenuti, riduce i conflitti e rende più vivibile il lavoro del personale; rafforzare gli investimenti nella prevenzione: i ragazzi, le famiglie difficili, i minori stranieri non accompagnati devono essere intercettati e sostenuti prima che si compiano reati. Il carcere deve essere davvero l’ultima spiaggia, non la prima risposta.
*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes
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