Quando una storia volge al termine, soprattutto se iniziata con squilli di trombe e affondi di fanfara, i toni malinconici prevalgono inevitabilmente sulle coloriture gioiose dell’avvio, accentuando disillusioni, disvelando dissapori, sciogliendo collanti posticci. All’inizio dell’ultimo dei suoi cinque anni di mandato, Nicola Fiorita ha affrontato uno dei passaggi più difficili della sua prima esperienza da sindaco di Catanzaro, quando è ancora prematuro predire sia l’ultima in assenza di indicazioni personali e previsioni di contesto, del quale si può dire sia confuso ma certamente non fermo.
Avanzano, e neppure tanto velatamente, candidature nel campo progressista (vedi il “Punto di svolta” di Francesco Pitaro, iscritto Pd, notazione, quest’ultima, non del tutto neutra), mentre nel magma composto del fronte avverso stenta a prendere fisionomia precisa una candidatura che si vuole forte e autorevole –“la migliore che ci sia” (Mancuso, Ferro, Ferrara, Abramo, altri…) -, ma nei fatti lontana dal materializzarsi, impedita dalle pretattiche e dalle manovre di sbarramento incrociate che necessitano, per essere dissipate, di interventi sovraordinati e, quindi, per definizione, “romani”.
In ogni modo, lo svolgersi dell’ultimo Consiglio comunale – dominato per interesse dalla pratica urbanistica di accoglimento o diniego della proposta progettuale sull’attuale campo di calcio a Giovino, dal 2023 proprietà privata e in passato patrimonio della Provincia – ha messo a nudo le fragilità, anche emotive, su cui finora hanno fatto affidamento, non senza ragione, il sindaco Fiorita e la sua giunta. Della pratica ormai si sa tutto, ciò che forse è utile ricordare è che la relazione accompagnatoria svolta dalla vicensindaca e assessora all’Urbanistica, Giusy Iemma, era atto dovuto, limitata allo stretto necessario per inquadrarla dal punto di vista tecnico, rilevandone concordanze e disallineamenti rispetto ai piani vigenti e incipienti, l’impatto sulle norme tecniche di attuazione, la sostanziale aderenza alla cornice di legittimità, la necessaria espressione della volontà sovrana del Consiglio, delegato in materia.
La proposta, come si sa, è stata approvata a larga maggioranza con i voti contrari – sette – provenienti tutti dal centrosinistra, compresi i voti del sindaco e del presidente del Consiglio, Gianmichele Bosco. Compatta l’approvazione da parte dell’opposizione e dal nutrito gruppo di esponenti del Misto e delle Civiche, proprio il variegato ventaglio di “volenterosi” che, fino a ieri, hanno garantito la perigliosa, spericolata ma, in fin dei conti, proficua navigazione alla maggioranza d’aula.
Dal punto di vista politico, è proprio quest’ultimo aspetto che necessita di evidenza. Non tanto sul voto, che, graziaddio, è libero e risponde innanzitutto a imperativi individuali di coscienza, quanto per lo svolgimento delle argomentazioni in sede di dichiarazione di voto. Date per ovvie le asprezze dialettiche della “normale” opposizione, a usare i toni più ruvidi, contrari, destruenti, sull’operato del sindaco e della giunta sono stati proprio coloro che hanno sinora garantito la prosecuzione dell’esperienza Fiorita: “vergogna”, “fatevi un giro nei quartieri”, “comunisti con il rolex”, è il breve florilegio delle locuzioni riversate in direzione dei banchi di governo. Il che può certo spiegarsi con il minaccioso avvicinarsi della stagione elettorale, e la conseguente urgenza di collocamento nell’area che, per vocazione e consuetudine, è loro più affine.
Ma che tradisce soprattutto, in verità, l’improvvisazione, il tentennamento, l’improvvido ed estremo cambio di valutazione su una pratica che, occorre ricordare, era ferma di più di un anno in Commissione urbanistica, dove costante è stata l’opera di affinamento e di confronto, propedeutica a un approdo d’aula il più possibile concordato, anche in funzione di un impatto più “democratico” e più inclusivo. Una Commissione, va detto, che ha ospitato finanche il proponente Comet, e, opportunamente, il dirigente dell’area tecnica comunale, per chiedere e ricevere approfondimenti e opportuni dettagli progettuali, compresi i vincoli ultradecennali in merito non al cambio di destinazione d’uso, come si continua a leggere, bensì all’assegnazione di destinazione specifica tra quelle consentite dalle norme per un’area F2.
Una Commissione presieduta da un dem – il consigliere Gregorio Buccolieri – ben consigliato, probabilmente, a “bucare” la seduta, dopo essere stato per tutto il mandato una tra le più assidue e solerti presenze d’aula. In soldoni, il Consiglio era chiamato a decidere se lo studentato e la residenza per anziani autosufficienti – ovvero lo “Student house” e il “Silver house” – potessero rientrare nell’ambito delle “attrezzature e servizi di interesse comune” che è la destinazione della Zto in questione.
Il centrosinistra d’aula ha voluto ubbidire alla sollecitazione ideologica proveniente dalla base di riferimento. Prova ne siano la bordata tranchant proveniente nell’immediato da Legambiente Calabria – “scelta vergognosa” – e la convocazione dei Circoli cittadini del PD che domani vogliono congiuntamente individuare “le azioni amministrative, istituzionali e le mobilitazioni sul territorio necessarie a fermare l’opera”. Partendo lancia in resta contro mulini a vento scambiati per terrificanti giganti. Smentendo pubblicamente l’operato svolto dai suoi rappresentanti istituzionali. Mettendosi contro un deliberato che non può essere modificato, in prossimità di elezioni amministrative nelle quali faranno gioco le opportunità economiche e occupazionali piuttosto che le rivendicazioni ideologiche tardive.
Legittime, certo, ma che vanno condotte per tempo e per coerenza. Condizione che, ancora una volta, è mancata al centrosinistra cittadino inteso nella sua globalità, territoriale e amministrativa. È l’estate del nostro scontento, parafrasando il Riccardo III, rappresentazione scenica del disincanto e del crepuscolo malinconico di un’esperienza umana e di potere.
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Alessia Burdino
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