LITI FISCALI IN CALO DEL 15,6% NEL 2025, LO STATO PERDE UNA CAUSA SU TRE 


I ricorsi tributari di primo grado calano del 14,6% nel 2025, scendendo a 155.500 dai 182.112 del 2024. Il calo inverte la tendenza espansiva dell’anno precedente ed è riconducibile agli strumenti deflattivi attivati: conciliazioni agevolate, tregua fiscale e definizione agevolata delle controversie pendenti. Nel solo 2025 si sono perfezionate oltre 6.000 conciliazioni, il 49% in più rispetto alle 4.000 del 2024. La distribuzione per soggetto vede le tre Agenzie fiscali — Entrate, Entrate-Riscossione, Dogane e Monopoli — assorbire circa due terzi degli atti di primo grado: 102.000 ricorsi su 155.500.

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione è il soggetto più litigato in assoluto con 52.563 ricorsi, in calo del 15,9% rispetto al 2024 grazie all’impatto della Rottamazione-quater. Gli enti locali pesano per il 23% del totale con 35.843 atti. Lo rivela un report del Centro studi di Unimpresa, secondo cui al 31 dicembre 2025 risultano ancora in carico 158.335 ricorsi di primo grado e 80.412 di secondo grado. Il secondo grado va in controtendenza: i ricorsi in appello crescono del 9,8%, passando da 42.613 a 46.780, con aumenti per tutte le amministrazioni ad eccezione dell’Agenzia delle Dogane. Il fenomeno è legato allo sfasamento temporale tra i gradi: le sentenze emesse nel 2024, anno di picco per il primo grado, alimentano ora le impugnazioni in appello. Nel 2025 le Corti di giustizia tributaria hanno emesso 173.258 sentenze di primo grado e 50.589 di secondo, per un valore complessivo superiore a 24 miliardi di euro — circa 15 miliardi al primo grado, poco meno di 10 miliardi al secondo.

L’Agenzia delle Entrate rappresenta il soggetto finanziariamente più esposto, con circa il 70% del valore totale delle controversie di sua competenza. Il valore delle sentenze di primo grado mostra un trend crescente nel triennio, passando da 13,3 miliardi del 2023 a 14,9 miliardi del 2025. Il dato strutturalmente più critico riguarda gli esiti. Le sentenze completamente favorevoli all’Amministrazione rappresentano il 47,9% del totale in primo grado e il 50,7% in appello. La soccombenza piena dello Stato si attesta al 29% in primo grado e al 30,8% in secondo. La parziale soccombenza assorbe il restante 23% circa in entrambi i gradi. Un contribuente su tre che ricorre ottiene ragione. Sul piano geografico, Campania, Sicilia e Lazio coprono insieme circa la metà del totale degli atti pervenuti a livello nazionale, anomalia strutturale che si conferma invariata di anno in anno. In Cassazione i ricorsi tributari sono diminuiti del 2,5% rispetto al 2024, circa 200 atti in meno.

Le sentenze emesse sono invece cresciute di oltre 2.000 unità (+16%), con tasso di accoglimento del 34%, di rigetto del 23% e di inammissibilità del 4%. La materia tributaria pesa stabilmente per il 35% del totale degli atti in Cassazione e per il 38% delle definizioni. Il nodo irrisolto sono i tempi: 52 mesi il tempo medio di definizione delle controversie tributarie, contro 40 mesi per la media civile complessiva. Dodici mesi in più, oltre un anno, per sapere se una pretesa fiscale era legittima. 

«Osserviamo un segnale concreto che gli strumenti deflattivi stanno producendo risultati. L’aumento delle conciliazioni perfezionate nell’anno e una definizione agevolata delle controversie pendenti che ha ridotto lo stock complessivo ai minimi del triennio: sono dati che dimostrano come sia possibile alleggerire il contenzioso senza attendere i tempi della giustizia ordinaria. Il sistema funziona quando fisco e contribuente hanno incentivi reali a trovare un accordo, e il 2025 ne è la prova. Ora occorre stabilizzare questi strumenti in via strutturale, senza affidarsi a misure una tantum che producono effetti temporanei. Un rapporto fisco-contribuente fondato sulla collaborazione, sulla certezza delle regole e sulla rapidità delle definizioni è nell’interesse di tutti: delle imprese, che possono pianificare senza l’incubo di anni di incertezza giudiziaria, e dello Stato, che incassa prima e più» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati della Corte dei conti, nel 2025 le Corti di giustizia tributaria di primo grado hanno ricevuto complessivamente 155.500 ricorsi, in calo di 26.612 atti rispetto ai 182.112 del 2024, con una variazione percentuale di -14,6%. È il primo calo significativo dopo anni di crescita sostenuta: il 2024 aveva segnato un incremento rilevante rispetto al 2023, quando i ricorsi pervenuti erano stati 138.372 — il che significa che nel triennio 2023-2025 il livello si è prima impennato e poi ridimensionato, chiudendo sopra il punto di partenza di circa 17.000 unità. La flessione è imputabile all’azione combinata di due fattori distinti. Da un lato, i provvedimenti di definizione agevolata delle controversie pendenti — che hanno incentivato la chiusura accelerata di liti già aperte con un costo ridotto per il contribuente — hanno abbattuto lo stock di ricorsi in essere, riducendo indirettamente la formazione di nuovi appelli e impugnazioni. Dall’altro, la tregua fiscale ha ridotto il volume di accertamenti contestati, diminuendo alla radice il numero di atti suscettibili di impugnazione. Nel 2025 si sono inoltre perfezionate più di 6.000 conciliazioni, con un incremento del 49% rispetto alle circa 4.000 del 2024: l’82% in sede di primo grado, il 16% in appello, il 2% in Cassazione. Il trend è invertito, ma va letto con cautela. Il calo è il prodotto di misure straordinarie — condoni, tregue, agevolazioni — e non necessariamente di un miglioramento strutturale del rapporto tra fisco e contribuente. Quando gli effetti deflattivi si esauriranno, la traiettoria potrebbe riprendere la direzione espansiva.

Chi ricorre e contro chi: la mappa del contenzioso. La distribuzione degli atti per soggetto istituzionale conferma che il contenzioso tributario è un fenomeno concentrato. Le tre Agenzie fiscali — Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Entrate-Riscossione, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli — assorbono circa due terzi dei ricorsi di primo grado: 102.000 atti su 155.500. Il restante terzo si divide tra enti locali (35.843 atti, pari al 23% del totale) e altri enti impositori (17.817 atti, pari all’11,5%). L’Agenzia Entrate-Riscossione, con 52.563 ricorsi, è il soggetto che attira il maggior numero di controversie in assoluto — fenomeno che riflette la conflittualità strutturale legata all’attività di riscossione coattiva, ai piani di rateizzazione e alle cartelle esattoriali. La flessione del 15,9% rispetto al 2024 è la più marcata tra le Agenzie ed è riconducibile all’impatto della Rottamazione-quater, che ha dirottato verso accordi bonari posizioni che altrimenti sarebbero finite in giudizio. Al 31 dicembre 2025 risultano in carico 158.335 ricorsi di primo grado e 80.412 di secondo grado, in diminuzione rispetto all’anno precedente per entrambi i gradi. Lo stock pendente rimane tuttavia ingente: quasi 240.000 procedimenti complessivi nei due gradi di merito, a cui si aggiunge il contenzioso di legittimità in Cassazione.

Il secondo grado va controcorrente: i ricorsi crescono. Un elemento di segno opposto rispetto alla flessione del primo grado emerge dall’analisi del secondo grado di giudizio. Nel 2025 i ricorsi in appello pervenuti ammontano a 46.780, in aumento rispetto ai 42.613 del 2024 (+9,8%). La crescita riguarda tutte le amministrazioni — Agenzia delle Entrate, Agenzia Entrate-Riscossione, enti locali e altri enti — con la sola eccezione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.Il dato non è paradossale: è figlio del naturale sfasamento temporale tra il primo e il secondo grado. Le sentenze emesse nel 2024 — anno in cui il primo grado aveva registrato un picco di nuovi ingressi — alimentano ora le impugnazioni in appello, con un ritardo di 12-18 mesi. La tendenza a impugnare le sentenze di merito rimane “sostenuta”, come annotano i dati del MEF: nonostante il rallentamento degli ingressi al primo grado, chi perde non rinuncia facilmente al secondo tentativo.

Le sentenze: 173.000 al primo grado, 50.000 in appello, 24 miliardi di valore Nel 2025 le Corti di giustizia tributaria hanno emesso 173.258 sentenze di primo grado e 50.589 di secondo grado, per un valore complessivo superiore ai 24 miliardi di euro: circa 15 miliardi relativi al primo grado e poco meno di 10 miliardi al secondo. Il trend del valore è crescente per il primo grado nel triennio (da 13,3 miliardi del 2023 a 14,9 miliardi del 2025), mentre il secondo grado mostra maggiore volatilità — 9,9 miliardi nel 2023, oltre 11 miliardi nel 2024, meno di 10 miliardi nel 2025. L’Agenzia delle Entrate rappresenta il soggetto finanziariamente più esposto: circa il 70% del valore totale delle controversie è di sua competenza, il che significa che oltre 16,8 miliardi dei 24 miliardi complessivi riguardano controversie in cui l’Agenzia è parte. Le tipologie di imposta più contestate rispecchiano il peso delle singole imposte nel sistema: in primo grado, IRPEF, IVA e imposta di registro dominano tra i tributi erariali (53% degli atti), affiancate dai tributi locali su rifiuti, proprietà immobiliare e tasse auto (47%). In secondo grado la quota erariale sale al 69%, con IRPEF e IVA ancora prevalenti.

Il tasso di soccombenza: lo Stato perde una causa su tre Il dato strutturalmente più critico per la finanza pubblica riguarda l’esito dei giudizi. Nel 2025: le sentenze di primo grado completamente favorevoli all’Amministrazione rappresentano il 47,9% del totale: le sentenze di soccombenza piena dell’Amministrazione il 29,0%; la parziale soccombenza (vittoria parziale di entrambe le parti) il restante 23%.In secondo grado il quadro migliora marginalmente: il tasso di vittoria sale al 50,7%, ma la soccombenza rimane al 30,8%, con parziale soccombenza al 18,5%.Un tasso di soccombenza strutturalmente prossimo al 30% ha conseguenze dirette e misurabili sul bilancio pubblico. Le somme riscosse provvisoriamente in pendenza di giudizio — attraverso il meccanismo della riscossione frazionata — potrebbero dover essere in parte restituite al contribuente al termine del procedimento. Questo obbligo di restituzione impone accantonamenti sistematici al Fondo rischi per spese legali e passività potenziali, riducendo la disponibilità effettiva delle entrate tributarie rispetto a quelle accertate. In termini pratici: un contribuente su tre che decide di ricorrere ottiene ragione. Questa percentuale non è compatibile con un sistema fiscale di qualità: o le norme sono troppo complesse e ambigue, o l’attività accertativa è troppo aggressiva rispetto ai fondamenti giuridici delle pretese, o entrambe le cose.

Il nodo geografico: Campania, Sicilia e Lazio coprono metà dei ricorsi. La distribuzione territoriale del contenzioso presenta anomalie strutturali che si confermano di anno in anno. Campania, Sicilia e Lazio coprono insieme circa la metà del totale degli atti pervenuti a livello nazionale, in modo sproporzionato rispetto al loro peso demografico ed economico. Il fenomeno riflette una combinazione di criticità: densità demografica, tradizionale conflittualità nel rapporto fisco-contribuente nelle regioni meridionali, e — per il Lazio — la concentrazione di Roma come sede di grandi imprese e di un elevato numero di accertamenti di valore rilevante.La concentrazione geografica ha implicazioni organizzative dirette: le Corti di giustizia tributaria di queste regioni operano sotto un carico strutturalmente superiore alla media, con rischi evidenti sui tempi di definizione.

La Cassazione: 52 mesi per una sentenza, un anno più degli altri. Il contenzioso tributario che raggiunge la Corte di Cassazione mostra nel 2025 segnali parzialmente positivi ma una criticità irrisolta sui tempi. I ricorsi pervenuti sono diminuiti del 2,5% rispetto al 2024 (circa 200 atti in meno), invertendo il trend espansivo del 2024 (+2.500 unità). Le sentenze emesse sono invece cresciute di oltre 2.000 unità (+16%), con un tasso di accoglimento del 34%, di rigetto del 23% e di inammissibilità del 4%.La materia tributaria rappresenta stabilmente circa il 35% del totale degli atti pervenuti in Cassazione e il 38% delle definizioni nel 2025 — sette punti percentuali in più rispetto al 2024, a segnalare un’accelerazione nell’attività di smaltimento dell’arretrato.Il dato rimasto invariato e critico è il tempo medio di definizione52 mesi per le controversie tributarie, contro una media complessiva di 40 mesi per tutti i procedimenti civili in Cassazione. Un divario di 12 mesi — oltre un anno — che si spiega con la complessità tecnica delle questioni fiscali, la frequente necessità di rimessioni alle Sezioni Unite per contrasti giurisprudenziali, e il volume assoluto degli atti. Le imposte più rappresentate tra i nuovi ricorsi sono i tributi locali (1.700 atti), l’IRPEF (1.400) e l’IVA (1.300). Quattro anni e quattro mesi per sapere se una pretesa fiscale era legittima. Per il contribuente privato o per l’impresa che ha dovuto versare in via provvisoria le somme contestate, questo lasso di tempo ha un costo reale: finanziario, gestionale, psicologico.

Il nodo della riforma della magistratura tributaria. Il 2025 è anche il primo anno pieno di applicazione della riforma della giustizia tributaria introdotta dalla legge n. 130/2022, che ha trasformato il sistema da giudici “onorari” — prestati da altre magistrature o professioni — a una magistratura professionale a tempo pieno. La transizione è però accompagnata da una contrazione degli organici: dal 1° gennaio 2026 il limite anagrafico per i componenti del ruolo unico è fissato tassativamente a 73 anni, determinando l’uscita automatica di una quota significativa dei giudici attualmente in servizio.Per compensare questo effetto, il legislatore ha innalzato la soglia per il rito monocratico — che consente a un giudice singolo di decidere le controversie di minore valore, accelerando i tempi — e ha razionalizzato le sedi giudiziarie. La digitalizzazione attraverso il Processo Tributario Telematico (PTT) e l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale per l’analisi dei precedenti sono in corso ma non ancora a regime.

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