Il potere delle banche sulla vita delle persone


Il governo degli Stati Uniti è immenso. I suoi funzionari, eletti e non eletti, esercitano un potere enorme. Eppure, osservando quanto accaduto negli ultimi anni, viene da chiedersi se le istituzioni più influenti d’America non siano in realtà quelle private, a cominciare dalle grandi banche e dai colossi dei servizi finanziari.

Durante la pandemia del Covid, una donna che gestiva un piccolo negozio nel nord della California si è ritrovata a scoprirlo sulla propria pelle. Il suo era il classico punto vendita apprezzato da molte famiglie: latte, lenzuola in cotone biologico, prodotti naturali per l’infanzia, libri, giocattoli e alimenti salutari. In pratica una sorta di antica merceria reinterpretata per i clienti contemporanei.

Un giorno ha pubblicato sui social un commento favorevole al Cbd, il cannabidiolo, uno dei principali principi attivi della canapa: «Certo, possiamo crescere i figli senza Cbd, ma perché dovremmo volerlo?».

Che il Cbd sia considerato una risorsa preziosa o una sostanza discutibile è irrilevante ai fini della vicenda. Il punto qui non è stabilire se quella persona avesse ragione o torto, ma piuttosto chiedersi se avesse il diritto di esprimere semplicemente la propria opinione. Pochi giorni dopo, infatti, la società che gestiva i suoi servizi finanziari ha deciso di chiuderle i conti correnti.

L’azienda in questione non aveva alcun legame con la piattaforma social su cui era comparso il messaggio. Eppure una frase pubblicata online si è trasformata in un incubo per una semplice attività commerciale: circa 30 mila dollari destinati al pagamento degli stipendi sono stati congelati. Inoltre, poiché la stessa società gestiva anche altri servizi essenziali per l’attività, diverse operazioni quotidiane sono diventate improvvisamente difficilissime da svolgere. Solo dopo mesi di battaglie legali la proprietaria è poi riuscita a riottenere l’accesso ai propri fondi.

Episodi simili non sono un caso isolato. Durante la pandemia, numerosi imprenditori in tutti gli Stati Uniti hanno raccontato esperienze analoghe. Conferenze, associazioni, programmi educativi e organizzazioni di vario genere si sono ritrovati improvvisamente impossibilitati a raccogliere fondi o a ricevere pagamenti.

Poi sono arrivate le proteste dei camionisti in Canada. In quel momento, molte persone, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche, hanno compreso che il potere non risiede esclusivamente nelle istituzioni pubbliche: può bastare una semplice e-mail per farti perdere l’accesso al denaro.

L’aspetto più inquietante, però, è che tutto questo è avvenuto prima ancora dell’avvento di una società che sta quasi completamente abbandonando il contante. Recentemente ad Austin, durante un evento del Brownstone Institute, era impossibile non notare come un numero crescente di attività commerciali avesse ormai smesso di accettare pagamenti in contanti. Le motivazioni sono sempre le stesse: il contante richiede più lavoro, aumenta i rischi di furto, impone procedure di conteggio e deposito in banca, rallenta le operazioni e può creare problemi di sicurezza per il personale.

Sono argomentazioni perfettamente comprensibili. La maggior parte degli imprenditori che adottano queste scelte cerca semplicemente di ridurre i costi, semplificare la gestione e tutelare i propri dipendenti. Ed è proprio questo il punto centrale: la libertà raramente viene eliminata da un giorno all’altro attraverso un’imposizione esplicita. Più spesso si riduce gradualmente, perché comodità, sicurezza ed efficienza sembrano compromessi ragionevoli.

Sempre ad Austin, una delle attività che avevano eliminato il contante esponeva numerosi messaggi a favore dell’inclusione, dei diritti degli immigrati e della giustizia sociale. Al dipendente dietro il bancone è stata posta una domanda semplice: se l’obiettivo è rendere la società accessibile a tutti, perché richiedere necessariamente un conto bancario, uno smartphone, un Qr code e una piattaforma di pagamento digitale anche solo per acquistare un caffè? La risposta è arrivata dopo qualche secondo di riflessione: «Forse è proprio vero».

A colpire non è stata tanto la risposta quanto il fatto che quella domanda non fosse letteralmente mai stata presa in considerazione. Nonostante il dibattito costante sull’equità e sull’accessibilità, la società sembra sempre più disposta ad accettare sistemi che escludono chi vive ai margini del sistema bancario.
Anziani, immigrati, persone particolarmente attente alla privacy e cittadini che continuano a utilizzare il contante vengono progressivamente spinti ai margini. La maggior parte delle persone considera del tutto normali i numeri visualizzati nelle applicazioni bancarie e, nella quasi totalità dei casi, non c’è motivo di dubitarne. Ma chi ha sperimentato il blocco del proprio conto corrente e/o la sospensione dei servizi di pagamento durante la pandemia, ha imparato una lezione importante: l’accesso al proprio denaro dipende sempre più da istituzioni sulle quali il cittadino non esercita alcun controllo diretto.

Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulla libertà di espressione online e sul potere delle piattaforme digitali. Molta meno attenzione è stata dedicata, invece, alle istituzioni che possono limitare o negare l’accesso al denaro.

Nel frattempo, mentre molte attività commerciali abbandonano progressivamente il contante, cresce il numero di persone che sperimentano forme alternative di scambio. Presso Sovereignty Ranch e The Barn, ad esempio, alcuni ospiti hanno effettuato pagamenti in argento. Monete d’argento sono state accettate per ritiri, sponsorizzazioni e altri servizi. Anche le criptovalute vengono utilizzate come strumento di pagamento.
Si tratta di una silenziosa ricerca di alternative. Non necessariamente perché vi sia una sfiducia generalizzata nei confronti delle banche, ma perché molte persone stanno riscoprendo una lezione che le generazioni precedenti conoscono già: la resilienza nasce dalla possibilità di scegliere. In parole povere: carta canta.

I contanti ovviamente non rappresentano l’unica soluzione possibile. Il punto è piuttosto preservare il maggior numero possibile di strumenti di scambio volontario. Una società che dispone di molteplici modalità per trasferire valore è inevitabilmente più resiliente di una che dipende da un solo sistema. La questione non riguarda l’utilizzo dei pagamenti digitali, che ormai fanno parte della vita quotidiana di quasi tutti. La vera preoccupazione è un’altra: la costruzione di un mondo nel quale uscire da quel sistema diventa sempre più difficile.

Il problema non è stabilire quale forma di denaro sia perfetta. Il problema è conservare un numero sufficiente di alternative affinché nessuna singola istituzione possa trasformarsi nel “guardiano” esclusivo della vita economica. Quando ogni dollaro esiste soltanto all’interno di sistemi gestiti da istituzioni che nessuno ha eletto, la libertà comincia ad assumere contorni diversi da quelli che eravamo abituati a immaginare.

Forse la lezione più importante degli anni della pandemia non riguarda una particolare azienda, un politico, un virus o una specifica misura sanitaria. La libertà raramente scompare tutta in una volta. Più spesso si consuma lentamente, attraverso una successione di emergenze, comodità e giustificazioni apparentemente ragionevoli.

Molte delle decisioni adottate durante la pandemia sarebbero apparse impensabili solo pochi anni prima. Eppure sono diventate realtà.

Da sempre si dedica grande attenzione al potere dello Stato, e spesso a ragione. Sempre più raramente, però, si riflette sull’influenza esercitata da istituzioni private che incidono quotidianamente sulla vita delle persone. Perché se una qualsivoglia “organizzazione” può congelarti il conto corrente, bloccare le transazioni, interrompere l’attività economica o escludere individui e imprese dal sistema finanziario, importa relativamente poco che si tratti di un ente pubblico o di un soggetto privato. Il risultato è lo stesso.




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 Redazione ETI/Mollie Engelhart

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