Il ruolo del Libano nella stabilizzazione del Medio Oriente


Il recente viaggio di Stato del presidente libanese Joseph Aoun a Washington segna un passo avanti della politica araba verso legami più stretti con gli Stati Uniti, migliori relazioni con Israele e un’ostilità chiara verso la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il Libano è un Paese segnato dalla Storia. Era l’antica Fenicia, uno Stato marittimo che prima della maggior parte dei popoli vicini, sviluppò il commercio e fondò insediamenti lungo le coste settentrionali e meridionali del Mediterraneo, fino a quella che sarebbe diventata Gibilterra.
L’apice della sua civiltà fu Cartagine, nell’attuale Tunisia, grande e prosperosa città che sorse e fiorì contemporaneamente a Roma. Grazie alle relazioni con le tribù spagnole, scoprì ricche miniere d’oro e d’argento, se ne appropriò, reclutò gli spagnoli come truppe scelte – retribuite con la grande ricchezza estratta – insieme ad altri mercenari, per imporre i propri interessi con la forza. Nel terzo secolo a.C., la situazione conflittuale la portò a scontrarsi con Roma per il controllo della Sicilia, allora in gran parte territorio greco. Roma, che aveva creato una marina, trasformando decine di migliaia di agricoltori e viticoltori in uomini di mare, sconfisse la flotta mercenaria cartaginese nella Prima guerra punica. La città africana, per ritorsione, scatenò la Seconda guerra punica (218–201 a.C.), e per dieci anni il generale cartaginese Annibale condusse battaglie vittoriose lungo la penisola italiana senza riuscire però a conquistare Roma.

Alla fine i romani prevalsero, occuparono le miniere cartaginesi in Spagna, costrinsero Annibale a tornare in Africa, sconfiggendolo definitivamente nella battaglia di Zama nel 202 a.C. e Cartagine fu completamente distrutta nella Terza guerra punica (149–146 a.C.). Un conflitto, questo, non provocato ed esempio disonorevole di aggressione gratuita e sadica sostenuto da Catone il Vecchio (fatto che mi ha incuriosito sul perché il suo nome possa essere stato tramandato nei secoli con toni positivi).

La Fenicia aveva subito sino a quel momento l’occupazione prima dei persiani, poi di Alessandro Magno e dei suoi successori seleucidi e tolemaici, infine i romani  che, insieme ai loro eredi bizantini, vi sono rimasti per ottocento anni. Sono seguiti una serie di califfati, poi l’Impero ottomano e, tra il 1919 e il 1946 la Francia, in base al famoso accordo Sykes-Picot.

I famosi cedri del Libano sono stati considerati per migliaia di anni il miglior legname per costruire navi o grandi edifici e ancora oggi conservano foreste impressionanti nel Paese. La popolazione libanese attuale, poco più di 5 milioni, è composta per circa un quarto da musulmani sciiti, che simpatizzano in qualche misura con l’Iran e forniscono il personale a Hezbollah – l’organizzazione terroristica che dispone di una notevole forza politica ed è la potenza militare dominante in gran parte del Libano. Un altro quarto circa è formato da musulmani sunniti, ostili agli sciiti. Una percentuale leggermente superiore, e comunità più agiata, sono i maroniti cattolici, mentre un altro 13 percento è costituito da altri cristiani, principalmente ortodossi orientali e armeni.

Di per sé, questi dati demografici contribuiscono a una situazione conflittuale, aggravata dall’era di Assad in Siria, utilizzata dall’Iran come canale per sostenere Hezbollah nella devastante guerra civile che ha costretto Israele a proteggere il nord del proprio Paese dalle continue operazioni terroristiche di Hezbollah.

Oggi è ormai evidente che la maggioranza dei libanesi sia esasperata dalla guerra di Hezbollah contro Israele, un conflitto che ha assunto il carattere sia di una guerra civile all’interno del Libano che di scontro con il potente vicino meridionale.

Israele ha respinto i terroristi con incursioni in Libano, indebolendolo al punto che non può più sostenere il regime siriano, mentre l’opposizione interna ad Assad, assistita da Israele e Stati Uniti, ha espulso e neutralizzato le influenze iraniane in Siria, interrompendo in gran parte gli aiuti iraniani a Hezbollah. E negli ultimi trenta mesi – dal micidiale attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 – Hezbollah è stato gravemente indebolito e danneggiato dall’offensiva israeliana.

Il senso della visita di Aoun e dei colloqui diretti tra Libano e Israele sotto l’egida americana, risiede in una concreta speranza: il disarmo di Hezbollah potrebbe essere scambiato con il ritiro israeliano, consentendo all’esercito libanese – che tradizionalmente contava appena diecimila unità, molte delle quali di dubbia lealtà per ragioni settarie – di governare effettivamente il Paese per la prima volta dopo oltre 50 anni. Sarà necessario un potenziamento dell’esercito libanese, in precedenza comandato da Aoun, il blocco totale degli aiuti iraniani a Hezbollah e una netta separazione tra la maggioranza del quarto sciita della popolazione e la minoranza sciita filo-terroristica che compone le forze di Hezbollah. Questa è la prima volta che il governo libanese riconosce concretamente in Israele una forza a lui più favorevole rispetto alla milizia terroristica armata di Hezbollah.

Cinquanta anni di conflitti quasi ininterrotti non hanno impedito a Beirut di restare una delle città più affascinanti al mondo: conserva l’eleganza del periodo in cui era una delle principali città dell’Impero francese, unitamente alla ricchezza dell’architettura della leggendaria comunità commerciale libanese, discendenti imperituri e legittimi della Fenicia, e alle proverbialmente belle ed eleganti donne maronite, il tutto incorniciato in uno splendido scenario mediterraneo.

Come gran parte del resto del Medio Oriente, tutto ora dipende dal fatto che il presidente degli Stati Uniti porti a termine il lavoro con l’Iran. Gli Stati Uniti possono, chiaramente, piegare quel regime sanguinario, ma il fanatismo, l’indifferenza alle sofferenze inflitte al proprio popolo e ai Paesi vicini, insieme al morboso approccio pseudo-filosofico al suicidio, rendono qualsiasi previsione incerta.
In una certa misura, la presenza del presidente libanese a Washington indica che questo veterano temprato dalle guerre e dalle tradizioni del suo Paese nutre ancora qualche speranza, forse persino fiducia, che l’unica potenza mondiale in grado di agire possa compiere quanto necessario per rendere finalmente raggiungibile la prospettiva di una pace duratura in Medio Oriente.


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