Ceuta ormai è il pretesto di USA, Israele e destra UE per attaccare Sanchez


I numeri sono quelli della peggiore crisi migratoria della storia recente della Spagna: 72mila ingressi, 88 vittime e decine di migliaia di rimpatri. I fatti di Ceuta, tuttavia, non si limitano ai numeri; si sono trasformati, piuttosto, in una leva geopolitica per regolare conti politici e portare avanti interessi nazionali e internazionali. Mentre il massiccio afflusso di persone migranti verso Ceuta si va esaurendo, Washington e Tel Aviv hanno sfruttato la crisi per scagliarsi contro Pedro Sánchez. Una vera e propria “punizione”, come la definisce parte della stampa internazionale, nei confronti di un governo che negli ultimi mesi si è contrapposto all’agenda bellicista di Trump e al genocidio palestinese. Nel frattempo, la grande maggioranza dei partner europei, guidati dall’Italia di Meloni, ha contribuito al progressivo isolamento di quello che, almeno sulla carta, dovrebbe essere un alleato. Tra attacchi al governo spagnolo e pressioni su Bruxelles per irrigidire ulteriormente le politiche migratorie, il risultato è uno sgretolamento del principio di solidarietà spesso richiamato dai politici comunitari e sancito dagli stessi trattati fondativi dell’Unione.

A meno di una settimana dai fatti di Ceuta, la crisi sta rientrando. Delle circa 72mila persone migranti entrate nell’exclave spagnola, almeno 70mila sono già state rimpatriate senza che venissero registrati gravi incidenti. Sul piano politico, però, la questione ha ormai smesso di essere soltanto migratoria. Fin dal primo giorno, l’amministrazione Trump ha sfruttato la crisi per attaccare il governo spagnolo di Pedro Sánchez, attribuendogli la responsabilità degli ingressi: «Questo inaccettabile incidente è il risultato diretto degli sforzi deliberati del governo spagnolo volti a consentire e agevolare l’immigrazione clandestina di massa in Europa», si legge in un comunicato del Dipartimento di Stato statunitense. Trump, invece, ha definito quanto accaduto a Ceuta una «invasione» e ha approfittato della vicenda per lanciare una stoccata ai Democratici: «La stessa cosa accadrà anche a noi se i Repubblicani non verranno eletti, solo che sarà peggio, molto più grande e molto più facile da ottenere». Lo stesso Dipartimento di Stato ha annunciato di stare «valutando azioni per difendere i cittadini americani, sia in patria che all’estero, da questa minaccia».

La strategia statunitense appare duplice: da una parte colpire Sánchez e, più in generale, il centrosinistra internazionale; dall’altra sfruttare la crisi come leva per consolidare il consenso interno e – stando agli annunci del Dipartimento di Stato – giustificare un ulteriore irrigidimento delle politiche di controllo delle frontiere. Del resto, i rapporti tra Sánchez e Trump sono da tempo ai minimi termini. Il premier spagnolo ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari spagnole per gli attacchi contro l’Iran e si è rifiutato di portare la spesa militare al 5% del PIL, l’obiettivo fissato al vertice NATO dell’Aia e fortemente voluto dall’amministrazione Trump. In generale, il governo spagnolo è uno dei pochi ad aver ripetutamente preso posizione contro le politiche del governo Trump e le sue campagne militari, come nei casi dell’Iran, di Cuba e del Venezuela.

Anche sul genocidio a Gaza la posizione del governo spagnolo ha provato a distinguersi dagli alleati europei. Nonostante una prima fase, durante la quale Sanchez reiterò il «diritto di Israele a difendersi», nel corso degli anni la sua posizione si è mossa verso una condanna netta dei crimini di guerra del governo Netanyahu. Il governo spagnolo è stato tra i primi Stati europei a riconoscere lo stato palestinese dal 2023 e nell’estate del 2025 ha annunciato una serie di misure per porre fine alla compravendita di armi e munizioni con lo Stato di Israele. Analogamente a quanto fatto dagli USA, anche Israele sta assumendo una postura critica nei confronti della Spagna: «La Spagna, che non perde mai l’occasione di impartire lezioni a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta in seguito alla crisi legata alla sua politica migratoria. Forse, prima di continuare a farci la morale, sarebbe ora che spiegasse al mondo perché continua a mantenere enclavi coloniali in Africa», ha scritto l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon.

Le parole di Danon sembrano contenere un’accusa neanche troppo implicita nei confronti della Spagna: Madrid denuncia l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, ma continua a mantenere due enclavi sulla costa nordafricana. L’accostamento, tuttavia, è quanto meno controverso. Lo status giuridico e storico di Ceuta e Melilla è infatti profondamente differente da quello dei Territori palestinesi occupati. Melilla appartiene alla Corona spagnola dalla fine del XV secolo, mentre Ceuta passò definitivamente alla Spagna nel XVII secolo, molto prima dell’instaurazione del protettorato spagnolo in Marocco e dell’attuale dinastia alawita. Per questo motivo, il governo spagnolo considera entrambe parte integrante del proprio territorio nazionale e respinge qualsiasi assimilazione con un regime di occupazione coloniale. In questo contesto, il richiamo di Danon appare più come un tentativo di ribaltare sul piano politico le accuse rivolte da Madrid nei confronti del governo Netanyahu, distorcendo il quadro storico e giuridico della vicenda.

A sfruttare politicamente il caso di Ceuta è soprattutto l’Europa. Qualche giorno fa, 22 Stati del Vecchio Continente hanno chiesto alle istituzioni europee la convocazione di una riunione urgente, «per una valutazione congiunta della situazione e la definizione di una risposta europea coordinata». La lettera è stata promossa dall’Italia ed è stata firmata da tutti i membri dell’UE fatta eccezione per Francia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e, naturalmente, Spagna. «Le immagini arrivate da Ceuta hanno dimostrato ancora una volta quanto sia urgente una risposta europea all’immigrazione clandestina», ha dichiarato Giorgia Meloni, nel tentativo di utilizzare l’ondata migratoria che ha investito Ceuta come trampolino per irrigidire ulteriormente le politiche migratorie europee.

La stessa decisione di chiudere temporaneamente lo spazio Schengen tra Italia e Spagna trova come unica possibile lettura quella propagandistica e politica, nel senso che è oggettivamente priva di ogni razionalità logica. Vi sono infatti tre elementi inconfutabili che rendono del tutto impossibile che i migranti possano arrivare in Italia: 1) Ceuta geograficamente si trova in Africa, quindi i migranti dovrebbero attraversare l’intero Mediterraneo per arrivare senza permesso; 2) Anche se, per assurdo, riuscissero a raggiungere la Spagna continentale ributtandosi tutti insieme in mare, dovrebbero poi percorrere migliaia di km attraversando l’intera Francia per arrivare in Italia; 3) l’ipotesi che arrivino direttamente da Ceuta imbarcandosi su qualche mezzo di trasporto civile è folle, se non altro perché l’enclave spagnola non ha un aeroporto né collegamenti marittimi diretti con l’Italia. Al solito l’interesse italiano, e di molte forze politiche in Europa, pare quello di usare il fatto come ingrediente nella campagna elettorale permanente.

Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.




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