di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Il 4 luglio 1776 tredici colonie affacciate sull’Atlantico decisero di non essere più suddite di nessuno. Da quel gesto, insieme temerario e visionario, nacque non soltanto una nazione ma un’idea che avrebbe attraversato i secoli: quella secondo cui il potere legittimo discende dal consenso dei governati e non dalla grazia di un sovrano. Duecentocinquant’anni dopo, mentre gli Stati Uniti celebrano questo anniversario, vale la pena ricordare perché quella data continui a parlare anche a noi, cittadini di un continente che a quella rivoluzione deve, in parte non trascurabile, la propria stessa architettura di libertà.
La storia americana è stata, fin dalle origini, un esperimento di equilibrio: tra potere federale e autonomie locali, tra ambizione individuale e senso della comunità, tra la fede nella frontiera e la costruzione paziente delle istituzioni. Non è stata una storia priva di contraddizioni, di ferite, di battaglie civili combattute anche al proprio interno. Ma è stata, nel complesso, la storia di un Paese capace di correggersi, di allargare progressivamente la cerchia dei diritti, di rigenerarsi attraverso il conflitto democratico invece che attraverso la sua soppressione. Questa capacità di autocorrezione, più ancora della potenza economica o militare, è ciò che ha reso l’America un punto di riferimento ineludibile per l’Occidente: la dimostrazione vivente che una democrazia costituzionale può attraversare crisi profondissime, guerre civili, depressioni economiche, tensioni sociali laceranti, e uscirne sempre rinnovata nei suoi principi fondativi.
Gli americani hanno coltivato, insieme alla libertà individuale, un senso pratico delle cose che ha prodotto innovazione continua: dall’elettricità all’aeronautica, dall’informatica a Internet, dall’intelligenza artificiale alla biotecnologia. Questo spirito pionieristico, unito a un mercato interno vastissimo e a istituzioni che tutelano la proprietà intellettuale e l’iniziativa privata, ha fatto degli Stati Uniti il principale laboratorio di innovazione del pianeta. Non è retorica affermare che la libertà economica americana e la libertà politica americana siano due facce della stessa medaglia: senza lo Stato di diritto e la certezza normativa, difficilmente si sarebbe consolidata quella cultura del rischio imprenditoriale che ha reso la Silicon Valley, Wall Street e la manifattura avanzata del Midwest sinonimi di capacità di trasformare le idee in valore.
Sul piano economico, la potenza di fuoco statunitense resta, ancora oggi, ineguagliata. Il prodotto interno lordo americano continua a rappresentare la quota più ampia della ricchezza mondiale, sostenuto da un mercato dei capitali profondo e liquido come nessun altro, da una moneta che resta valuta di riserva globale nonostante le periodiche previsioni sul suo declino, e da un ecosistema di innovazione tecnologica che attrae talenti e capitali da ogni angolo del pianeta. Le grandi imprese tecnologiche americane capitalizzano, da sole, cifre superiori al prodotto interno lordo di intere aree regionali del globo. È una potenza che si manifesta anche nella capacità di attrarre investimenti diretti esteri, di finanziare la ricerca di base attraverso università e centri che restano ai vertici delle classifiche mondiali, e di proiettare la propria influenza monetaria e finanziaria ben oltre i confini nazionali.
Il rapporto commerciale tra Italia e Stati Uniti, in questo scenario, merita un’attenzione particolare, perché racconta una storia di successo silenzioso che i titoli dei giornali raramente valorizzano quanto meriterebbe. Nel 2025, in un anno segnato dall’introduzione di nuovi dazi da parte dell’amministrazione statunitense, l’Italia è stata l’unica tra le grandi economie dell’Unione europea a registrare un aumento significativo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, con una crescita del 7,2 per cento, mentre Germania e Spagna arretravano di oltre il 9 per cento e la Francia perdeva quote di mercato. Le nostre imprese hanno esportato oltre 64 miliardi di euro di beni verso il mercato americano, con un saldo commerciale favorevole all’Italia superiore ai 34 miliardi. Sono numeri che raccontano la resilienza del sistema produttivo italiano, la sua capacità di offrire qualità e specializzazione che il mercato americano continua a premiare anche in una fase di frizioni tariffarie: farmaceutica, macchinari industriali, mezzi di trasporto e agroalimentare restano i settori trainanti di questo interscambio, che coinvolge ormai circa 25mila imprese esportatrici italiane, dalle grandi multinazionali fino alle piccole e medie realtà del nostro tessuto manifatturiero diffuso.
Gli Stati Uniti sono oggi il secondo mercato di sbocco per l’export italiano dopo la Germania, e restano un partner imprescindibile per la crescita delle nostre imprese internazionalizzate. Questo legame economico non è un dato neutro: è il riflesso di una prossimità di valori, di un modello di libera impresa che entrambi i Paesi condividono, di una fiducia reciproca costruita in decenni di scambi, investimenti incrociati e collaborazione industriale. Le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti non vendono soltanto prodotti: esportano un modo di intendere la qualità, l’artigianalità, l’innovazione al servizio della persona, che trova nel mercato americano un interlocutore esigente ma aperto, capace di riconoscere e remunerare il valore aggiunto del made in Italy.
Naturalmente permangono tensioni, incertezze tariffarie, dossier negoziali ancora aperti tra Washington e Bruxelles. Sono le fisiologiche frizioni di un rapporto maturo, che nessuna delle due parti ha interesse a lasciar degenerare in rottura, proprio perché l’interscambio complessivo tra Unione europea e Stati Uniti resta il più grande al mondo per valore di beni e servizi scambiati. In questo contesto l’Italia ha saputo muoversi con pragmatismo, difendendo i propri interessi produttivi senza mai smarrire la cornice di alleanza atlantica che resta, ancora oggi, la bussola della nostra politica estera ed economica.
Celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana significa dunque riconoscere un debito storico e insieme rinnovare una scelta di campo. L’Italia libera, quella nata dalla Resistenza e dalla Costituzione repubblicana, ha sempre guardato a quella sponda dell’Atlantico non per subalternità, ma per affinità profonda di valori: la libertà individuale, il pluralismo democratico, la fiducia nell’iniziativa privata come motore di progresso condiviso. In un mondo attraversato da autoritarismi che tornano a proporsi come modelli alternativi, la solidità della relazione tra Roma e Washington, tra le nostre imprese e quel mercato immenso e dinamico, resta un pilastro da preservare e rafforzare. Buon compleanno, America: l’Italia libera continuerà a guardare, con rispetto e convinzione, a quella sponda dell’Oceano che ha contribuito a disegnare il volto stesso della libertà occidentale.
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Paolo Longobardi
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