GIUSTIZIA, SICUREZZA E SILENZI
Due donne. Due parchi della periferia milanese. Due violenze sessuali emerse nel giro di quarantotto ore. E una sensazione che si fa strada tra gli italiani: quella di una giustizia capace di mostrare tutta la propria forza quando deve condannare chi ha reagito a una rapina, ma molto più prudente quando davanti a sé ha chi è accusato di avere imposto con la forza un rapporto sessuale.
È una percezione. Va detto chiaramente. Ma liquidarla come il solito sfogo emotivo sarebbe un errore politico e istituzionale.
di Francesco Panasci
La sedicenne e l’incontro nato sui social
Il primo episodio riguarda una ragazza italiana di sedici anni. Aveva conosciuto su Instagram un ventiduenne residente nell’hinterland milanese e aveva deciso di incontrarlo.
Secondo la denuncia della minorenne, dopo alcuni baci inizialmente consensuali, il giovane avrebbe preteso di andare oltre. Lei avrebbe detto più volte di no: «Non voglio fare queste cose». Ma quel rifiuto, stando alla ricostruzione investigativa, non sarebbe stato rispettato.
La ragazza avrebbe subito un rapporto sessuale contro la propria volontà. Sconvolta, si sarebbe confidata prima con un’amica e poi con i genitori, che hanno avvisato la polizia.
Gli investigatori hanno analizzato le conversazioni, i profili social e le immagini delle telecamere. La Procura di Milano ha chiesto per l’indagato la custodia cautelare in carcere, contestandogli la violenza sessuale aggravata.
Il gip, pur riconoscendo – secondo quanto riportato dalle cronache – il rischio di reiterazione del reato, ha scelto una misura meno severa: obbligo di dimora nel Comune di residenza e permanenza in casa dalle 22 alle 7.
Non è dunque corretto dire che il giovane sia stato semplicemente denunciato e lasciato completamente libero. Una misura cautelare è stata applicata. Ma è altrettanto legittimo domandarsi se obbligare a rimanere in casa durante la notte sia una risposta adeguata davanti a un’accusa tanto grave, riguardante peraltro una minorenne.
La runner aggredita al Parco delle Cave
Il secondo episodio è ancora più brutale nella sua dinamica.
Una donna italiana di trentanove anni stava facendo jogging al Parco delle Cave, nella periferia occidentale di Milano, quando sarebbe stata assalita da un cittadino egiziano di ventisei anni, regolarmente presente in Italia.
L’uomo l’avrebbe scaraventata a terra, immobilizzata e zittita con una mano sulla bocca. La donna ha trovato la forza di reagire mordendo la mano del suo aggressore. Quel gesto disperato le ha consentito di liberarsi e fuggire.
Le immagini delle telecamere, i tabulati telefonici e il racconto della vittima hanno permesso alla Squadra mobile di risalire al presunto responsabile. In questo caso il giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere, eseguita dalla polizia il 21 luglio.
Una decisione diversa, fondata evidentemente su circostanze, indizi ed esigenze cautelari valutati diversamente. Ed è giusto sottolinearlo: l’arresto del ventiseienne dimostra che non esiste una regola generale di indulgenza verso chi è accusato di violenza sessuale.
Ma il primo caso resta. E resta soprattutto il paragone che molti cittadini fanno con la vicenda di Mario Roggero.
Roggero e quei 14 anni e nove mesi
Il gioielliere di Grinzane Cavour è stato condannato definitivamente a 14 anni e nove mesi per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto al proprio negozio.
La giustizia ha stabilito che, quando Roggero sparò, i rapinatori erano ormai in fuga e non esisteva più un pericolo attuale tale da giustificare quella reazione. È una distinzione giuridica decisiva e non può essere cancellata per convenienza editoriale: Roggero non è stato condannato per essersi difeso dentro il negozio, ma per avere inseguito e colpito i rapinatori all’esterno.
Due persone sono morte e una terza è rimasta ferita. Non siamo quindi davanti a fatti sovrapponibili a quelli di Milano. Nel caso Roggero, inoltre, esiste una condanna definitiva; nei casi delle violenze sessuali siamo ancora davanti ad accuse da dimostrare nel processo.
Tutto corretto. Tutto giuridicamente ineccepibile.
Eppure qualcosa non torna nella percezione collettiva.
La distanza tra diritto e senso di giustizia
Gli italiani vedono un commerciante di settantadue anni entrare in carcere per quattordici anni e nove mesi dopo essere stato rapinato nel luogo in cui lavoravano anche la moglie e la figlia. Nello stesso momento apprendono che un ventiduenne accusato di avere violentato una sedicenne, nonostante la richiesta di custodia cautelare avanzata dalla Procura, dovrà essenzialmente restare nel proprio Comune e rientrare a casa entro le dieci di sera.
Non significa che Roggero dovesse essere assolto. Non significa che il ventiduenne debba essere dichiarato colpevole prima del processo. Significa che la risposta dello Stato deve essere non soltanto conforme alla legge, ma anche comprensibile alla comunità.
La custodia cautelare non è un’anticipazione della pena e non può essere utilizzata per placare l’opinione pubblica. Serve esclusivamente quando ricorrono esigenze precise: pericolo di fuga, inquinamento delle prove o rischio di reiterazione.
Ma proprio qui nasce la domanda: se è stato riconosciuto il rischio che un’accusa tanto grave possa essere reiterata, perché è stato ritenuto sufficiente l’obbligo di dimora con permanenza notturna nell’abitazione?
È una domanda, non una sentenza pronunciata dalla piazza.
Il silenzio del sindaco Sala
E poi c’è il silenzio del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Al momento in cui scriviamo, non risultano sue dichiarazioni pubbliche specifiche su questi due episodi. Eppure parliamo di una sedicenne che denuncia di essere stata violentata in un parco e di una donna aggredita mentre correva al Parco delle Cave. Per anni Sala ha contrapposto ai timori dei cittadini i dati sulla diminuzione dei reati, sostenendo che la percezione dell’insicurezza avesse una memoria più lunga della realtà statistica. Ma una città non si governa soltanto attraverso percentuali e classifiche. La paura di una donna che non si sente più libera di attraversare un parco non è una percezione da correggere: è un problema politico da affrontare. Il sindaco non amministra le statistiche, amministra una comunità. E davanti a due vicende tanto gravi, il silenzio non rassicura e non protegge nessuno. Milano ha bisogno di sicurezza reale, presenza sul territorio, illuminazione, controlli e presidio dei luoghi pubblici. Ma ha bisogno anche di una voce istituzionale che dica con chiarezza alle donne: questa città non vi lascia sole.
Dove sono finite le piazze femministe?
C’è poi una domanda ancora più scomoda: dove sono le piazze femministe? Dove sono le associazioni, i collettivi e le esponenti politiche che giustamente manifestano contro la violenza sulle donne? Non si può sostenere, senza prove, che l’intero movimento femminista scelga deliberatamente il silenzio quando l’accusato è straniero. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Ma è legittimo domandarsi perché, davanti ad alcuni episodi, la mobilitazione sia immediata e travolgente, mentre in altri casi prevalgano prudenza, imbarazzo o silenzio. La violenza sessuale non cambia natura in base alla nazionalità dell’accusato, al colore della sua pelle o alla convenienza politica del momento. Un “no” resta un “no”, pronunciato davanti a un italiano o a uno straniero. Difendere le donne soltanto quando l’identità dell’aggressore si adatta alla propria narrazione significa indebolire la stessa battaglia contro la violenza. Questa domanda non la pone un giornale in cerca di polemiche. La pone una comunità che osserva, confronta e pretende coerenza. Perché i diritti delle donne o valgono sempre, oppure diventano soltanto uno slogan da portare in piazza quando conviene.
Non è soltanto una questione di pene
Il problema non riguarda soltanto il numero degli anni di carcere. Riguarda il messaggio che arriva alle vittime e alla società.
Alle donne diciamo di denunciare. Alle ragazze chiediamo di fidarsi delle istituzioni. Ripetiamo che un bacio consensuale non autorizza ciò che viene dopo e che ogni “no” deve essere rispettato.
Poi, però, quando una minorenne denuncia una violenza, la Procura chiede il carcere e il giudice ritiene sufficiente una misura che, agli occhi di molti cittadini, appare poco più di una limitazione serale.
La nazionalità dei presunti aggressori non può diventare una scorciatoia propagandistica. Nel primo episodio l’accusato è un ventiduenne residente nell’hinterland; nel secondo un cittadino egiziano regolare e occupato come operaio. Il punto non è il passaporto. Il punto è la condotta contestata e la capacità dello Stato di proteggere le persone.
Perché la violenza sessuale non è un incidente, non è un eccesso e non è una relazione finita male. È la cancellazione della libertà e della volontà di un’altra persona.
Le sentenze si rispettano, le decisioni si discutono
In uno Stato di diritto le sentenze devono essere rispettate. Ma possono e devono essere discusse, soprattutto quando producono una distanza profonda tra il linguaggio dei tribunali e il sentimento di giustizia della collettività.
Non si può confrontare meccanicamente una condanna definitiva per due omicidi con una misura cautelare adottata durante un’indagine per violenza sessuale. Sarebbe giuridicamente scorretto.
Si può però chiedere perché lo Stato appaia inflessibile quando giudica chi ha oltrepassato il limite della legittima difesa e tanto prudente quando deve impedire che un uomo accusato di avere violentato una minorenne possa ripetere quella condotta.
La legge non deve inseguire la rabbia popolare. Ma neppure può permettersi di diventare incomprensibile.
Perché quando i cittadini smettono di capire la giustizia, il rischio non è soltanto che critichino una decisione. Il rischio è che smettano di fidarsi dello Stato.
E una giustizia tecnicamente corretta, ma non più credibile agli occhi della comunità, finisce per perdere una parte essenziale della propria autorevolezza.
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Francesco Panasci
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