IL PARADOSSO DELLA SICUREZZA
26 luglio 2026 — Dopo la piazza convocata per Fakir, gli scontri di Bologna e l’assalto dei gruppi incappucciati in Val di Susa, resta una contraddizione politica: chi ha contribuito a diffondere il sospetto sulle forze dell’ordine oggi deve essere difeso proprio dagli uomini e dalle donne in divisa.
C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi talk show il paradosso di questi giorni.
Il sindaco di Bologna Matteo Lepore riceve minacce e viene posto sotto protezione. A difenderlo saranno gli uomini e le donne delle forze dell’ordine. Proprio quella Polizia che, dopo la morte di Abderrahim Fakir, è stata trascinata nel tribunale della piazza prima ancora che la magistratura potesse ricostruire con certezza ciò che era accaduto.
È giusto dirlo immediatamente: le minacce rivolte al sindaco sono intollerabili. Non esiste opinione politica, errore amministrativo o scelta istituzionale che possa giustificare intimidazioni, riferimenti alla sua abitazione o inviti alla violenza. Lepore deve essere protetto senza esitazioni, perché quando un rappresentante delle istituzioni viene minacciato è lo Stato a essere colpito.
La Prefettura di Bologna ha deciso di assegnargli una scorta proprio dopo le minacce comparse sui social nei giorni successivi alla morte di Fakir. La protezione sarà garantita dallo Stato attraverso quelle forze dell’ordine che non scelgono chi merita tutela in base all’appartenenza politica, alle dichiarazioni rilasciate o alle piazze convocate.
La piazza convocata prima della verità
Il punto politico, però, resta.
All’indomani della morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento della Polizia nel quartiere Pilastro, Lepore ha scelto di convocare un presidio pubblico in piazza Nettuno per chiedere “verità e giustizia”. La Procura aveva già aperto un’indagine e disposto gli accertamenti necessari. Nessuno aveva annunciato l’intenzione di nascondere la verità. Nessun magistrato aveva archiviato il caso. Nessuna istituzione aveva negato il diritto della famiglia a conoscere quanto accaduto.
Eppure il sindaco ha ritenuto necessario portare immediatamente la questione in piazza.
Non è stato Lepore a gridare “assassini”. Questo va precisato con onestà. Quel grido è stato rivolto agli agenti da una parte dei manifestanti dopo che uno importante spezzone si era staccato dal presidio. Ma un sindaco non può valutare soltanto le proprie intenzioni: deve prevedere anche il contesto nel quale decide di agire e le conseguenze politiche che una mobilitazione può produrre.
La manifestazione istituzionale era nata come momento pacifico. Dopo il presidio, tuttavia, gruppi di antagonisti si sono diretti verso Questura e Prefettura, lanciando oggetti, petardi e materiale contro gli agenti. Il bilancio definitivo della Questura ha raggiunto 64 appartenenti alle forze dell’ordine feriti, sei mezzi della Polizia danneggiati e circa 200 mila euro di danni alla città.
Il Viminale ha inoltre avviato un’istruttoria sulle modalità con cui il presidio era stato organizzato e sui rapporti preventivi con le autorità di pubblica sicurezza. Saranno gli organi competenti a stabilire se ogni procedura sia stata rispettata. Non spetta a un editoriale emettere sentenze amministrative. Ma la valutazione politica può e deve essere formulata: quella piazza fu una scelta quantomeno imprudente , assunta mentre il clima era già incandescente.
Chiedere giustizia non significa indicare già un colpevole
Chiedere verità è legittimo, anche se banale. Pretendere che eventuali responsabilità vengano accertate è doveroso. Ma esiste una differenza enorme tra chiedere che la magistratura faccia il proprio lavoro e costruire una rappresentazione nella quale la Polizia appare già come l’imputata naturale.
Il principio di innocenza non può funzionare a corrente alternata. Non può valere per ogni cittadino e scomparire quando sotto indagine finiscono uomini in divisa. Anche gli agenti possono sbagliare. Anche un intervento di Polizia deve essere analizzato fotogramma per fotogramma. Anche le condotte dei soccorritori, le modalità del contenimento e le cause della morte devono essere verificate senza reticenze.
Ma verificare non significa condannare prima delle perizie.
La Procura sta indagando, sono stati acquisiti filmati e immagini delle bodycam e l’autopsia ha aperto quesiti che richiedono ulteriori approfondimenti. Questa è la giustizia. Il resto è piazza, suggestione, emotività e, troppo spesso, propaganda.
Da Bologna alla Val di Susa
Pochi giorni dopo Bologna, la violenza contro le divise è esplosa nuovamente in Val di Susa.
Centinaia di persone appartenenti al cosiddetto “blocco nero”, vestite di nero, incappucciate, dotate di caschi, maschere antigas e strumenti per aprire varchi, hanno assaltato i cantieri di San Didero e Chiomonte. Sono state lanciate pietre, bottiglie, bombe carta e molotov. Quattro mezzi delle forze dell’ordine sono stati incendiati, mentre treni e autostrada sono rimasti bloccati.
Il bilancio aggiornato supera i 120 feriti: 58 poliziotti, 48 carabinieri e 20 militari della Guardia di finanza. Non una protesta degenerata per caso, ma un attacco organizzato, condotto su più fronti contro uomini dello Stato.
Lo stesso movimento No Tav, nel rivendicare quella che ha definito una “grande giornata di lotta”, ha collegato esplicitamente la propria narrazione alla morte di Fakir, accusando ancora una volta alcuni agenti di Polizia prima che il procedimento giudiziario sia giunto a una conclusione. È il passaggio che unisce Bologna alla Val di Susa: la trasformazione di una vicenda ancora oggetto d’indagine in combustibile politico contro tutte le divise.
Qui non siamo più davanti alla libertà di dissenso. Chi si presenta con il volto coperto, incendia camionette, utilizza molotov e bombarda gli agenti con ordigni artigianali non sta manifestando. Sta commettendo reati. Chiamarlo “attivismo” significa insultare chi protesta pacificamente e offrire una copertura linguistica alla violenza.
La Polizia cattiva diventa improvvisamente necessaria
Ed eccoci al paradosso.
Oggi Matteo Lepore ha bisogno di protezione. E quella protezione non arriverà dai centri sociali, dai cortei antagonisti, dai comitati che gridavano contro gli agenti o da chi, nei talk show, tratta ogni uniforme come il simbolo di un potere sospetto.
Arriverà dalla Polizia.
Arriverà da uomini e donne che accompagneranno il sindaco, controlleranno i luoghi nei quali si recherà, valuteranno i rischi e, se necessario, metteranno il proprio corpo tra lui e chi lo minaccia.
Lo faranno senza domandargli che cosa pensasse di loro pochi giorni prima. Senza chiedergli perché abbia convocato quella piazza. Senza pretendere scuse preventive. Lo faranno perché la Polizia serve lo Stato e non una fazione.
Questa è la differenza più grande tra le istituzioni e l’ideologia: le istituzioni proteggono anche chi le critica, perfino chi contribuisce a indebolirne pubblicamente l’autorevolezza.
La sinistra e il pregiudizio sulle divise
È sbagliato sostenere che tutta la sinistra sia contro la Polizia. Sarebbe una generalizzazione priva di serietà. Ma è altrettanto disonesto negare che una parte della sinistra politica, antagonista e movimentista manifesti da anni un pregiudizio culturale verso chi indossa una divisa.
Lo si vede nella rapidità con cui ogni intervento controverso diventa una condanna collettiva. Lo si vede nella difficoltà a pronunciare parole nette quando gli agenti vengono aggrediti. Lo si vede nel linguaggio indulgente riservato ai violenti, descritti come manifestanti, attivisti o giovani dei movimenti anche mentre lanciano molotov.
Un sindacalista di Polizia lo ha detto in televisione con parole che dovrebbero scuotere la politica: “Non avete idea di cosa c’è in giro nelle strade italiane. La violenza non è da voi compresa”.
Forse è proprio questo il punto. Esiste una politica che osserva la strada attraverso il vetro protetto di un ufficio, mentre pretende di spiegare la sicurezza a chi quella strada la percorre ogni notte, interviene nelle risse, affronta persone armate e non sa mai se tornerà a casa senza ferite.
Non servono divise deboli, ma istituzioni credibili
Difendere le forze dell’ordine non significa concedere impunità. Una democrazia seria deve accertare ogni abuso e punire ogni responsabilità. Ma deve farlo nelle procure e nei tribunali, non attraverso un processo sommario celebrato nelle piazze.
Lepore ha diritto alla scorta. Ha diritto a essere difeso e a continuare a svolgere il proprio mandato senza paura. Ma ha anche il dovere politico di interrogarsi sul clima che si crea quando un’istituzione anticipa la magistratura, convoca la piazza e consente che il sospetto verso singoli agenti diventi un’accusa contro un intero corpo dello Stato.
La Polizia non è diventata buona oggi perché proteggerà Matteo Lepore. Era la stessa Polizia anche quando 64 suoi uomini venivano feriti a Bologna. Era la stessa Polizia mentre oltre 120 appartenenti alle forze dell’ordine venivano colpiti in Val di Susa. Era la stessa Polizia mentre qualcuno gridava “assassini”.
La differenza è che oggi il sindaco può osservare quella divisa da una prospettiva diversa: non più come il simbolo sul quale proiettare dubbi e sospetti, ma come l’ultimo presidio tra la minaccia e la propria sicurezza.
Ed è proprio questa la lezione che la politica dovrebbe imparare: lo Stato protegge anche chi lo mette in discussione. Ma chi rappresenta lo Stato dovrebbe pensarci bene prima di indebolire coloro ai quali, prima o poi, potrebbe dover chiedere protezione.
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Francesco Panasci
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