Il “Frascati” ha un problema, ma probabilmente è diverso da quello che raccontiamo da almeno trent’anni


Ogni volta che si apre una discussione sul futuro del Frascati il copione sembra già scritto. Si parla del mercato che cambia, dei consumi che diminuiscono, dei giovani che bevono meno vino, della concorrenza di altri territori, dei prezzi, della distribuzione organizzata, della difficoltà di fare reddito. Eppure, il Frascati non è semplicemente una denominazione vitivinicola: è un sistema territoriale che, secondo il disciplinare di produzione, comprende integralmente i comuni di Frascati, Grottaferrata e Monte Porzio Catone, e parte dei territori di Monte Compatri e Roma, un areale omogeneo per storia, geologia, paesaggio e tradizione enologica, che rappresenta uno dei cuori identitari dei Castelli Romani.

Tutte questioni reali, naturalmente. Eppure, leggendo la ricerca che il Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Verona ha dedicato al sistema vitivinicolo del Frascati DOC e DOCG, si ha la sensazione che la domanda decisiva sia rimasta sullo sfondo. Non perché qualcuno l’abbia evitata, ma perché è così vicina ai nostri occhi da essere diventata invisibile. Succede spesso nei territori straordinari. La bellezza, quando diventa quotidiana, smette di sorprendere chi ci vive. Si attraversano paesaggi che milioni di persone sognerebbero di conoscere senza più fermarsi a guardarli. Si percorrono strade che raccontano duemila anni di storia come se fossero semplicemente la strada di casa. È il paradosso della ricchezza: ci si abitua fino a dimenticare il valore di ciò che si possiede.

Forse è accaduto anche al Frascati.

Perché il problema, probabilmente, non è il vino. Il problema è avere continuato a pensare che il vino fosse il prodotto finale, quando invece è soltanto l’inizio di un racconto molto più grande. La ricerca realizzata nel 2026 dal Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Verona ha affrontato questo tema senza cercare colpevoli e senza offrire facili ricette, scegliendo piuttosto di ascoltare. Produttori, istituzioni, grande distribuzione e consumatori sono stati coinvolti in un percorso che ha restituito una fotografia sorprendentemente lucida del sistema Frascati: quindici interviste agli operatori della filiera, due confronti istituzionali, una rilevazione nella GDO e un’indagine dedicata ai consumatori hanno costruito un quadro che va ben oltre il comparto vitivinicolo.

La prima sorpresa è che il consumatore non boccia affatto il Frascati. Al contrario, continua ad apprezzarne le caratteristiche che da sempre ne rappresentano l’identità: freschezza, bevibilità, equilibrio, mineralità e capacità di accompagnare la tavola. I dati mostrano una preferenza ancora marcata per il vino tradizionale e confermano come il consumo rimanga legato ai momenti della convivialità. Non emerge quindi un problema di qualità del prodotto, ma qualcosa di molto più profondo: una conoscenza ancora insufficiente del territorio che quel vino rappresenta.

Ed è qui che la ricerca assume un valore che supera quello di una semplice analisi di mercato. Le parole che ricorrono più frequentemente nelle interviste – comunicazione, Roma, vulcano, storia, tradizione, enoturismo, innovazione, digitale, collaborazione, coraggio – raccontano una consapevolezza diffusa. Tutti sembrano intuire che il futuro del Frascati non dipenderà soltanto dalla qualità delle bottiglie, ma dalla capacità di raccontare, finalmente, il territorio che quelle bottiglie esprimono.

Per troppo tempo il Frascati ha pensato di appartenere esclusivamente al mercato del vino. Ma il mondo è cambiato. Oggi nessuno sceglie una destinazione soltanto per acquistare una bottiglia. Si parte per vivere un luogo, per conoscere chi produce, per camminare tra i filari, per sedersi a tavola, per ascoltare una storia. Il vino diventa il ricordo di un’esperienza, non il motivo dell’esperienza.

È ciò che hanno compreso territori come Langhe, Chianti o Valpolicella. Nessuno di loro vende semplicemente Barolo, Brunello o Amarone. Vendono un’identità. Hanno costruito un racconto nel quale il vino è il protagonista, ma non è mai l’unico attore. Attorno a un calice ruotano paesaggio, ospitalità, cultura, gastronomia, storia e qualità della vita. Il Frascati possiede tutto questo, e forse in misura ancora maggiore. Pochi territori possono concentrare in pochi chilometri quadrati un vulcano spento che continua a dare vita a terreni straordinariamente fertili, una capitale come Roma, ville tuscolane, abbazie millenarie, siti archeologici, borghi storici e una tradizione vitivinicola che accompagna la storia dell’Urbe da oltre duemila anni.

È un patrimonio unico che il mondo ci invidia ma che, troppo spesso, noi stessi continuiamo a considerare normale. È forse questo il nodo centrale. Il Frascati è cresciuto accanto a Roma, abituandosi alla bellezza fino quasi a non riconoscerla più. Eppure, proprio quella bellezza rappresenta il suo vantaggio competitivo più importante. Nessun piano di marketing potrà mai inventare ciò che questo territorio possiede naturalmente: la storia, il paesaggio, la cultura, la memoria, la geologia, la tradizione e quel rapporto irripetibile tra uomo e natura che si è costruito nei secoli.

Per questo assume un significato particolare il richiamo della ricerca alla Dop Economy, intesa non come semplice certificazione di qualità ma come modello di sviluppo capace di generare economia, turismo, occupazione, tutela del paesaggio e identità culturale. Una denominazione non protegge soltanto un vino; protegge una comunità, il suo sapere e il suo territorio. È un patrimonio collettivo prima ancora che un marchio commerciale.

Anche le indicazioni dei cittadini vanno nella stessa direzione. La maggioranza ritiene importante investire nella formazione delle nuove generazioni, realizzare vigne didattiche, favorire la conoscenza delle cantine e costruire occasioni permanenti di incontro tra produttori, scuole e comunità locale. È un messaggio semplice ma decisivo: prima di convincere il mondo ad amare il Frascati, dobbiamo essere noi a riconoscerne fino in fondo il valore.

Forse è proprio questa la riflessione più importante che ci consegna il lavoro dell’Università di Verona. Il Frascati non ha bisogno di reinventarsi. Ha bisogno di prendere coscienza di ciò che è sempre stato. Non basta produrre un grande vino se quel vino rimane separato dal paesaggio che lo genera. Ogni bottiglia dovrebbe diventare il biglietto da visita di un territorio, l’invito a percorrere le strade dei Castelli Romani, a conoscere le sue cantine, le sue ville, le sue abbazie, le sue tradizioni, la sua cucina e la sua storia. Per troppo tempo ci siamo chiesti come vendere meglio il Frascati. Forse è arrivato il momento di chiederci come raccontarlo meglio. Perché il vino passa, il territorio resta. Ed è proprio il territorio, oggi, la nostra etichetta più preziosa.

Una ricerca che nasce dall’ascolto
Questo lavoro nasce grazie all’impegno del Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Verona, sotto la responsabilità scientifica del Prof. Riccardo Scarpa e il coordinamento del Dott. Pierluigi Carlà, che hanno scelto di mettere la ricerca al servizio del territorio. Un sincero ringraziamento va ai produttori che hanno condiviso tempo, esperienza e visione: Bruno Gasperini (Casale Vallechiesa), Federico Montalto (Colle Arnaldo), Mario Gori (Antiche Casette), Lorenzo Costantini (Villa Simone), Daniele Collu (Santé), Salvatore Stingo (Cooperativa Sociale Capodarco), Luigi Valente (Il Torchio), Luigi Fragiotta (Gabriele Magno), Riccardo Magno (La Torretta), Lorenzo Ferri (Ferri Vini), Roberto Rotelli (Casale Mattia), Daniele Presutti (Cantina Ribelà), Enzo e Alessandro Bucciarelli (Cantina Bucciarelli), Roberto Troiani (Gelato DiVino), Chiara e Lorenzo Iacoponi (Eredi dei Papi).

Un grazie altrettanto sentito a Francesca Sbardella, Sindaca di Frascati, a Claudio Cerroni, Assessore all’Agricoltura del Comune di Frascati, a Massimo Pulcini, Sindaco di Monte Porzio Catone, e ad Alfredo Moraci, Direttore del MUSA, per aver contribuito con il loro punto di vista a un confronto che riguarda il futuro di un intero territorio.

Infine, il ringraziamento più importante va ai cittadini che hanno partecipato al questionario e a tutti coloro che hanno contribuito a questa ricerca. Perché i dati sono fondamentali, ma diventano davvero utili solo quando aiutano una comunità a guardarsi allo specchio e a immaginare il proprio futuro.

La ricerca dell’Università di Verona ha avuto proprio questo merito: ricordare che il Frascati non è soltanto uno dei grandi vini italiani, ma l’espressione di un territorio che possiede tutto ciò che serve per diventare un’esperienza capace di lasciare il segno.
Massimiliano Baglioni


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