Le dimissioni del primo ministro britannico Keir Starmer rappresentano l’ennesima conferma del fallimento della classe dirigente che ha guidato il Regno Unito nell’ultimo decennio. Con la sua uscita di scena si chiude infatti l’esperienza del settimo governo consecutivo a non riuscire a consolidare una leadership duratura e stabile nel Paese.
Nella tradizione politica britannica, lasciare l’incarico su pressione dei propri parlamentari non è necessariamente considerato un disonore, purché ciò avvenga dopo un periodo di governo significativo. Quando Margaret Thatcher fu costretta a ritirarsi nel 1990, dopo aver guidato il Partito Conservatore a tre vittorie elettorali consecutive (un risultato senza precedenti dall’epoca antecedente al Reform Act del 1832) il vero scandalo, secondo molti osservatori, fu piuttosto l’ingratitudine mostrata dai suoi stessi colleghi di partito.
Da allora, i conservatori hanno avuto nove primi ministri, tutti respinti in un modo o nell’altro, dagli elettori o dagli stessi parlamentari. Una lunga sequenza di insuccessi che conferma una caratteristica storica del partito: una tendenza alla divisione interna e alla sostituzione dei propri primi ministri. Del resto, l’ultimo primo ministro conservatore ad aver lasciato volontariamente Downing Street fu Stanley Baldwin nel 1937.
I sei primi ministri conservatori che si sono succeduti tra Baldwin e la Thatcher furono tutti, in misura diversa, estromessi dai loro colleghi. Tra questi vi fu persino Winston Churchill. Certo, quando lasciò aveva ottant’anni e aveva subito un ictus, ma era pur sempre la figura simbolo della vittoria britannica nella Seconda guerra mondiale.
Considerando l’intero periodo successivo a Baldwin, soltanto Churchill, Harold Macmillan e Margaret Thatcher possono essere considerati primi ministri pienamente riusciti, poiché lasciarono il potere senza essere stati sconfitti elettoralmente. Sul versante laburista, nello stesso arco di quasi novant’anni, si sono succeduti dodici primi ministri. Di questi, soltanto Clement Attlee e Tony Blair possono essere considerati realmente di successo, e solo Blair riuscì a ritirarsi senza essere stato battuto.
Questo è, in sintesi, il bilancio politico del Regno Unito nell’ultimo secolo: un Paese che passò dalla politica di pacificazione nei confronti della Germania nazista alla straordinaria prova della Seconda guerra mondiale; che successivamente si immerse nello Stato sociale mentre il proprio impero si dissolveva e che con Margaret Thatcher conobbe una vigorosa rinascita economica e un recupero di prestigio internazionale e che ha progressivamente dissipato gran parte di quei risultati negli ultimi trentacinque anni.
Per gran parte della sua storia recente, la Gran Bretagna ha funzionato come un sistema sostanzialmente bipartitico o, al massimo, tripartitico. Dal secondo dopoguerra a oggi vi è stato un solo vero governo di coalizione, quello formato da Conservatori e Liberal Democratici tra il 2010 e il 2015, che riuscì a completare l’intera legislatura.
Oggi, però, il panorama politico britannico è profondamente frammentato. I sondaggi più recenti indicano che alle prossime elezioni potrebbero ottenere rappresentanza parlamentare fino a nove o dieci partiti diversi, mentre cinque formazioni politiche si collocano in una fascia compresa tra il 12 e il 25 per cento dei consensi.
Questa frammentazione rappresenta la manifestazione più evidente del fallimento dei partiti tradizionali di governo: non sono più riusciti a servire efficacemente il Paese, a guidarlo con successo o, quantomeno, a interpretare con sufficiente attenzione e sensibilità le opinioni della maggioranza degli elettori.
Il tema che più di ogni altro ha segnato la politica britannica del periodo post-Thatcher è stato il rapporto con l’Unione europea, e quindi strettamente intrecciato alla questione dell’immigrazione.
A differenza delle principali nazioni del Vecchio Continente, il Regno Unito ha vissuto un particolare deficit democratico nel suo rapporto con l’integrazione europea. Germania, Francia e Italia hanno tutte attraversato dittature e profonde trasformazioni istituzionali nel corso del Novecento. La Gran Bretagna, al contrario, ha mantenuto una straordinaria continuità delle proprie istituzioni politiche, una caratteristica a lungo ammirata in tutto il mondo.
Nel 1972 i britannici votarono per aderire a un mercato comune europeo. Non furono però mai consultati sull’eventualità di entrare in una struttura politica sempre più vicina a un’unione federale, né sulla prospettiva di vedere istituzioni sviluppatesi nel corso di oltre sette secoli — a partire dalla Magna Carta — subordinate a organismi sovranazionali con sede a Bruxelles e Strasburgo.
Allo stesso modo, non fu mai chiesto agli elettori se desiderassero che i rapporti privilegiati con il Commonwealth, in particolare con Paesi come il Canada, e la cosiddetta “relazione speciale” con gli Stati Uniti fossero progressivamente assorbiti nel quadro delle relazioni esterne dell’Unione europea.
Il sistema europeo presenta inoltre un deficit di responsabilità democratica. La Commissione europea esercita infatti poteri molto più ampi rispetto ai ministri responsabili davanti al Parlamento britannico, senza essere soggetta agli stessi meccanismi di controllo politico. I britannici non si sono mai sentiti realmente a proprio agio con questa struttura né con il continuo flusso di regolamenti e direttive provenienti da Bruxelles.
Il punto di rottura è arrivato con l’immigrazione. Diversi Paesi europei si sono dimostrati incapaci o poco inclini a contenere l’afflusso di grandi masse di migranti provenienti dal Medio Oriente e dall’Europa orientale. Una parte significativa di questi flussi ha finito per raggiungere anche il Regno Unito, nonostante la sua natura insulare.
I governi britannici, infatti, non sono minimamente riusciti a garantire un controllo efficace delle frontiere. Inoltre, gli immigrati hanno accentuato la pressione sul mercato immobiliare e sui servizi essenziali, contribuendo all’aumento dei costi per le famiglie.
Le proteste dei cittadini a reddito medio e basso sono state motivate soprattutto da ragioni economiche piuttosto che da ostilità verso l’immigrazione in sé. Molti chiedevano semplicemente una maggiore disponibilità di alloggi e infrastrutture adeguate alla crescita della popolazione.
La risposta delle istituzioni è stata aggravata dalla tendenza incompetente a interpretare tali preoccupazioni come manifestazioni di “razzismo” anziché come richieste legate a esigenze economiche concrete. Da ciò sono derivati anni di accuse eccessive e persecuzioni ingiustificate rivolte a una parte significativa della popolazione britannica, spesso (ingiustamente) etichettata come intollerante o xenofoba.
Oggi vi sono due aspetti particolarmente allarmanti. Il primo riguarda l’incapacità del Regno Unito di controllare efficacemente i propri confini. Per una nazione insulare dotata di una marina importante e che non vede la minaccia diretta di una vera e propria invasione straniera da quasi mille anni, questa situazione rappresenta un vero e proprio paradosso storico.
Il secondo riguarda la percezione che la classe politica è sempre più incline a evitare il confronto le minoranze islamiche britanniche. Questo atteggiamento ha prodotto una eccessiva tolleranza verso comportamenti criminali, illegali e intimidatori, in particolare rivolti nei confronti della comunità ebraica; una minoranza che è, al contrario di quella islamica, rispettosa della legge e fortemente integrata.
Ci sono, però, segnali di speranza, soprattutto con un graduale risveglio del Partito Conservatore. Tuttavia, la progressiva perdita della tradizionale identità politica britannica, della sua coerenza istituzionale e della sua distintività storica rappresenta non solo un problema per il Regno Unito, ma una perdita per il mondo intero.
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