di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Quasi un milione di giovani under 35 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord tra il 2002 e il 2024. Più di un terzo di loro portava con sé una laurea. È il dato che lo Svimez colloca al centro del suo ultimo rapporto, “Un Paese, due emigrazioni”, e che il Rapporto annuale Istat 2026 conferma con un aggiornamento altrettanto netto: nel solo 2024 l’Italia ha perso 21mila giovani laureati, con un saldo negativo di 16mila unità per i giovani italiani, parzialmente compensato dall’arrivo di talenti stranieri. Numeri che raccontano una fuga di capitale umano su due fronti contemporaneamente: quello internazionale, verso l’estero, e quello, meno discusso ma altrettanto rilevante, interno ai confini nazionali.
È quest’ultimo il fenomeno su cui vale la pena soffermarsi, perché racconta qualcosa che la retorica consueta sulla “fuga dei cervelli” tende a semplificare. Non si tratta soltanto di giovani italiani che scelgono Londra, Berlino o gli Stati Uniti per costruire una carriera. Una parte consistente, e crescente, di questa emorragia si consuma dentro l’Italia stessa, con un flusso costante di laureati meridionali che si trasferisce verso le regioni del Centro-Nord. Lo Svimez calcola che, considerando anche i rientri, la perdita netta di popolazione nella fascia 25-34 anni nel Mezzogiorno superi le 500mila unità in poco più di vent’anni, di cui circa 270mila laureati. E il fenomeno si sta rafforzando anche sul piano qualitativo: se nel 2002 la quota di laureati tra i giovani meridionali diretti al Centro-Nord non superava il 20%, nel 2024 ha raggiunto quasi il 60%.
Le ragioni di questa mobilità selettiva non sono misteriose, e i dati Istat le confermano con precisione quasi chirurgica. I laureati che restano occupati nel Mezzogiorno percepiscono una retribuzione annua compresa tra i 40 e i 41mila euro lordi, il 20% in meno della media europea e il 12% in meno rispetto al valore medio nazionale. A parità di titolo di studio, un laureato del Nord ha inoltre una probabilità sensibilmente più alta di trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso formativo rispetto a un coetaneo del Sud. Il risultato è un incentivo economico difficile da ignorare per chi ha investito anni di studio nella propria formazione: restare significa, in molti casi, accettare una penalizzazione salariale e occupazionale strutturale.
Il Rapporto Istat aggiunge a questo quadro una dimensione ulteriore, che riguarda la geografia interna delle opportunità formative prima ancora che lavorative. Tra Centro-Nord e Mezzogiorno si registra un divario di 8,8 punti percentuali nella quota di popolazione laureata, differenza che si allarga ulteriormente se si osserva la fascia d’età tra i 25 e i 34 anni: mentre quasi tutte le regioni centro-settentrionali superano il 35% di giovani laureati, Sicilia e Puglia restano sotto la soglia del 25%. Ogni anno, oltre 150mila studenti del Mezzogiorno scelgono di iscriversi in atenei del Centro-Nord, un flusso che alimenta ulteriormente lo squilibrio territoriale ben prima che questi giovani entrino nel mercato del lavoro.
C’è, in questa dinamica, un rischio che va oltre la dimensione strettamente economica delle singole regioni coinvolte. Un Paese che perde in modo sistematico i propri laureati più mobili dalle aree interne e dal Mezzogiorno verso pochi poli urbani dinamici del Centro-Nord non sta soltanto redistribuendo il proprio capitale umano: lo sta concentrando in una porzione sempre più ristretta del territorio nazionale, con conseguenze dirette sulla capacità delle aree periferiche di generare a propria volta innovazione, impresa e servizi di qualità. È un circolo che tende ad autoalimentarsi: meno laureati restano in un territorio, minore diventa la sua capacità di attrarre investimenti che richiedono competenze qualificate, il che a sua volta spinge la generazione successiva a guardare altrove.
Per un sistema imprenditoriale diffuso come quello italiano, fatto in larga parte di piccole e medie imprese radicate nei territori, questa concentrazione progressiva del capitale umano qualificato rappresenta una sfida diretta. Le aziende del Mezzogiorno e delle aree interne si trovano a competere per attrarre e trattenere personale qualificato in condizioni strutturalmente sfavorevoli rispetto ai poli del Centro-Nord, in un contesto dove il differenziale salariale, per quanto in parte giustificato dal costo della vita, non basta da solo a spiegare un divario occupazionale e retributivo di questa entità.
Non esistono soluzioni semplici a un fenomeno che si è consolidato in oltre vent’anni di flussi migratori interni selettivi. Ma la fotografia scattata da Istat e Svimez offre almeno un punto di partenza utile per chi si occupa di politiche del lavoro e di sviluppo territoriale: il problema della dispersione del capitale umano italiano non si esaurisce nel confronto con l’estero, per quanto quel confronto resti significativo. Si gioca, in misura crescente, dentro i confini nazionali, in una geografia interna delle opportunità che rischia di consolidare un’Italia sempre più divisa tra territori che attraggono competenze e territori che, inesorabilmente, le perdono.
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Mariagrazia Lupo Albore
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