In Venezuela il terremoto non è più soltanto una tragedia naturale. È diventato anche una crisi politica. A cinque giorni dal doppio sisma che ha colpito il nord del Paese il 24 giugno 2026, la rabbia dei sopravvissuti cresce nelle strade, nei campi improvvisati e davanti agli edifici crollati. Le accuse sono sempre le stesse: aiuti lenti, soccorsi insufficienti, mancanza di mezzi pesanti, comunicazioni difficili e interi quartieri lasciati a cavarsela da soli.
🇻🇪 Venezuelans confront army for refusing to help earthquake rescue
During a protest by local residents, soldiers are forced to take up pickaxes and shovels and help clear the rubble of a collapsed building, as it has now been four days since the deadly earthquakes. pic.twitter.com/VSMohMoYR8
— AFP News Agency (@AFP) June 29, 2026
Mentre il bilancio ufficiale supera ormai quota 1.700 morti, con oltre 5mila feriti e decine di migliaia di persone ancora non rintracciate, il governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez invita alla calma e respinge le critiche, parlando di disinformazione e tentativi di alimentare il caos. Ma nelle zone più colpite, da La Guaira a diversi quartieri di Caracas, il sentimento dominante è la frustrazione.
“Gli aiuti non arrivano”
Secondo le testimonianze raccolte nelle aree devastate, molte famiglie denunciano di non aver ricevuto assistenza nelle prime ore decisive. In alcuni quartieri, sono stati i residenti a scavare con mani, pale, secchi e attrezzi di fortuna prima dell’arrivo delle squadre specializzate. In altri, i sopravvissuti raccontano di aver visto arrivare acqua, cibo e tende troppo tardi, quando ormai le persone erano già accampate per strada.
Mientras continúan las labores de búsqueda y rescate de forma urgente de sobrevivientes tras los terremotos
Acá nace la otra crisis, los cientos sin hogar.
Es muy peligroso esto, los muertos, la falta de agua, limpieza, etc puede traer complicaciones como enfermedades.
Es… pic.twitter.com/mvh80BwUzT— Realidad Internacional 🌍 (@realidad_int) June 28, 2026
A La Guaira, uno degli epicentri della distruzione, la protesta si è intrecciata con la paura. Molti abitanti non vogliono rientrare nelle case lesionate, ma nei rifugi temporanei mancano spazi, servizi igienici e assistenza sanitaria. Il governo sostiene di aver allestito campi per gli sfollati e di aver mobilitato polizia, militari e protezione civile per distribuire aiuti. Ma la distanza tra comunicazione ufficiale e percezione sul terreno resta enorme.
Nuova scossa, panico a Caracas
A rendere tutto più difficile è il fatto che la terra continua a tremare. Lunedì 29 giugno, una nuova scossa di assestamento ha colpito l’area di Caracas e La Guaira, riaccendendo il panico tra chi era già provato da giorni di paura. Secondo le prime rilevazioni internazionali, la scossa è stata stimata intorno a magnitudo 4.6, mentre altre rilevazioni regionali hanno indicato valori superiori.
Muchos venezolanos en #Vargas siguen durmiendo en las calles.
Si puedes apoyar con recursos o sitios para alojamiento, este es el momento. Gran cantidad de se quedaron sin hogar. #TodosConVzla pic.twitter.com/dG1elhrRIQ
— Vente Venezuela (@VenteVenezuela) June 27, 2026
Non risultano nuovi danni gravi immediati, ma l’effetto psicologico è stato pesantissimo. Molti residenti sono scesi in strada, gli ospedali hanno dovuto gestire nuovi momenti di tensione e alcune operazioni di soccorso sono state temporaneamente rallentate. In edifici già compromessi, anche una scossa più debole può bastare a far temere nuovi crolli.
La crisi umanitaria si allarga
Il terremoto ha colpito un Paese già fragile. La crisi economica, i servizi pubblici deboli, le infrastrutture deteriorate e la sfiducia nelle istituzioni hanno amplificato l’impatto del disastro. Migliaia di persone dormono all’aperto, nei parchi, nei campi allestiti in emergenza o vicino alle rovine delle proprie case, per paura dei crolli e per restare vicine ai familiari ancora dispersi.

Le stime sulle persone senza casa continuano a salire. Le Nazioni Unite avvertono che milioni di venezuelani potrebbero essere coinvolti direttamente o indirettamente dall’emergenza, tra perdita di alloggio, interruzione dei servizi essenziali, mancanza di acqua potabile, feriti da assistere e rischio sanitario nei campi provvisori.
La protesta diventa politica
La rabbia non riguarda solo i soccorsi. Molti venezuelani collegano i crolli alla lunga crisi infrastrutturale del Paese: edifici costruiti male, controlli insufficienti, manutenzione assente, servizi di emergenza indeboliti da anni di difficoltà economica. In diversi quartieri la protesta contro il governo nasce proprio da questa convinzione: il terremoto è stato naturale, ma la vulnerabilità del Paese no.

Il blocco imposto alla leader dell’opposizione María Corina Machado, che secondo fonti internazionali non è riuscita a rientrare nel Paese dopo il sisma, ha aggiunto un ulteriore elemento politico alla crisi. Per l’opposizione, anche l’emergenza terremoto viene gestita come un problema di controllo interno. Per il governo, invece, la priorità resta evitare disordini mentre continuano i soccorsi.
Tra miracoli e disperazione
Nel mezzo della tensione arrivano ancora storie di salvataggi insperati. Nelle ultime ore un uomo è stato estratto vivo dopo oltre 100 ore sotto le macerie, mentre i soccorritori continuano a lavorare in condizioni difficilissime. Ogni recupero alimenta la speranza, ma il tempo gioca contro: dopo i primi tre giorni, le possibilità di trovare superstiti diminuiscono drasticamente.

La tragedia naturale ha aperto una frattura più profonda: quella tra cittadini e istituzioni. Nei campi, nelle strade e davanti alle macerie, la richiesta è sempre la stessa: aiuti veri, informazioni chiare, soccorsi più rapidi. Perché il terremoto ha distrutto case e palazzi, ma rischia anche di far crollare quel poco di fiducia che restava.
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Valeria Panzeri
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