Vannacci esaspera le storiche battaglie del centrodestra mentre Salis usa la retorica della sovversione contro i rimpatri votati democraticamente
La fisionomia dell’emiciclo di Strasburgo ha subìto una mutazione evidente. Tramontata l’epoca dei diplomatici di carriera e dei compromessi cesellati all’ombra dei caminetti comunitari, l’Europarlamento riflette oggi le asprezze di una politica nazionale ormai priva di sfumature. A incarnare questa transizione, nella delegazione italiana, si ergono due figure antitetiche eppure speculari: Roberto Vannacci e Ilaria Salis. Due traiettorie sideralmente distanti, convergenti tuttavia nel medesimo esito: l’aver trasfigurato l’aula europea nella cassa di risonanza di narrazioni radicali, utili soprattutto a consolidare i rispettivi posizionamenti domestici.
Vannacci e la radicalizzazione dell’agenda del centrodestra
Sotto il profilo dei contenuti, la proposta del Generale difetta di originalità. La tutela della sicurezza urbana, il rigore sui confini e il ricorso ai rimpatri costituiscono, da almeno un trentennio, l’asse portante del Centrodestra italiano. La sbandierata affiliazione ai valori di una presunta “Destra sociale” confligge, peraltro, con la complessità di una tradition che storicamente ha espresso visioni solidaristiche, corporative e di forte centralità dello Stato. Una dottrina profonda che mal tollera l’individualismo performativo del Generale, le cui recenti sortite sul femminicidio confermano la natura essenzialmente tattica della sua azione. Non vi è alcuna riscoperta ideologica, ma una decostruzione dei temi conservatori al fine di esasperarne i toni; un espediente retorico utile unicamente a tracciare la rotta solitaria del proprio movimento personale.
Salis e la retorica della sovversione
Sul versante opposto si dispiega la parabola di Ilaria Salis. Se Vannacci radicalizza l’agenda istituzionale, l’eurodeputata di Sinistra Italiana opera una vera e propria traslitterazione parlamentare dell’antagonismo extraparlamentare. Il lessico adottato scardina i canoni del decoro assembleare per mutuare la sintassi tipica dei collettivi autonomi. Ne scaturisce un cortocircuito evidente sulla gestione dei flussi migratori: laddove l’Eurocamera esercita le proprie prerogative democratiche deliberando a maggioranza nuove linee sui rimpatri, Salis ne contesta la legittimità, evocando suggestioni di “deportazioni di massa”. È il rifiuto della sintesi istituzionale in nome di un’ortodossia da piazza, una postura che trova il proprio acme nella teorizzazione dell’illegalità abitativa, laddove il palazzo degrada da tempio della mediazione a territorio ostile da espugnare.
Il dualismo tra queste due figure disvela il paradosso più intimo della democrazia rappresentativa contemporanea: il sistema che istituzionalizza la propria antitesi. Si offre il massimo scranno continentale a chi delegittima il voto dell’aula tacciandolo di atrocità, e a chi fagocita il vocabolario politico per un’incessante campagna di autopromozione.
Il vicolo cieco degli opposti estremismi
Il rischio tangibile di questa costante frizione tra il formalismo delle istituzioni e la militanza ideologica è una cronica artrosi decisionale. Quando le aule parlamentari mutano in palcoscenico per gli egoismi dei singoli e in megafoni per il massimalismo, evapora la capacità stessa di governare la complessità dei processi storici. In questo scenario, a restare fatalmente priva di rappresentanza è quella vasta maggioranza silenziosa che alla messinscena dei proclami predilige ancora la noiosa, ma indispensabile, concretezza del buonsenso.
Il problema, dunque, non è circoscritto alle sole ambizioni personali di Vannacci, ma risiede altrettanto nella carica eversiva e delegittimante della Salis. L’architettura comunitaria, nata per stemperare i radicalismi e governare le grandi transizioni globali, si ritrova così stretta in una morsa soffocante: da un lato, l’uso del mandato pubblico come mero veicolo di marketing elettorale; dall’altro, il rifiuto sistematico del principio di maggioranza, ridotto a “sopruso” ogniqualvolta l’esito democratico non coincida con i dogmi della piazza. Con raffinato paradosso, l’Europa ha finito per garantire immunità, diarie e tribune proprio a chi ne svuota il senso o ne contesta le fondamenta regolamentari, trasformando l’internazionalismo di Strasburgo in un costosissimo ufficio di collocamento per la propaganda dei due opposti estremismi.
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Anna Tortora
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