Donne e lavoro. Un confronto tra l’Italia e il resto d’Europa. Il confronto per migliorarsi e domandarsi se stiamo andando verso la giusta strada.
L’Italia può davvero definirsi un Paese moderno se non continua a valorizzare il lavoro delle donne?
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma per milioni di donne, il lavoro continua ad essere un diritto più difficile da esercitare, una carriera più complicata da costruire e un traguardo più arduo da raggiungere.
I numeri raccontano una realtà che dovrebbe interrogare la politica, le imprese e l’intera società. Se è vero che negli ultimi anni l’occupazione femminile è cresciuta, è altrettanto vero che il nostro Paese continua a occupare gli ultimi posti in Europa per partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Non si tratta di una semplice differenza statistica: è un ritardo strutturale che pesa sulla crescita economica, sulla natalità, sul benessere delle famiglie e sulla competitività dell’Italia.
L’Italia a confronto con il resto d’Europa
Oggi il tasso di occupazione femminile nel nostro paese si attesta intorno al 60%, mentre quello maschile supera l’80%. Tradotto in termini concreti significa che lavorano circa sei donne su dieci contro otto uomini su dieci. Nessun altro paese europeo presenta un divario così ampio.
Il confronto con il resto dell’Europa è impietoso. In Svezia, Paesi Bassi, Germania e Danimarca le differenze tra uomini e donne sono molto più contenute, grazie a sistemi di welfare, servizi per l’infanzia e politiche di conciliazione che permettono alle donne di non dover scegliere tra maternità e carriera. L’Italia, invece, continua a scaricare sulle famiglie – e in particolare sulle madri – gran parte del lavoro di cura.
Ma il problema non è soltanto trovare un’occupazione e mantenerla. È anche riuscire a crescere professionalmente.
Quando si osservano le posizioni dirigenziali, il cosiddetto “soffitto di cristallo” appare ancora ben visibile. Poco più di un manager italiano su quattro è una donna. Significa che, nonostante livelli di istruzione superiori rispetto agli uomini, le lavoratrici incontrano ancora ostacoli nell’accesso ai ruoli decisionali. Non è una questione di capacità bensì di opportunità.
Le donne italiane, infatti, conseguono mediamente risultati scolastici migliori, si laureano più frequentemente e abbandonano meno gli studi. Eppure questo vantaggio formativo non si traduce in una pari presenza nei vertici delle aziende, della pubblica amministrazione o delle professioni.
Il divario del salario
Il tema del divario salariale, spesso al centro del dibattito pubblico, rappresenta solo una parte del problema. In Italia il vero nodo è ancora più profondo: troppe donne non lavorano affatto oppure sono costrette ad accettare occupazioni part-time involontari, contratti precari e interruzioni della carriera legate alla maternità e alla mancanza di servizi adeguati.
È di pochi giorni fa un comunicato stampa della città metropolitana di Milano “Dimissioni volontarie dei neo genitori: nella città metropolitana di Milano il 76% sono donne”. Nel 2026? Si fa fatica a credere: in un’epoca dove si parla di AI, finanza, emancipazione,ecc….ancora si verificano tali situazioni, tra l’altro si sta parlando di una città come Milano!! Sembra assurdo che i servizi a disposizione delle lavoratrici madri siano così difficili da prevedere. Non solo non si va avanti, ma addirittura si sta regredendo sempre di più, Per non parlare dell’assistenza genitoriale (in un’epoca in cui l’aspettativa di vita è sempre più lunga) dove il peso ricade sempre più sui figli .
Tra conseguenze e ricadute
Le conseguenze si riflettono sull’intero arco della vita. Minori stipendi significano minori contributi previdenziali e, quindi, pensioni più basse. Una fragilità economica che aumenta il rischio di dipendenza finanziaria e di povertà, soprattutto in età avanzata.
Le ricaduta, però, non riguardano soltanto le donne. Riguardano l’intero sistema Paese.
Secondo numerosi studi economici, un incremento significativo dell’occupazione femminile determinerebbe una crescita del prodotto interno lordo, maggiori entrate fiscali, una più elevata sostenibilità del sistema pensionistico e un aumento della produttività. In altre parole, valorizzare il lavoro femminile non è una concessione alle pari opportunità, ma un investimento sulla crescita economica nazionale.
Il quesito
La domanda, allora, è inevitabile: può un Paese permettersi di lasciare inutilizzato una parte così consistente del proprio capitale umano?
L’Italia continua a formare donne preparate, competenti e altamente qualificate. Ma troppo spesso, invece di trasformare questo patrimonio in sviluppo, lo disperde. C’è chi rinuncia a lavorare perché non trova servizi adeguati, chi rallenta la propria carriera per assistere i figji o i genitori anziani, chi si ferma davanti a un soffitto di cristallo che, nonostante i progressi degli ultimi anni, rimane ancora sorprendentemente resistente.
Il futuro dell’Italia passa anche da qui. Perché un Paese che non riesce a valorizzare il talento delle proprie donne non penalizza soltanto metà della popolazione: limita le proprie possibilità di crescita, di innovazione e di sviluppo: E, in un’Europa che corre verso una maggiore inclusione, rischia di restare ancora una volta indietro.
In Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Germania la partecipazione femminile al lavoro è decisamente più elevata. Non perché le donne siano più preparate di quelle italiane, ma perché esistono servizi per l’infanzia più diffusi, congedi meglio organizzati, una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e una cultura del lavoro che considera la maternità un evento naturale della vita, non un ostacolo alla produttività.
PER TUTTE LE ALTRE NEWS DI ATTUALITA’
Leggi anche:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Loretta Cardoni
Source link



