Bambini in carcere: i dati sulle madri detenute negli Icam italiani


La presenza di bambini all’interno delle strutture penitenziarie insieme alle madri detenute è un tema che crea inevitabili fratture etiche. Le esigenze di difesa sociale e l’esercizio della potestà punitiva dello Stato si scontrano con la tutela dei diritti fondamentali dell’infanzia, tra i quali quello di crescere in un ambiente sano e vicino alla propria madre detenuta.

Il legislatore italiano ha tentato più volte di mediare tra l’esigenza punitiva e cautelare e la tutela del preminente interesse del minore (best interests of the child), concetto cardine della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989. Tuttavia, nonostante i tentativi di riforma, i dati statistici più recenti evidenziano che siamo ancora lontani da un risultato accettabile.

L’evoluzione legislativa sulle madri detenute e la nascita degli Icam

Per comprendere le oscillazioni dei numeri inerenti la presenza di minori in carcere con le madri, è necessario ripercorrere gli strumenti giuridici che disciplinano la materia e i loro recenti mutamenti. 

In passato, l’ordinamento italiano prevedeva la permanenza dei figli con le madri detenute fino al compimento del terzo anno di età. La legge 8 marzo 2001, n.40, nota come legge Finocchiaro, ha introdotto la detenzione domiciliare speciale e il differimento dell’esecuzione della pena per le madri con prole di età inferiore a sei anni – o a dieci, in determinati casi – al fine di favorire la cura del rapporto affettivo al di fuori delle mura carcerarie. Tuttavia, l’efficacia di tale disposizione è sempre rimasta subordinata alla disponibilità di un domicilio idoneo, escludendo di fatto le donne in condizioni di marginalità sociale o senza fissa dimora.

Successivamente, con la legge 21 aprile 2011, n.62, sono stati istituiti gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), con l’obiettivo di decongestionare le sezioni nido delle Case circondariali ordinarie, offrendo ambienti privi di sbarre, con stanze arredate, luoghi per il gioco, cortili e cucine comuni, dove l’organizzazione degli spazi riproduce, nei limiti del possibile, contesti domestici e dove il personale di Polizia Penitenziaria opera senza divisa. Questa legge ha, inoltre, innalzato a sei anni il limite di età per la permanenza dei bambini con le madri detenute all’interno degli istituti in sede cautelare.

Da ultimo, il Decreto Sicurezza (la legge n.80/2025 di conversione del D.L. n.48/2025) ha introdotto modifiche significative riguardo alla detenzione delle donne incinte e delle madri con figli piccoli, incidendo sull’art. 146 del C.p., che prevedeva il rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena per le donne in gravidanza o madri di bambini di età inferiore a un anno. Con l’approvazione dell’art. 15 del decreto, il rinvio dell’esecuzione della pena diventa facoltativo, lasciando alla discrezionalità del giudice la decisione sul caso specifico. Qualora il rinvio non venga concesso, l’esecuzione della pena avviene presso un Istituto a custodia attenuata per detenute madri. Ed è questa novità che spiega la repentina variazione delle curve statistiche di ingresso di bambini in età di svezzamento nelle strutture detentive.

Madri detenute in Italia: numeri e statistiche

I dati ufficiali forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e analizzati nei rapporti annuali dell’Associazione Antigone permettono di ricostruire il numero di madri detenute e figli al seguito negli ultimi anni. 

Nell’agosto del 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria causata dal COVID-19, si registrava sul territorio nazionale la presenza di 33 madri detenute con 35 figli al seguito, distribuiti sia nelle sezioni nido delle carceri ordinarie (come Rebibbia femminile o Sollicciano) sia negli Icam allora attivi. 

Negli anni successivi, tra il 2021 e il 2023, l’applicazione delle misure deflattive derivate dall’emergenza sanitaria e una maggiore sensibilità della magistratura di sorveglianza avevano ridotto significativamente la presenza dei nuclei madre-bambino. Alla fine del 2024, il fenomeno raggiungeva un buon risultato, permettendo di registrare circa 10 bambini detenuti in tutto il territorio nazionale.

A partire dal 2025, il venir meno delle misure straordinarie post-pandemiche e l’applicazione dei nuovi orientamenti normativi più rigorosi di cui si è detto, hanno generato una crescita esponenziale del numero dei bambini ristretti. A giugno del 2025, il numero è salito a 19 bambini presenti nelle strutture. Al 31 ottobre i dati ministeriali hanno certificato la presenza di 24 madri con 26 figli al seguito, un dato che si è ulteriormente consolidato al 31 dicembre 2025 toccando quota 26 minori reclusi.

La preoccupante tendenza è proseguita nel corso dei primi mesi del 2026. Al 28 febbraio del 2026, si registravano, infatti, 23 madri detenute con 27 bambini negli Icam, contro gli 11 registrati nello stesso mese del 2025, evidenziando un incremento annuo superiore al 130%. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 30 giugno 2026 i bambini reclusi sono 30. 

L’età dei minori co-detenuti

Per quanto riguarda l’età dei minori co-detenuti, l’analisi dei dati forniti dal Ministero della Giustizia e dal Garante nazionale mostra una distribuzione eterogenea che abbraccia l’intera fascia prescolare.

I neonati tra zero e dodici mesi rappresentano il 25% del totale delle presenze. La fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra uno e due anni, che costituisce il 40% della popolazione totale dei minori in carcere in co-detenzione. Tale dato è molto preoccupante perché riguarda il periodo evolutivo in cui i bambini acquisiscono la deambulazione autonoma e le prime forme di linguaggio, con una forte necessità di stimoli intellettivi e spaziali.

I bambini della prima infanzia, in età compresa tra i due e i tre anni, rappresentano il 25% della popolazione degli Icam. Infine, i minori che superano i tre anni di età costituiscono il restante 10% del totale. 

Questi ultimi, che possiedono ormai consapevolezza della propria condizione restrittiva, si trovano in struttura in regime di deroga temporanea o in attesa di un collocamento esterno. Infatti, sebbene il limite di età per l’accoglienza negli istituti ordinari sia storicamente fissato a 3 anni, la permanenza fino a un massimo di 6 anni è consentita in presenza di particolari requisiti legati alla custodia cautelare o a proroghe concesse dal Tribunale per i minorenni al fine di evitare un distacco traumatico dalla madre in assenza di reti familiari esterne.

I dati anagrafici, dunque, evidenziano che il 75% della popolazione infantile in carcere ha un’età superiore all’anno. Si tratta di bambini che hanno già conquistato la posizione eretta, che iniziano a sviluppare il linguaggio e che possiedono una chiara percezione visiva dell’ambiente circostante. Per questa maggioranza di minori, l’esperienza del carcere – seppur mitigata –, del rumore delle chiavi e dei cancelli corazzati non è un elemento neutro, ma si traduce in un “imprinting” che inevitabilmente condizionerà le successive fasi del loro sviluppo cognitivo.

Distribuzione geografica della co-detenzione minorile

La geografia della detenzione madri-figli è strettamente legata alla localizzazione degli Icam attivi. Attualmente, le strutture specializzate e pertanto deputate a ospitare i bambini sono i centri di Torino “Lorusso e Cutugno”, Milano “San Vittore”, Venezia “Giudecca”, Cagliari e Lauro (Avellino).

Dai dati del Ministero della Giustizia, emerge una forte concentrazione della presenza minorile in Campania. L’Icam di Lauro, struttura speciale a custodia attenuata dedicata esclusivamente a questa tipologia detentiva, infatti, ha il primato nazionale, ospitando 13 dei 30 bambini totali, ovvero il 43,3% della popolazione minorile ristretta. La restante quota risulta distribuita principalmente tra l’Icam di Milano “San Vittore” e quello di Torino “Lorusso e Cotugno”, che ospitano 5 bambini ciascuno. 

La nazionalità delle madri detenute

Un altro dato statistico rilevato dal Ministero della Giustizia riguarda la nazionalità delle madri. Al 30 giugno 2026, delle 25 madri detenute, 12 sono italiane e 13 straniere. 

La, seppur lieve, prevalenza della componente straniera è dovuta al fatto che spesso queste donne sono prive di una rete familiare stabile sul territorio nazionale o non hanno la disponibilità di un immobile idoneo. Tale dato conferma come la mancanza di un domicilio adeguato rappresenti il principale ostacolo all’accesso alle misure alternative alla detenzione in carcere, che per lo più prevedono la detenzione domiciliare. In questo modo, la condizione di marginalità socio-economica della madre si trasforma inevitabilmente in un fattore selettivo di carcerazione per il minore al seguito.

La posizione delle madri detenute all’interno del sistema penitenziario italiano

La crescita del numero dei bambini in carcere si inserisce, tra l’altro, in un contesto di generale problematicità del sistema penitenziario italiano. Come noto, anche nel primo semestre del 2026 i dati hanno registrato tassi di sovraffollamento degli istituti di pena ben oltre la soglia critica.  Oltre 70 istituti registrano presenze di detenuti superiori al 150% della capienza legale, con picchi oltre il 200% in strutture complesse come Milano “San Vittore”.

Benché gli Icam godano di un regime organizzativo protetto rispetto alle sezioni detentive ordinarie, le madri detenute in essi risentono delle medesime carenze strutturali e del clima di tensione generale del sistema. Tra le criticità più preoccupanti vi è l’insufficienza di personale specialistico: la presenza di figure professionali esterne, quali psicologi dell’età evolutiva, neuropsichiatri infantili, pedagogisti e mediatori culturali, risulta ampiamente sottodimensionata rispetto agli standard minimi raccomandati. 

A questo si aggiunge l’isolamento sociale e il forte rischio di traumatizzazione indiretta per i bambini detenuti. Inevitabilmente, infatti, i minori assorbono l’elevato carico di sofferenza psichica dell’ambiente circostante. I dati relativi ai suicidi in carcere – che hanno toccato gli 82 casi nel corso del 2025 – uniti all’elevato tasso di autolesionismo tra la popolazione detenuta femminile, delineano un ambiente fortemente traumatico. Tale contesto è spesso caratterizzato dall’uso (e abuso) di farmaci sedativi e ansiolitici da parte delle madri, con ovvi riflessi sulla qualità della cura e dell’accudimento emotivo della prole. 

Il futuro (auspicato) delle madri detenute

Gli Icam, pur rappresentando un avanzamento rispetto alle tradizionali e fatiscenti sezioni nido delle Case circondariali ordinarie, non hanno risolto l’aporia fondamentale: un bambino costretto a vivere in un istituto di custodia resta, nella sua percezione spaziale ed emotiva, un bambino privato della propria libertà.

Il monitoraggio del Garante per l’infanzia evidenzia che solo una percentuale minima di istituti sul territorio nazionale garantisce una effettiva attuazione della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, firmata per la prima volta nel 2014 dal Ministero della Giustizia, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e dall’Associazione Bambinisenzasbarre, a tutela dei diritti dei 100mila bambini e adolescenti che ogni anno entrano nelle carceri italiane[1].

La soluzione al fenomeno qui brevemente raccontato, invocata costantemente dalle associazioni per i diritti umani e non solo, può trovarsi solo con l’esclusione assoluta del binomio madre-figlio dal circuito penitenziario. L’obiettivo può essere raggiunto, ad esempio, tramite il potenziamento delle Case famiglia protette, previste dalla legge n.62/2011 ma rimaste prive di risorse finanziarie stabili nel corso degli anni, consentendo all’infanzia dei bambini reclusi senza colpa di ritrovare la tutela e la dignità che la Costituzione italiana e i trattati internazionali garantiscono come diritto inalienabile.

[1] Tale dato, riportato come costante negli ultimi anni, include i minorenni che accedono a qualsiasi titolo nelle carceri italiane, e, pertanto, i giovani sopra i 14 anni ristretti in misura cautelare o con condanna definitiva presso gli Ipm, i bambini in co-detenzione con le madri e i minori che si recano ai colloqui con genitori reclusi.


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