Io un tempo ero un’ambientalista convinta: guidavo un’auto ibrida, usavo sempre borse della spesa riutilizzabili, ordinavo un cappuccino con latte d’avena e credevo che quasi ogni acquisto contribuisse a salvare il pianeta oppure a distruggerlo. Guardando indietro, mi rendo conto che sotto tutto questo c’era qualcosa che allora non riconoscevo: la paura.
Ogni titolo di giornale mi ricordava che il tempo si stava esaurendo. Gli oceani stavano morendo. Gli orsi polari stavano scomparendo. La Florida sarebbe presto finita sott’acqua. L’Umanità stessa sembrava come una malattia, e in ogni decisione io vedevo un’occasione per salvare la Terra o per distruggerla.
Poi sono diventata una contadina rigenerativa. E l’agricoltura rigenerativa non ha cambiato solo il mio modo di coltivare: ha cambiato le mie convinzioni sugli esseri umani. Ho smesso di vedere noi stessi nel ruolo di distruttori e ho cominciato a considerarci una specie unica, capace di risanare quello che danneggia. Trascorrere ogni giorno all’aperto non mi ha fatto preoccupare di meno per il creato, mi ha fatto preoccupare molto di più: non vedevo più la natura come qualcosa perennemente sull’orlo del collasso, in attesa che gli uomini la salvassero o la rovinassero. Ho iniziato invece a scoprire sistemi straordinari che funzionavano da molto prima del nostro arrivo: l’acqua si infiltra ovunque, l’anidride carbonica si ricicla da sola, le foreste si rigenerano, i microrganismi arricchiscono il terreno, i rifiuti diventano nutrimento per qualcos’altro.
Il Creato possiede una saggezza immensa innata, se siamo abbastanza umili da osservarla. Il nostro compito non è sostituire quei sistemi, ma comprenderli e parteciparvi. E questo non significa che posiamo inquinare i fiumi o consumare senza ragionare, tutt’altro. Noi non lasciamo che la spazzatura si accumuli nei nostri salotti: perché mai dovremmo tollerare che si accumuli nei nostri corsi d’acqua?
Ora, io non mi prendo più cura del creato perché ho paura: me ne prendo cura perché è la cosa giusta da fare. A volte qualcuno mi chiede come sono diventata un’apologeta dei combustibili fossili. No: ho semplicemente smesso di credere che ogni problema complesso abbia un unico, semplice, colpevole.
Ricordo una visita al mio frutteto di avocado a Fillmore dopo un’altra stagione devastante: la siccità aveva consumato e distrutto molti giovani alberi e, poco tempo dopo, un’alluvione aveva travolto la regione. Come tutti i contadini nel corso della Storia, affrontavamo condizioni meteorologiche che non si possono controllare. L’odore delle foglie di avocado in decomposizione riempiva l’aria mentre lentamente cadevano al suolo sotto i miei piedi: ogni passo provocava il soffice fruscio delle foglie che diventavano la fertilità del domani. Anche nella perdita, il creato stava già iniziando l’opera di rinnovamento.
Nello stesso periodo i social festeggiavano l’annuncio di Los Angeles di voler eliminare gradualmente le trivellazioni petrolifere. In piedi lì, nel mio frutteto, non riuscivo a capire tanta esultanza. Nessun operatore di quei video aveva intenzione di smettere di guidare, nessuno intendeva rinunciare alle docce calde, alla refrigerazione, ai computer portatili, all’aria condizionata o alle migliaia di prodotti resi possibili da un’energia abbondante. Non stava cambiando la domanda, solo il luogo di produzione. Semplicemente, le trivellazioni sarebbero avvenute altrove. Non era tutela ambientale, era semplice delocalizzazione.
Nello stesso periodo cercavamo di sopravvivere alle conseguenze della pandemia di Covid-19. I miei ristoranti uscivano da circa due anni e mezzo di proibizione di servizio al chiuso e, come tanti piccoli imprenditori, subivamo un’enorme pressione finanziaria. È stato allora che mi è stato chiesto di partecipare a un annuncio pubblicitario per una grande organizzazione ambientalista no-profit. Il denaro avrebbe fatto una grande differenza per la mia famiglia. Mi hanno spiegato che avrei dovuto raccontare come la siccità e le alluvioni avessero colpito la mia fattoria. Tra una scena e l’altra avrebbero inserito filmati di dirigenti di compagnie petrolifere con i loro guadagni. Uno dei giovani produttori ha detto sorridendo: «Li metteremo sotto torchio per bene». Ho chiesto: «E anche noi ci metteremo sotto torchio?». Nella stanza è calato il silenzio.
Stavamo per caso rifiutando l’elettricità che alimentava le telecamere? Stavamo rinunciando ai voli aerei che ci avevano permesso di riunirci? Stavamo rifiutando i computer che permettevano di montare lo spot? Oppure stavamo creando una storia in cui qualcun altro era il cattivo, mentre noi continuavamo a godere dei benefici dello stesso identico sistema che stavamo condannando?
Pur avendo disperatamente bisogno di quel denaro, ho rifiutato di prendere parte allo spot. Non perché le aziende non debbano essere chiamate a rispondere quando inquinano. Devono esserlo! Ho rifiutato perché non era affatto quello il punto: la siccità e le alluvioni sono state devastanti per gli agricoltori, me inclusa, ma mettere filmati di frutteti danneggiati a confronto del reddito di un dirigente di una compagnia petrolifera non spiega nulla: non dice perché si siano verificati quegli eventi, non aiuta a prepararci per un futuro disastro, non ragiona né propone una gestione più responsabile. Produce solo indignazione. E provocare deliberatamente indignazione non è una soluzione, è il contrario: porta a cercare colpevoli invece di soluzioni sagge, porta a colpevolizzarci e convincerci che noi non possiamo farci nulla o quasi.
E mentre cominciavo a mettere in discussione le mie stesse convinzioni, mi sono resa conto che qualcos’altro era cambiato. Il movimento ambientalista a cui avevo aderito da giovane non era più lo stesso. Negli anni Ottanta, riguardava soprattutto l’inquinamento: lo smog, i rifiuti tossici, la spazzatura, i fiumi e il “buco” nell’ozono. Allora ci insegnavano a ridurre i rifiuti, a riparare le cose, a riciclare e a lasciare i luoghi più puliti di come li trovavamo. Ma a un certo punto, il dibattito si è spostato, concentrandosi marcatamente sui combustibili fossili, sullo scioglimento dei ghiacci, sul consumo di carne, sulle tempeste più violente e sulle emissioni di anidride carbonica. Aspetti normali della vita umana venivano additati come amorali, cose come accompagnare il figlio a scuola, riscaldare la casa, mangiare un hamburger, prendere l’aereo per andare a trovare la famiglia. Nel frattempo, i problemi delle sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino, i Pfas, le microplastiche, i corsi d’acqua inquinati e la cultura del consumismo cadevano sempre più nel dimenticatoio.
Io non ho smesso di preoccuparmi per l’ambiente. Anzi: me ne preoccupo più di prima. Solo che prima mi preoccupano altre cose, mente ora non posso più non vedere anche l’incoerenza. Molti si oppongono strenuamente alla produzione petrolifera, ma raramente chiedono da dove provengano il cobalto, il litio e gli altri metaali presenti nei nostri telefoni, nelle batterie e nei veicoli elettrici, o in quali condizioni di lavoro minorile e schiavizzante – in varie parti del mondo – siano estratti. Noi delocalizziamo con nonchalance i lavori nocivi e pesanti, esportando sfruttamento e inquinamento in altre zone del pianeta, di solito le più povere.
Riflettendo, mi sono resa conto che la visione ambientale che mi viene proposta non è né completa né veritiera. Le morti legate al clima sono diminuite notevolmente perché siamo più preparati ad affrontare le calamità. Negli ultimi decenni la Terra è diventata più verde. Gli orsi polari si sono ripopolati in gran parte grazie alle protezioni internazionali. Gli esseri umani producono più cibo che mai e vivono più a lungo e più sani. e nessuno di questi avanzamenti mi ha fatto preoccupare di meno per il creato, piuttosto mi hanno fatto mettere in dubbio che la paura sia il presupposto migliore per custodirlo.
Anni fa la madre della mia tata è venuta a trovarci dal Messico. Prima di ripartire mi ha ringraziato per aver dato alla famiglia di sua figlia l’acqua calda. L’acqua calda. Qualcosa che io non avevo mai considerato, neppure una volta, un lusso. Mi ha ricordato quanto sia facile, per chi di noi vive nell’abbondanza, dire a qualcun altro che dovrebbe privarsene.
L’energia affidabile ha portato acqua pulita, refrigerazione, igiene, ospedali, trasporti e opportunità di cui molti nel mondo stanno ancora sperando di poter godere.
Dobbiamo assolutamente continuare a ridurre l’inquinamento e a estrarre le risorse in modo più responsabile; ma dobbiamo anche riconoscere quanto l’avere un’energia abbondante e accessibile sia stata uno dei maggiori contributi al progresso umano.
L’ambientalista che ero dieci anni fa non è scomparsa: è cresciuta. Vuole ancora fiumi puliti, foreste incontaminate, un ambiente naturale prosperoso e aria più pulita. Ma oggi è più preoccupata dell’acqua inquinata che degli slogan politici, più preoccupata della salute della terra che coltiviamo che degli hashtag, più preoccupata delle sostanze chimiche che resistono per generazioni che delle vittorie simboliche. E più interessata a partecipare che a mettersi in mostra. Soprattutto, non crede più che il senso di colpa sia la via per la salvaguardia dell’ambiente.
La responsabilità individuale è la soluzione. Nessuno di noi può guarire il mondo intero, ma ognuno di noi può prendersi cura del piccolo pezzo che gli è stato affidato. Da lì inizia il vero ambientalismo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Mollie Engelhart per ET USA
Source link



