Domenica 26 luglio il campo da tamburello di Piea si prepara ad accogliere l’energia travolgente dei Modena City Ramblers. Il gruppo emiliano, pioniere del combat folk, chiuderà in grande stile la quarta edizione del festival metal Kaptura, inserito nella ricca cornice di Monferrato on stage. A raccontare l’attesa per questo evento è lo storico bassista Massimo Ghiacci, che svela le emozioni di un tour lungo oltre trent’anni in questa intervista.
Siete in tour da oltre trent’anni e avete suonato su palchi di ogni tipo. Che significato ha per voi esibirvi in un contesto intimo e radicato nel territorio come il Monferrato on stage, in un piccolo centro come Piea?
Per noi ogni concerto, che sia davanti a pochi spettatori o a grandi platee (come possono essere stati i concerti del Primo Maggio o quello in Plaza de la Revolución all’Avana), è un’occasione per vivere le emozioni che le nostre canzoni, nel momento stesso in cui le eseguiamo, ci fanno provare oggi così come nel 1991. Il concerto a Piea per noi rappresenta la possibilità, intanto, di abbracciare il nostro pubblico della zona del Monferrato – che in tutti questi anni abbiamo sempre avuto modo di incontrare in più di un concerto – e poi per conoscere la realtà di questo luogo, che mi dicono di essere un borgo molto bello. Ancora adesso, dopo 30 anni, saliamo sul palco perché continuiamo ad avere delle cose da dire, voglia di condividerle con chi ci regala la sua presenza, che non è mai scontata, ma soprattutto abbiamo ancora tanta voglia di emozionarci.
Il vostro live arriva a conclusione di un fine settimana dominato dalla musica metal. Siete i pionieri di quello che chiamate: “Combat folk”. Oggi quell’energia ribelle dialoga ancora bene con pubblici molto diversi, come vivete questa trasversalità?
Sappiamo che il Kaptura Festival è un festival dalla chiara impronta metal. La nostra strada ci ha portato diverse volte a esibirci davanti a un pubblico composto in buona parte da metallari. Mi ricordo, per esempio, un mitico concerto tanti anni fa a Napoli in apertura dei Deep Purple, una band simbolo dell’hard rock. Spesso ci capita di vedere ai nostri concerti ragazzi e ragazze con magliette di band metal. Pur facendo un genere che formalmente non ha molto a che fare con i suoni del metal o dell’hard rock, da un certo punto di vista, di atteggiamento e di approccio, credo che ci sia qualcosa in comune e quindi possiamo anche condividere parte del pubblico! Questa trasversalità per noi è una cosa bella, perché crediamo molto nella musica come aggregatore e come possibilità espressiva, che non deve per forza essere ingabbiata in un certo tipo di genere o di codici. Pur facendo musica dichiaratamente influenzata da un certo tipo di folk e da un certo immaginario, nella nostra storia abbiamo dimostrato di voler provare ad amalgamare stili, riferimenti e generi diversi con la nostra sensibilità e le nostre capacità.
Avete spesso sottolineato: “La nostra è una musica per i piedi e per la testa”. In un’epoca in cui i grandi eventi hanno spesso costi inaccessibili, quanto è importante mantenere il concerto a ingresso gratuito per salvaguardare il contatto popolare e diretto con le persone?
Facciamo spesso questa osservazione, più da ascoltatori e amanti della musica, da persone che vorrebbero andare ad altri concerti e che vedono che i prezzi sono sempre più inaccessibili. Mi pare di intuire che oramai i grandi concerti, che diventano happening, abbiano sempre di più perso l’identità di situazione in cui la gente va per ascoltare effettivamente la musica delle band o degli artisti che segue. A prescindere da quanto le persone conoscano e amino questi artisti, è diventato un dover esserci. Così questo grande pubblico va a sentire un paio di concerti all’anno, perché più di questo non ci si può permettere, dovendo comunque spendere cifre piuttosto importanti. E non penso solo al prezzo biglietto, che solo vent’anni fa, non si sarebbe mai pensato di essere disposti a spendere così tanto per un evento del genere. Penso anche a tutto ciò che riguarda il trasporto e il pernottamento con prezzi raddoppiati o triplicati per l’occasione. È un grande caravanserraglio, che molto spesso legittima una scelta di esserci per poter dire c’ero anch’io piuttosto che per andarci effettivamente per la musica. Almeno per molti, secondo me, è più una questione da parvenu che da veri appassionati e questa è una deriva drammatica del mondo musicale, che non so davvero dove ci condurrà. Nel nostro piccolo, noi viviamo una dimensione completamente diversa in cui la maggioranza dei nostri concerti, almeno quelli estivi, sono eventi gratuiti, come nel caso di questa data, e a noi fa molto piacere. In parte ciò è legato anche a un certo tipo di produzione che permette, partendo dal cachet richiesto, di organizzare concerti con la possibilità di mantenere l’ingresso gratuito; in altra parte è una dimensione che ci permette di fare in un anno più di 60-70 date, se non addirittura 90-100, come è accaduto in passato.
I vostri testi hanno sempre raccontato storie di resistenza, viaggio e giustizia sociale. Qual è la tematica che oggi, secondo voi, ha più urgenza di essere suonata e cantata davanti al pubblico?
I temi che contraddistinguono da sempre le nostre canzoni sono appunto il concetto di memoria legato alla storia, la resistenza, la lotta di liberazione, le lotte sindacali e la giustizia sociale. Poi c’è tutto quell’immaginario che, agli inizi degli anni Novanta, ci ha legato all’Irlanda e, più in generale, al viaggio e alla scoperta. Sono temi che ci accompagnano e che continueranno a farlo, nonostante, nel frattempo, più che giovani viaggiatori siamo diventati dei maturi uomini che non hanno smesso di coltivare la passione e il sogno di scoprire e conoscere luoghi nuovi e tutti incontri che nascondono. Ritengo che, più che mai nel panorama attuale così violento e così spietato, i temi più urgenti siano quelli legati a interpretare il mondo attraverso una visione che salvaguardi la pace e che neghi la guerra in tutte le sue forme. Secondo me, c’è ancora l’urgenza di cantare una visione del mondo in cui ci sia l’incontro, la ricerca di una possibilità di convivenza nelle differenze e nella diversità e il vivere con gentilezza la propria vita nonostante le tante problematiche del mondo d’oggi.
Da Davide Morandi a Massimo Ghiacci, la vostra formazione ha vissuto evoluzioni naturali ma ha mantenuto un’anima intatta. Cosa vi tiene uniti dopo tutti questi anni e cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro dei Modena City Ramblers?
Ciò che ci tiene uniti e che in qualche modo definisce da sempre l’identità e il percorso dei Modena City Ramblers è la voglia di continuare a emozionarci e la fortuna di riuscire a emozionarci con quello che facciamo. Tutto questo accade in occasioni come quella del concerto di Piea che ci permette di salire sul palco, di poterci esibire, di poter suonare davanti a persone che apprezzano quello che si fa e che lo condividono: questa cosa, per noi, non è mai scontata, anzi, la accogliamo con profonda gratitudine. Oggi, come nel 1991, chi continua a suonare nei Modena City Ramblers lo fa proprio perché queste emozioni continuano a essere vissute. C’è sicuramente anche la voglia di continuare a dire qualcosa attraverso nuove canzoni e di suonare brani che da più di 30 anni hanno un significato innanzitutto per noi stessi. Nel momento stesso in cui mi trovassi a suonare una canzone che per me non significhi nulla, allora cadrebbe tutto, perché chi ci ascolta se ne accorgerebbe e l’incantesimo avrebbe fine. Il nostro futuro è sempre pieno di progetti, alcuni che potrebbero già riguardare il prossimo anno. Potrebbe essere anche interessante una bella collaborazione con degli amici musicisti. Di sicuro, dal punto di vista discografico, abbiamo ormai preso atto che questo mondo sta cambiando, quindi non abbiamo da qui a breve l’obiettivo di fare un nuovo disco. Altomare è un album che per noi è recente e ha ancora tante canzoni che sentiamo come le ultime, come figli appena nati. Lo stesso vale per Appunti Resistenti, che pur essendo una manciata di canzoni, ha ancora tutta una sua freschezza.
Il calendario del festival: dal metal all’arte interattiva
L’undicesima edizione della rassegna Monferrato on stage continua a unire musica, arte, sostenibilità e gastronomia, facendo tappa a Piea per un lungo fine settimana dedicato alle sonorità intense del festival Kaptura.
Oggi, venerdì 24 luglio, dopo Black Ancestry, Infection Code, Ponte del Diavolo e Sadist, arriveranno gli Obscura alle 22.30. Grande attenzione anche per l’arte visuale con l’attrice Chiara Buratti, che alle 21.30 inaugura la mostra fotografica interattiva del progetto Rebel House con gli scatti di Henry Ruggeri, arricchita dai racconti video inediti del compianto giornalista Massimo Cotto.
La giornata di domani, sabato 25 luglio vede protagoniste numerose band a partire dalle 16, tra cui Evilizers, Derdian e Winterage, che riscalderanno l’atmosfera in preparazione dell’attesissimo concerto dei Rhapsody of Fire.
Domenica 26, dopo una serie di laboratori pomeridiani nel bosco a partire dalle 15, la chiusura spetterà ai Modena City Ramblers alle 22, rigorosamente a ingresso gratuito. A dissetare il pubblico per tutta la durata dell’evento ci saranno le eccellenze enologiche locali del Monferrato. La rassegna itinerante proseguirà poi il suo viaggio estivo l’8 agosto a Moncalvo, il 21 agosto a Portacomaro, il 28 agosto ad Albugnano e il 29 agosto a Camerano Casasco.
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Betty Martinelli
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