Le calamità mettono in evidenza lo stato di salute delle istituzioni: l’incapacità di reagire efficacemente al disastro segnala il degrado della macchina dello Stato, una buona organizzazione dei soccorsi e la competenza dei soccorritori indicano che lo Stato è realmente gestito al servizio dei cittadini e non soltanto di chi ne ha occupato i posti di comando. Una settimana dopo il disastroso terremoto che ha colpito la regione settentrionale del Venezuela comprendente Caracas e La Guaira il 24 giugno scorso, tutti i reportage degli inviati internazionali e le interviste agli esperti locali testimoniano la totale disorganizzazione, l’abissale inefficienza e l’assoluta mancanza di coordinazione dei soccorsi da parte delle istituzioni statali, conseguenza del fatto che nella loro forma attuale sono state concepite per mantenere il potere nelle mani della nomenklatura bolivariana e per reprimere l’opposizione, piuttosto che per affrontare emergenze diverse dalle proteste di piazza.
«L’esercito sembra paralizzato»
Scrive Florence Tomasi, inviata da Le Figaro a La Guaira:
«Non è richiesto alcun visto e i posti di blocco della Guardia nazionale possono essere superati senza i consueti interrogatori: un’apertura imposta dalla realtà sul campo. Tuttavia, questa improvvisa trasparenza cela una situazione di profonda disorganizzazione all’interno del governo venezuelano. Gli aerei cargo dell’Onu e le spedizioni di aiuti umanitari internazionali si accumulano sulla pista dell’aeroporto di Maiquetía. Una volta scaricati i rifornimenti, però, le operazioni di soccorso si scontrano con un totale vuoto istituzionale. Le risorse dell’Onu per i rifugiati e le strutture logistiche precipitano nel caos amministrativo sul campo a causa della mancanza di coordinamento con i ministeri venezuelani. “Disponiamo della logistica e degli specialisti, ma manca un punto di riferimento centrale che guidi i nostri sforzi”, spiega un coordinatore umanitario europeo di stanza a La Guaira. “Le aree di intervento vengono individuate di volta in volta, spesso in base alle tensioni locali o alle esigenze di sicurezza dei nostri stessi governi. Nel frattempo, intere zone rimangono inaccessibili”. […]
L’esercito, da parte sua, appare paralizzato. Ventotto anni di centralizzazione politica hanno svuotato di professionalità le forze armate: la scomparsa dei quadri tecnici dalle accademie militari – sostituiti da generali nominati in base alla lealtà politica – ha annullato ogni capacità del genio militare in caso di disastro. Di fronte a questa situazione, i vigili del fuoco venezuelani dimostrano un coraggio immenso, pur operando con attrezzature obsolete e mancando di tutto, dalle semplici corde per la discesa in corda doppia ai sensori termici».
Rabbia nella roccaforte chavista
Jorge Benezra, inviato dello spagnolo Abc, è spietato:
«Decine di migliaia di persone risultano ancora disperse. Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza la notte stessa del terremoto. Eppure, per le prime quarantotto ore, dello Stato non vi è stata alcuna traccia. Non c’è stato un massiccio dispiegamento di forze. Non c’erano mezzi pesanti. Non si è vista alcuna catena di comando. C’erano soltanto persone del vicinato che sgomberavano le macerie a mani nude, nell’oscurità totale di una costa priva di elettricità. La cronologia degli eventi è verificabile. Mentre nelle prime ore del mattino le squadre di soccorso internazionali stavano arrivando sul posto, i trattori e i camion delle Forze armate nazionali restavano parcheggiati a Fuerte Tiuna, a Caracas, a trenta chilometri dal luogo del disastro. Il più grande complesso militare del paese operava secondo una logica incomprensibile per chi, dall’altra parte della montagna, stava morendo schiacciato.
Quel ritardo ha innescato un terremoto politico silenzioso ma profondo. La Guaira è una roccaforte chavista; dal 1998, tutti i governatori sono appartenuti al partito di governo. Alfredo Laya, Antonio Rodríguez, García Carneiro: uno più “rosso” dell’altro. Ventotto anni senza che un esponente dell’opposizione assumesse mai la guida della Regione. Non è l’opposizione a sollevare critiche, bensì la base popolare: proprio quelle persone che avevano marciato, votato e creduto nel progetto. Quando Delcy Rodríguez, presidente ad interim, si è recata nella zona del disastro, gli stessi cittadini che un tempo l’avevano acclamata l’hanno accolta al grido di “Via, via”. […]
A Caraballeda, la frustrazione è esplosa in modo diverso. Gli abitanti hanno circondato fisicamente una squadra di soldati che, di guardia a una struttura crollata, se ne stava lì senza far nulla. Con i fucili incrociati sul petto, fissavano il vuoto mentre, a soli tre metri di distanza, una donna scavava da sola usando un tubo di ferro. La gente del posto li ha costretti a deporre le armi, a prendere picconi e pale e a scavare. I soldati hanno obbedito: non ai loro superiori, ma alle persone che urlavano proprio in faccia a loro. È stata la prima volta, in cinque giorni, che una divisa in quella zona si è sporcata di polvere. […]
Il governo ha risposto alla crisi imponendo controlli anziché fornire aiuto. Ha disposto che l’accesso a La Guaira fosse riservato ai soli possessori di un lasciapassare ufficiale. Tale misura ha lasciato bloccati a Caracas centinaia di medici volontari, studenti e soccorritori civili che tentavano di raggiungere la costa. L’opinione pubblica interpreta la decisione in termini netti: una mossa volta a centralizzare politicamente gli aiuti e a occultare le reali dimensioni del disastro».

I soccorsi lasciati ai volontari
Anche l’altra inviata di Abc, Karina Sainz Borgo, denuncia l’atteggiamento dei militari di fronte al disastro:
«Un uomo coperto di polvere si toglie la mascherina dal volto per affrontare un gruppo di soldati della Guardia nazionale venezuelana. Il video, girato nella parrocchia di Caraballeda, a La Guaira, e trasmesso da Dw Noticias, mostra militari in divisa che restano di guardia – senza offrire alcun aiuto – mentre altre persone sgomberano le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Sono trascorsi quattro giorni dai terremoti di magnitudo 7,1 e 7,5. Ogni ora è cruciale per recuperare persone ancora in vita. Sono i residenti locali, coadiuvati da squadre di soccorso internazionali, a condurre le operazioni di salvataggio fin dal primo giorno. Uno di questi residenti è l’uomo che muove la critica: “Perché avete portato le armi? Avreste dovuto portare le pale!”. I soldati non si tolgono le mascherine; un sentimento simile alla vergogna sembra paralizzarli e ridurli al silenzio. “Perché siete armati? Dov’è la guerra?”. Fa una pausa. “La vera guerra è proprio lì”, dice, puntando l’indice verso le macerie.
Stessa data, stessa località. Un altro uomo, anch’egli con mascherina e guanti da lavoro, affronta un soldato. “Mi chiamo Julián Bordones, faccio parte del Gruppo di soccorso…”, dice, qualificandosi. Circondato dalle macerie e sotto lo sguardo attento dei militari, parla ai soldati con sgomento: “Qui ho visto più fucili che pale, e non ci sono criminali”, lamenta, sentendosi impotente, incredulo e quasi ammutolito dall’atteggiamento del comando militare. Circolano altre immagini simili di civili che criticano le forze armate – prima per l’inattività e poi per gli abusi di potere: un gruppo di donne in moto che forza il cordone di sicurezza della Guardia nazionale e di altre forze dell’ordine per entrare nelle zone colpite e consegnare aiuti; cittadini che fischiano e rimproverano i membri della Guardia nazionale mentre cercano dollari tra le macerie delle case crollate e – cosa ancora peggiore – agenti in divisa che litigano come sciacalli per qualsiasi bottino riescano a trovare tra i detriti».
Stessa musica su El País:
«Il primo escavatore è arrivato solo domenica e ha iniziato a rimuovere le macerie, ma servivano macchinari in grado di sollevare e frantumare le solette dei solai, crollate l’una sull’altra e ripiegate a fisarmonica. Più tardi è giunto un secondo mezzo, ma con scarso successo: in un paese che siede sulle più grandi riserve petrolifere del mondo, mancava il carburante per avviarlo. La carenza di benzina e un blackout che ha lasciato gran parte della costa al buio hanno ostacolato i soccorsi fin dal primo giorno. “È un’anarchia; qui non si è visto nessuno”, lamenta il professor Brencis Hernández, il cui figlio è ancora sepolto sotto le macerie».
Quelle norme antisismiche rimaste lettera morta
La Guaira era già stata teatro di un’altra calamità naturale nel 1999, quando Hugo Chávez era appena salito al potere: piogge torrenziali produssero centinaia di frane che causarono un numero imprecisato di vittime, fra le 10 mila e le 30 mila. Il leader venezuelano, che rifiutò gli aiuti degli Stati Uniti, attuò una politica di ricostruzione che oggi è sotto accusa.
El Mundo ha intervistato Susana Carrillo González, architetta venezuelana, che denuncia il mancato rispetto delle normative antisismiche e la scelta sbagliata dei terreni su cui sono stati edificati palazzi dopo la disgrazia del 1999:
«Il Venezuela dispone di normative antisismiche – in particolare la norma Covenin 1756, che prevede la zonizzazione e la microzonizzazione sismica – rafforzate in seguito al terremoto del 1967. L’aggiornamento più recente risale al 2019. Il problema a Caracas e La Guaira risiede nella composizione del suolo: si tratta di aree caratterizzate da sedimenti anziché da terreno rigido o solido. Sono costituite da depositi alluvionali accumulatisi nel tempo, sui quali sono state realizzate direttamente le costruzioni. A La Guaira, tali aree risultavano inadatte alle tipologie di edifici effettivamente costruiti. Anche dopo la frana del 1999, sono stati eretti edifici molto alti caratterizzati da una configurazione a “piano soffice”: il piano terra è aperto, con sole colonne a vista e assenza di pareti in muratura, il che comporta una maggiore oscillazione della struttura. Priva di resistenza laterale, la struttura a colonne deve sostenere l’intero peso durante un sisma, trasformandosi in un punto di vulnerabilità strutturale. Ciò può portare al cosiddetto “effetto pancake”, in cui l’edificio collassa su se stesso come una fisarmonica».


Le chiede il giornalista: «C’è stata una mancanza di supervisione nei complessi costruiti dopo la frana di La Guaira?». Risposta:
«Sì, assolutamente. C’è stata una grave mancanza di controlli da parte del governo. L’“effetto pancake” si verifica perché i pilastri del piano terra non sono calcolati correttamente o cedono in corrispondenza del collegamento con la soletta. […] Il vero problema non è la mancanza di normative, bensì l’incapacità del governo di vigilare sulla loro corretta attuazione. A La Guaira, molti nuovi edifici della Misión Vivienda [la ricostruzione voluta da Chávez, ndt] sono stati costruiti su depositi di sedimenti lasciati dalla frana del 1999 e presentavano un’altezza eccessiva. Il Venezuela dispone di ottime normative, che però rimangono lettera morta poiché nessuno verifica che quanto effettivamente realizzato corrisponda ai progetti. A mio avviso, un fattore determinante di questa catastrofe è la mancata applicazione delle norme vigenti: non vi è stata alcuna supervisione per garantire che gli edifici crollati a La Guaira fossero costruiti nel rispetto degli standard previsti per quel particolare tipo di terreno e zona geologica».
«Un disastro di sanità pubblica»
Sempre su El Mundo un medico venezuelano spiega come le carenze del sistema sanitario si riflettano sulla risposta inadeguata alla calamità. Dice Luis Báez, chirurgo già membro del programma di preparazione alle catastrofi e alle emergenze della Oficina sanitaria panamericana, segreteria della Organizzazione panamericana della salute:
«Ci troviamo di fronte a un disastro di sanità pubblica che può essere definito cronico e di lunga data. Questo massiccio afflusso di feriti è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso o, in altri contesti, ha spinto il sistema al limite estremo. Poiché mancano strumenti e forniture medico-chirurgiche, nonché gran parte delle attrezzature, dobbiamo affrontare problemi legati all’elettricità, all’acqua e alla carenza di personale. Molti operatori se ne sono andati e la formazione di tanti altri – in particolare nel settore infermieristico – ne ha risentito. Queste professioni non offrono più posti sufficienti a soddisfare la domanda a causa della mancanza di incentivi economici; gli stipendi sono irrisori e spesso si guadagna di più lavorando come venditori ambulanti informali piuttosto che esercitando la professione di infermiere o medico. […]
Il governo venezuelano cerca di monopolizzare e controllare gli aiuti, pur non disponendo né della capacità logistica né dell’integrità necessarie per gestirli in modo equo. Pertanto, l’approccio logico sarebbe quello di gestire tali aiuti tramite Ong come la Caritas, o attraverso organizzazioni quali l’Organizzazione panamericana della salute o il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, oppure tramite agenzie estere ufficiali che effettuano consegne dirette ai centri di assistenza, garantendo così che gli aiuti raggiungano le destinazioni previste».
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Rodolfo Casadei
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