Coltiva Italia: il miliardo per cereali, carne e olio d’oliva è quasi legge — proviamo a capire cosa prevede e cosa cambia per le aziende agricole italiane.
Dopo un percorso parlamentare più lungo del previsto — il ddl era nato come collegato agricolo alla Legge di Bilancio 2025 e ha attraversato una fase emendativa importante tra Camera e Governo, anche in attesa di definire il quadro degli accordi di libero scambio con Mercosur e Australia — il Disegno di Legge Coltiva Italia è stato approvato dalla Commissione Agricoltura della Camera a metà giugno 2026.
L’onorevole Mirco Carloni, presidente della commissione, lo ha confermato in un’intervista del 16 giugno: il testo è ora pronto per il passaggio al Senato, dove il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida conta di vederlo approvato entro la fine di settembre, prima dell’avvio della sessione di bilancio.
Con oltre un miliardo di euro stanziati per il periodo 2027-2029, il Coltiva Italia è il più ambizioso intervento strutturale dell’agricoltura italiana degli ultimi anni. Non è un’erogazione a pioggia: il disegno di legge punta a rafforzare le tre filiere in cui l’Italia è più deficitaria rispetto al proprio fabbisogno — cereali, carne bovina e olio d’oliva — con investimenti specifici e misurabili.
Perché l’Italia ha bisogno di questo intervento: i deficit di filiera
Per capire la logica del Coltiva Italia bisogna partire dai dati di Federalimentare che motivano l’intervento. L’Italia importa il 60% del grano duro necessario per la pasta — la materia prima di uno dei prodotti più rappresentativi del made in Italy agroalimentare nel mondo. È deficitaria del 40% per l’alimentazione animale, del 60% per le carni e del 70% per l’olio d’oliva: a fronte di un fabbisogno tra consumo interno ed export che supera il milione di tonnellate, la produzione nazionale di olio si ferma a circa 300.000 tonnellate.
Sono numeri che pesano sulla bilancia commerciale, sulla sovranità alimentare e — concretamente — sul reddito degli agricoltori italiani. Un Paese che produce il 30% dell’olio che consuma è un Paese dove i frantoi lavorano a intermittenza, i frantoiani investono poco e le aziende olivicole faticano a reggere i costi. Lo stesso vale per la zootecnia da carne: importare il 60% degli animali dalla Francia — Paese che a settembre 2025 è stato bloccato per problemi sanitari — significa esporre la filiera a rischi di approvvigionamento che una guerra commerciale o un’emergenza sanitaria può trasformare in crisi acute.
I deficit produttivi dell’Italia nelle tre filiere target del DDL Coltiva Italia, su dati Federalimentare: grano duro -60% del fabbisogno nazionale, alimentazione animale -40%, carni bovine -60%, olio d’oliva -70% (produzione 300.000 t su fabbisogno >1 milione di t). La dipendenza dall’import su prodotti chiave del made in Italy è il motore strategico del provvedimento.
Foto di: OmniTrattore.it
La prima tranche: 300 milioni per cereali e soia
Il primo blocco da 300 milioni è destinato a rafforzare la produzione di frumento duro e soia — due commodity strategiche per l’alimentazione umana e animale su cui l’Italia sconta un deficit strutturale che il mercato, da solo, non riesce a correggere.
La soia è l’input fondamentale per gli allevamenti e l’alimentazione animale: senza una produzione nazionale adeguata, i mangimifici dipendono dall’import — principalmente da Sud America, con tutti i problemi ambientali e di tracciabilità che ne derivano. Il grano duro è la materia prima della pasta secca italiana, settore da 4,7 miliardi di euro di fatturato e 2,7 miliardi di export: che l’Italia debba importarne il 60% per produrre la pasta che poi esporta in tutto il mondo è una contraddizione che il Coltiva Italia vuole cominciare a correggere.
La struttura degli incentivi per cereali e soia è ancora in definizione: a differenza delle filiere olivicola e zootecnica — dove gli investimenti da finanziare sono chiari (reimpianto uliveti, acquisto riproduttori) — per i cereali è più complesso individuare una misura che non si riduca a un semplice aiuto a ettaro, difficilmente classificabile come investimento ai fini del Fondo Sviluppo e Coesione che copre la fetta principale delle coperture. I contributi saranno a fondo perduto e potranno coprire tra il 50 e il 70% dell’investimento, ma le modalità precise saranno definite con decreti attuativi ministeriali.
La campagna 2026 si è aperta con prezzi CUN tra 270 e 300 euro per tonnellata contro costi ISMEA di 1.170 euro per ettaro, una perdita strutturale che il Coltiva Italia vuole affrontare con 300 milioni destinati a rafforzare la produzione cerealicola nazionale — in sinergia con la CUN Grano Duro istituita a gennaio 2026.
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La seconda tranche: 300 milioni per la zootecnia da carne
Il secondo blocco da 300 milioni è destinato al rilancio della produzione zootecnica, con focus sulla filiera delle carni bovine. Il principale strumento di intervento è il finanziamento dell’acquisto di riproduttori per incrementare il patrimonio zootecnico nazionale — in particolare la linea vacca-vitello, fondamentale per produrre capi da ingrasso senza dipendere dall’import di vitelli francesi.
Nel corso del dibattito alla Camera è stata inserita anche la possibilità di allargare gli incentivi all’universo più ampio degli allevatori, con modalità ancora da definire nei decreti attuativi. Il segnale politico è chiaro: non solo i grandi allevamenti industriali, ma anche la zootecnia estensiva e i piccoli allevatori potranno accedere al programma.
Come ha spiegato Lollobrigida: «Importiamo il 60% degli animali dalla Francia, che a settembre è stata bloccata per problemi sanitari. Dobbiamo rendere l’Italia più autonoma». Un’autonomia che si costruisce partendo dagli animali riproduttori e dalle strutture di allevamento — non dagli scaffali dei supermercati.
a razza Piemontese è uno degli esempi più riusciti di filiera zootecnica italiana integrata, con tracciabilità certificata dalla nascita alla macellazione. Il Coltiva Italia punta a replicare questo modello su scala nazionale, riducendo la dipendenza dall’import di capi vivi — principalmente francesi — che oggi copre il 60% del fabbisogno italiano di carni bovine.
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La terza tranche: 300 milioni per l’olivicoltura e la lotta alla Xylella
Il terzo blocco da 300 milioni è dedicato all’olio d’oliva — un prodotto simbolo del made in Italy che l’Italia, paradossalmente, riesce a produrre in quantità insufficiente a coprire il proprio fabbisogno. Il piano olivicolo previsto dal Coltiva Italia si articola su due fronti: il reimpianto degli uliveti nelle aree del Salento devastate dalla Xylella fastidiosa con varietà resistenti al batterio, e il ripristino degli uliveti abbandonati nel resto del Paese.
La Xylella è tra le emergenze fitosanitarie più gravi che l’olivicoltura italiana abbia mai affrontato. Il batterio, arrivato in Puglia intorno al 2013, ha già distrutto milioni di piante nel Salento e continua ad avanzare nonostante le misure di contenimento. Il Coltiva Italia prevede l’istituzione di una nuova struttura commissariale anti-Xylella che accompagnerà le regioni nel contenimento della malattia — un segnale di discontinuità rispetto a una gestione che finora è stata frammentata e spesso insufficiente.
Il reimpianto con varietà resistenti — in primo luogo l’FS-17, chiamata «Favolosa», che ha mostrato resistenza alla Xylella in prove di campo pluriennali — è la sola strada praticabile per restituire produttività alle aree colpite. I 300 milioni serviranno a coprire i costi di acquisto delle piante, della preparazione del suolo e degli impianti di irrigazione, con una percentuale di contributo a fondo perduto ancora da definire.
La malattia ha distrutto milioni di piante in Puglia dal 2013 ad oggi, riducendo drasticamente la produzione regionale di olio d’oliva. I 300 milioni del Coltiva Italia per l’olivicoltura finanzieranno il reimpianto con varietà resistenti — in primo luogo la FS-17 «Favolosa» — e il ripristino degli uliveti abbandonati nel resto d’Italia.
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I 150 milioni per i giovani agricoltori
Al miliardo destinato alle tre filiere produttive si aggiunge un pacchetto specifico da 150 milioni per favorire il ricambio generazionale in agricoltura, con misure di accesso al credito rivolte a giovani imprenditori e imprenditrici tra i 18 e i 41 anni.
Le misure del Coltiva Italia per i giovani si integreranno con gli interventi ISMEA già in corso — come il programma “Generazione Terra”, che prevede la cessione in comodato d’uso di terreni agricoli a giovani agricoltori — e con la mappatura dei terreni incolti avviata da AGEA via satellite, che ha già individuato 4 milioni di ettari potenzialmente recuperabili. Un collegamento esplicito tra le terre disponibili e i giovani che vogliono coltivarle: la logica è giusta, l’esecuzione dipenderà dalla qualità dei decreti attuativi.
Il nodo coperture e i tempi
La fetta principale delle coperture è garantita dal Fondo di Sviluppo e Coesione, che per definizione finanzia investimenti e non aiuti correnti — da qui la complessità di strutturare gli incentivi per i cereali in modo compatibile con questa fonte di finanziamento. Il confronto con il MEF sulle coperture è ancora in corso, ma non viene considerato un ostacolo insormontabile.
Il calendario parlamentare punta all’approvazione definitiva entro settembre 2026, prima dell’avvio della sessione di bilancio. Se il Senato non apporterà modifiche sostanziali, la legge potrebbe essere promulgata in autunno e i decreti attuativi ministeriali — che dettaglieranno modalità, percentuali di contributo e soggetti beneficiari per ciascuna delle tre filiere — potrebbero arrivare entro fine anno.
Per gli agricoltori che operano nei settori cerealicolo, zootecnico o olivicolo, il Coltiva Italia non è ancora operativo: i fondi inizieranno a essere erogati a partire dal 2027. Ma conoscerne la struttura in anticipo permette di posizionarsi per tempo — soprattutto sul fronte dei giovani, dove le misure di accesso al credito potrebbero aprire finestre interessanti per chi sta pianificando investimenti nel medio periodo.
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