Nel dibattito politico italiano l’immigrazione è spesso affrontata con slogan semplici e immediatamente comprensibili. Tra questi, uno dei più ricorrenti è la promessa di “espellere tutti gli immigrati irregolari”. Una formula efficace dal punto di vista comunicativo, ma che, alla prova dei fatti, si scontra con una realtà molto più complessa. Secondo le ultime stime della Fondazione ISMU, al 1° gennaio 2025 in Italia erano presenti circa 5,9 milioni di cittadini stranieri. Di questi, circa 339 mila risultavano in condizione di irregolarità. Si tratta di una quota significativa, ma pari a meno del 6% dell’intera popolazione straniera presente nel Paese. La stragrande maggioranza degli immigrati, dunque, vive e lavora regolarmente in Italia. È proprio attorno a quei 339 mila irregolari che ruota gran parte della narrazione politica. Ma cosa significherebbe, concretamente, procedere alla loro espulsione?
Nel 2025 in Italia erano presenti circa 5,9 milioni di cittadini stranieri, di cui circa 339 mila risultavano in condizione di irregolarità
Un primo elemento riguarda i costi. Un decreto del Capo della Polizia ha fissato il costo medio di un rimpatrio in 3.637,87 euro per persona. Applicando questa cifra all’intera popolazione irregolare stimata, il conto supera già 1,2 miliardi di euro. A questa somma andrebbero poi aggiunti i costi legati all’eventuale trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), alle attività di identificazione, ai ricorsi giudiziari, alle scorte di polizia e ai trasferimenti internazionali. Ma il vero problema non è soltanto economico. È strutturale. Oggi l’Italia dispone di circa dieci CPR, per una capienza complessiva che si aggira intorno ai 1.500 posti. Se si volesse trattenere contemporaneamente l’intera popolazione irregolare stimata, sarebbe necessario moltiplicare la capacità del sistema di oltre duecento volte. In termini teorici, significherebbe costruire migliaia di nuovi centri o comunque sviluppare una struttura amministrativa e logistica senza precedenti nella storia repubblicana. Anche questo, tuttavia, non basterebbe. L’esecuzione di un rimpatrio richiede infatti l’identificazione certa della persona e la collaborazione del paese di origine. Molti Stati non rilasciano rapidamente i documenti necessari o non accettano automaticamente il rientro dei propri cittadini. Per questa ragione, in tutta Europa il numero dei rimpatri effettivamente eseguiti è da anni molto inferiore rispetto al numero delle espulsioni formalmente disposte.
Il mercato del lavoro continua a richiedere manodopera straniera mentre il sistema normativo fatica a creare canali regolari sufficientemente efficaci e tempestivi
A complicare ulteriormente il quadro interviene il sistema europeo di Dublino, che disciplina principalmente la gestione delle domande d’asilo. Sebbene spesso venga evocato nel dibattito pubblico come soluzione al fenomeno migratorio, il regolamento riguarda solo una parte limitata dei flussi e non risolve il problema dell’irregolarità già presente sul territorio nazionale. A rendere ancora più evidente la complessità del fenomeno è la stessa legislazione italiana. La legge Bossi-Fini, approvata nel 2002 e tuttora vigente, ha introdotto il principio secondo cui l’ingresso per lavoro dovrebbe avvenire solo a fronte di una preventiva richiesta da parte del datore di lavoro. Nel corso degli anni, tuttavia, il sistema ha mostrato limiti significativi. Numerosi studi e osservatori hanno evidenziato come una parte rilevante dei cosiddetti decreti flussi venga utilizzata per regolarizzare lavoratori già presenti sul territorio nazionale anziché per favorire nuovi ingressi programmati dall’estero. Il risultato è che il mercato del lavoro continua a richiedere manodopera straniera mentre il sistema normativo fatica a creare canali regolari sufficientemente efficaci e tempestivi. Il paradosso è evidente: mentre una parte della politica promette espulsioni di massa, agricoltura, edilizia, logistica, assistenza alla persona e numerosi altri comparti economici continuano a segnalare una crescente carenza di manodopera, aggravata dall’invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite.
L’Italia avrà bisogno nei prossimi decenni di centinaia di migliaia di immigrati regolari ogni anno per compensare il calo della popolazione
Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, l’Italia avrà bisogno nei prossimi decenni di centinaia di migliaia di immigrati regolari ogni anno per compensare il calo della popolazione e sostenere il sistema produttivo e previdenziale. In assenza di nuovi flussi migratori, la popolazione italiana è destinata a diminuire drasticamente, con effetti significativi sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità del welfare.
Non va trascurato il rapporto tra immigrazione regolare e sistema previdenziale: i lavoratori stranieri versano ogni anno miliardi di euro in contributi sociali e fiscali
Esiste inoltre un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: il rapporto tra immigrazione regolare e sostenibilità del sistema previdenziale. L’Italia è uno dei Paesi più anziani del mondo e registra da anni un saldo naturale negativo, con un numero di decessi stabilmente superiore a quello delle nascite. In un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano, i contributi versati oggi dai lavoratori finanziano le pensioni correnti. Da questo punto di vista, la presenza di lavoratori stranieri regolari rappresenta una componente rilevante dell’equilibrio previdenziale. Gli immigrati sono mediamente più giovani della popolazione italiana e si concentrano prevalentemente nelle fasce d’età lavorative. Essi versano ogni anno miliardi di euro in contributi sociali e fiscali, mentre percepiscono ancora un numero relativamente limitato di prestazioni pensionistiche, proprio a causa della loro età media più bassa. Ciò non significa che l’immigrazione possa risolvere da sola il problema demografico italiano, ma in assenza di un adeguato ricambio generazionale e di flussi migratori regolari, la pressione sul sistema previdenziale e sul mercato del lavoro rischia di aumentare ulteriormente nei prossimi decenni.
Lo sfruttamento lavorativo dell’immigrazione irregolare penalizza le imprese che operano nel rispetto delle regole
Va considerata poi una dimensione economica dell’immigrazione irregolare. L’attenzione si concentra quasi sempre sulla presenza degli irregolari, ma molto meno sui soggetti che da quella condizione traggono vantaggio. In diversi settori caratterizzati da forte domanda di manodopera – dall’agricoltura all’edilizia, dalla logistica all’assistenza domestica – l’irregolarità può trasformarsi in uno strumento di compressione del costo del lavoro. L’assenza di un regolare contratto, la precarietà del soggiorno e il timore di controlli o espulsioni rendono infatti il lavoratore particolarmente vulnerabile a forme di sfruttamento, lavoro nero e dumping salariale. Il fenomeno del caporalato rappresenta l’esempio più evidente di questo meccanismo, ma non è l’unico. Quando un lavoratore straniero viene impiegato senza tutele e senza contributi, il danno non riguarda soltanto la persona sfruttata. Ne risentono anche le imprese che operano nel rispetto delle regole, i lavoratori regolari che subiscono una concorrenza al ribasso e lo Stato che perde entrate fiscali e contributive. In questa prospettiva, l’irregolarità non appare soltanto come una questione di ordine pubblico o di controllo delle frontiere, ma anche come un fattore di distorsione economica che alimenta segmenti sommersi del mercato del lavoro. Per questa ragione, contrastare l’immigrazione irregolare non significa soltanto aumentare i rimpatri, ma anche colpire con maggiore efficacia le reti di sfruttamento che prosperano proprio sulla vulnerabilità dei migranti. Legalità, tutela del lavoro e sicurezza diventano così elementi della stessa strategia, perché un mercato del lavoro più trasparente riduce al tempo stesso l’illegalità economica e le condizioni che favoriscono l’emarginazione sociale.
Uno studio pubblicato sull’American Economic Review evidenzia come la regolarizzazione degli immigrati ne riduca sensibilmente il coinvolgimento in attività criminali
Anche sul piano della sicurezza emergono elementi controintuitivi rispetto a molte narrazioni correnti. Uno studio pubblicato sull’American Economic Review dall’economista Paolo Pinotti ha evidenziato come la regolarizzazione degli immigrati riduca sensibilmente la probabilità di coinvolgimento in attività criminali. La spiegazione è semplice: chi può lavorare legalmente, stipulare un contratto e accedere ai normali strumenti di integrazione ha meno probabilità di finire nell’economia sommersa o nelle reti dello sfruttamento. Tutto ciò non significa che il problema dell’immigrazione irregolare non esista o che non debba essere affrontato. Significa, piuttosto, che le soluzioni semplicistiche raramente resistono al confronto con la realtà.
In Olanda e Danimarca l’accesso ai servizi è spesso accompagnato da precisi obblighi di integrazione e partecipazione sociale
La politica ha il diritto di proporre visioni diverse sull’immigrazione, ma ha anche il dovere di confrontarsi con i numeri. E i numeri, in questo caso, raccontano una storia molto diversa da quella degli slogan. Perché tra la propaganda e la gestione di un fenomeno complesso esiste una differenza sostanziale: la prima si alimenta di promesse, il secondo richiede soluzioni concretamente realizzabili. Oggi, alla luce dei dati disponibili, l’idea di espellere in massa centinaia di migliaia di persone appare più vicina a una parola d’ordine elettorale che a un programma realisticamente attuabile. Se il dibattito italiano oscilla spesso tra accoglienza indiscriminata e chiusura totale delle frontiere, alcune esperienze europee mostrano che esiste una terza via fondata sulla programmazione. La Germania, ad esempio, ha costruito negli ultimi anni un sistema che combina ingressi per lavoro, corsi obbligatori di lingua e percorsi di inserimento professionale. I paesi nordici hanno investito in formazione linguistica, orientamento al lavoro e coinvolgimento delle amministrazioni locali. In Olanda e Danimarca l’accesso ai servizi è spesso accompagnato da precisi obblighi di integrazione e partecipazione sociale.
L’esperienza europea suggerisce che il vero discrimine non è tra accoglienza e respingimento, ma tra gestione e improvvisazione
Ciò che accomuna i modelli più efficaci non è il lassismo, bensì la capacità di distinguere tra immigrazione regolare e irregolare. Da una parte controlli, espulsioni e contrasto alle reti criminali; dall’altra canali legali d’ingresso, percorsi di formazione e inserimento lavorativo. La ricerca economica dimostra infatti che la legalità produce effetti positivi sia sul mercato del lavoro sia sulla sicurezza pubblica. Lo studio dell’economista Paolo Pinotti mostra che l’ottenimento di uno status regolare riduce significativamente la propensione al crimine, perché aumenta l’accesso al lavoro e alle opportunità economiche. L’esperienza europea suggerisce dunque che il vero discrimine non è tra accoglienza e respingimento, ma tra gestione e improvvisazione. I paesi che hanno ottenuto risultati migliori sono quelli che hanno saputo affiancare il controllo dei confini a politiche attive di integrazione, riducendo il bacino dell’irregolarità e aumentando la partecipazione degli immigrati all’economia formale.
Immigrazione, la vera sfida consiste nel costruire una politica migratoria capace di coniugare sicurezza, legalità, integrazione e sostenibilità economica
In questo quadro assumono particolare rilievo anche le parole pronunciate da Papa Leone durante l’incontro con le realtà impegnate nell’integrazione dei migranti a Tenerife. Il Pontefice ha ricordato che l’integrazione non coincide né con l’assimilazione forzata né con la costruzione di comunità separate e incomunicabili. «Integrare è un cammino reciproco», ha affermato Leone XIV, sottolineando come chi arriva sia chiamato a «imparare la lingua, rispettare le leggi, conoscere i costumi e partecipare alla vita comune», mentre le società di accoglienza devono garantire dignità, opportunità e inclusione. Allo stesso tempo, Leone ha rivolto parole durissime contro i trafficanti di esseri umani e contro ogni forma di sfruttamento della vulnerabilità dei migranti, denunciando coloro che trasformano la disperazione in profitto. La vera sfida consiste nel costruire una politica migratoria capace di coniugare sicurezza, legalità, integrazione e sostenibilità economica.
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