«Lo Zio Sam non può obbligare Madre Teresa a sostenere l’aborto»


Stato e Chiesa si sono scontrati su molte cose nella storia americana: l’istruzione, la sanità, il matrimonio, i diritti civili. Ma mai, sostengono i vescovi cattolici degli Stati Uniti, il governo federale aveva preteso che un’organizzazione religiosa collaborasse, sia pure indirettamente, a un aborto.

È da questa convinzione che nasce il caso oggi all’esame della Corte d’Appello del Quinto Circuito, una vicenda che parte da una legge sul lavoro e arriva all’eterna domanda: fino a che punto lo Stato può imporre una determinata interpretazione dei diritti senza entrare in collisione con la libertà religiosa?

«In 250 anni, la nostra nazione non ha mai permesso allo Stato di obbligare la Chiesa a sostenere l’aborto, e ora non è il momento di iniziare», ha dichiarato Laura Wolk Slavis, avvocata dello studio legale Becket che rappresenta un gruppo di organizzazioni cattoliche guidate dalla Conferenza episcopale statunitense nel caso United States Conference of Catholic Bishops v. EEOC. Gli enti religiosi chiedono ai giudici di proteggerli da quello che considerano un mandato federale incompatibile con i propri princìpi religiosi, il risultato di un’interpretazione normativa maturata durante l’amministrazione Biden.

Da una legge per aiutare le mamme

La vicenda ruota attorno al Pregnant Workers Fairness Act (PWFA), una legge approvata con ampio sostegno bipartisan ed entrata in vigore nel giugno 2023. Lo scopo del provvedimento era semplice e difficilmente contestabile: impedire che una donna fosse penalizzata sul posto di lavoro a causa della gravidanza.

La legge obbligava infatti i datori di lavoro a garantire accomodamenti ragionevoli ai dipendenti qualificati che affrontano gravidanza, parto o «condizioni mediche correlate». In pratica si trattava concedere pause aggiuntive, modificare gli orari, alleggerire temporaneamente alcune mansioni o introdurre altri adattamenti necessari durante la gestazione.

A una legge per aiutare l’aborto

Democratici e repubblicani la descrivevano come una misura di buon senso, estranea alle guerre culturali sull’aborto. Non a caso la stessa Conferenza episcopale degli Stati Uniti aveva sostenuto l’approvazione della norma insieme a centinaia di organizzazioni provenienti da mondi diversi.

La situazione è cambiata nel 2024, quando la Equal Employment Opportunity Commission (EEOC), l’agenzia federale incaricata di applicare la normativa, ha stabilito che le tutele previste dal PWFA dovessero estendersi anche alle lavoratrici che affrontano un aborto, stravolgendo la natura stessa del provvedimento. Una legge pensata per proteggere la maternità si sarebbe trasformata così, attraverso la regolamentazione amministrativa, in uno strumento capace di coinvolgere direttamente chiese, diocesi, scuole cattoliche e opere religiose nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Il ricatto dei burocrati alla Chiesa

Tuttavia secondo i ricorrenti, il nuovo assetto non obbligherebbe soltanto a concedere permessi o agevolazioni lavorative connesse all’aborto. Ma costringerebbe le organizzazioni religiose a rivedere procedure interne, regolamenti, comunicazioni ufficiali e perfino il linguaggio con cui descrivono la propria missione educativa e pastorale secondo princìpi coerenti con la propria fede.

«I burocrati hanno cercato di distorcere una legge bipartisan a tutela delle donne incinte e dei loro bambini non ancora nati, trasformandola in un obbligo per le chiese di agevolare l’aborto all’interno delle proprie strutture», ha rimarcato Wolk Slavis. «Se c’è una cosa su cui tutti dovrebbero essere d’accordo riguardo all’aborto, è che lo Zio Sam non può obbligare Madre Teresa a sostenerlo».

La prima battaglia in tribunale

Le organizzazioni cattoliche hanno impugnato la normativa già nel maggio 2024. Una prima decisione giudiziaria ha sì limitato alcuni effetti del provvedimento, ma senza risolvere il conflitto principale. Il tribunale ha infatti continuato a ritenere dovute determinate agevolazioni lavorative per condizioni come nausea, ansia o squilibri ormonali, sintomi che possono accompagnare anche un’interruzione di gravidanza.

Per i vescovi il problema non è soltanto morale: secondo la loro ricostruzione, il tribunale avrebbe interpretato in modo troppo restrittivo le esenzioni religiose previste dalla legge, rifiutandosi di applicare pienamente quelle tutele che il Congresso ha introdotto proprio per evitare che lo Stato interferisca nella vita interna delle comunità di fede.

Non è una disputa sull’aborto

Da anni negli Stati Uniti si combatte una battaglia sempre più intensa tra agenzie federali, tribunali e organizzazioni religiose. I fronti cambiano — contraccezione, matrimonio, identità di genere, sanità, istruzione — ma la questione di fondo resta: chi decide il significato concreto dei diritti e fino a che punto tale interpretazione può essere imposta? Lo studio Becket, che da anni difende organizzazioni religiose in controversie simili, cita a sostegno della propria posizione un dato del Religious Freedom Index 2025: l’80 per cento degli americani ritiene che le organizzazioni private debbano poter operare secondo le proprie convinzioni religiose.

«Tutti gli altri tribunali che hanno esaminato le obiezioni religiose a questo obbligo hanno tutelato le chiese, e speriamo che anche la Corte d’Appello del Quinto Circuito faccia lo stesso», affermano i legali.

«Calpestato il diritto all’obiezione di coscienza»

Nelle ultime settimane la Corte ha ricevuto nuove memorie e ulteriori interventi di parti terze, mentre il calendario processuale resta ancora aperto dopo il rinvio per alcuni passaggi procedurali. Formalmente si tratta di una controversia sul diritto del lavoro e sull’interpretazione di una legge federale. Ma riguarda anche il ruolo delle agenzie amministrative nel sistema americano e il loro potere di ridefinire, attraverso regolamenti e interpretazioni, il significato concreto delle leggi approvate dal Congresso.

Non è un caso che a sostegno della causa dei vescovi siano intervenuti anche cinquanta tra deputati e senatori: secondo i parlamentari, «ignorando la legge approvata dal Congresso, l’EEOC ha trasformato il PWFA in un draconiano mandato nazionale di agevolazioni per l’aborto che calpesta il diritto all’obiezione di coscienza, comprese alcune delle stesse organizzazioni religiose che hanno sostenuto il PWFA».


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 Caterina Giojelli

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