L’Odissea italiana, il cavallo di Troia Vannacci e la mobilitazione del risentimento


Anche noi abbiamo avuto la nostra Odissea italiana, quel viaggio iniziato anni e anni fa, dopo il crollo della Prima Repubblica, e che stiamo ancora compiendo nel tentativo di ritornare a “casa”

Ho visto L’Odissea, l’ultimo capolavoro di Christopher Nolan: quasi tre ore volate via in un soffio. Alla fine, ti restano dentro tante impressioni e diversi spunti di riflessione su un racconto che tutti conosciamo a memoria, ma che continua a parlarci. Ho pensato subito alla nostra Odissea italiana, quel viaggio iniziato anni e anni fa, dopo il crollo della Prima Repubblica, e che stiamo ancora compiendo nel tentativo di ritornare a ‘casa’: un luogo sicuro e accogliente, simile a quello in cui hanno vissuto le passate generazioni. Non che allora non ci fossero problemi o grandi sacrifici da affrontare ogni giorno, ma tutti avevano davanti a sé la visione di un futuro e la speranza concreta che quei sacrifici avrebbero trovato una giusta ricompensa.

Man mano, però, ci siamo accorti che il vento stava cambiando. La speranza ha ceduto il passo alla rassegnazione e il futuro, da opportunità, si è trasformato in una minaccia. Forse i nostri ragazzi – spesso criticati perché perennemente rifugiati nel mondo dei loro cellulari – hanno capito subito che il futuro gli è stato rubato. Sanno benissimo che quello schermo è illusione, ma la preferiscono a una realtà in cui pochi eletti se la spassano e tutti gli altri restano a bocca asciutta.

È la stessa angoscia che ho ritrovato nel film di Nolan: la sensazione di essere sull’orlo di un passaggio epocale, con qualcosa di nascosto che sta emergendo e di cui intuiamo soltanto la portata. Se poi facciamo un salto nel nostro piccolo ovile politico, ci scopriamo bloccati. Da una parte c’è una maggioranza di governo affannata a trovare il modo di resistere e blindarsi dentro il Palazzo; dall’altra truppe sparpagliate sotto diverse bandiere che provano a dare l’assalto alla stanza dei bottoni. Di qui la corsa a una nuova legge elettorale: regole modellate per favorire chi già governa e sbarrare la strada agli avversari. Siamo in bilico.

Quei principi che un tempo rendevano la Politica alta – lo spirito di servizio, il sacrificio, il mettersi a disposizione dei cittadini per risolvere i loro problemi – sembrano del tutto dimenticati. Non c’è più la battaglia delle idee, delle proposte alternative, ma solo una caccia spietata al consenso individuale, anche a costo di imbarcare profili a misura della ‘pancia’ del Paese, i peggiori per le istituzioni.

In questo scenario, più che il grande e astuto Ulisse, abbiamo avuto Matteo Salvini, che ha donato alla politica italiana il Cavallo di Troia: il generale Roberto Vannacci. Uscito dallo sfondo con il suo manipolo senza arte né gloria, il generale sta scardinando le speranze altrui di mantenere i propri posti, evocando un’Apocalisse politica che non segnerà la fine di tutto, ma sicuramente la fine di un mondo.

Il Cavallo di Troia vannacciano è innanzitutto una minaccia diretta per il centrodestra. I sondaggi registrano la crescita costante delle truppe di Futuro Nazionale, che ormai insidiano da vicino i partiti tradizionali. Questo dinamismo mette a repentaglio il lungo lavoro di Giorgia Meloni per accreditare la sua destra come forza di governo responsabile, affidabile e rassicurante per mercati e imprese.

Il generale ha iniziato a ‘mangiare’ consensi anche in casa sua, costringendo la premier a rincorrere o a fare i conti con le sue uscite mediatiche. Meloni ha rassicurato più volte Lega e Forza Italia sostenendo che non si alleerà mai con lui, ma se Vannacci continuerà a crescere e a consolidarsi, la coalizione dovrà farci i conti per non rischiare di perdere, a quel punto con qualsiasi legge elettorale.

Al contempo, il generale impatta anche sul campo avverso e sul dibattito pubblico generale, spazzando via il politicamente corretto. La competizione politica si trasforma così nella mobilitazione del risentimento: la massa degli esclusi contro le élite dei garantiti e contro la burocrazia europea, per liberare lo spirito animale di chi crede che solo il più forte meriti di sopravvivere. I danni sono già visibili: ogni forza politica viene travolta dai temi della sicurezza esasperata, dell’identità smarrita e del sovranismo, con la solita ricetta dei muri da alzare per tenere fuori chi non è ritenuto degno di sedere a tavola di chi è nato qui.

La strategia della premier – che si nota in provvedimenti come l’ultimo decreto sicurezza per mandare in galera anche i minorenni che sgarrano – punta a neutralizzare Vannacci rendendolo superfluo, dimostrando cioè che il Governo sta già attuando ciò che lui reclama. Funzionerà? Difficile dirlo: la rabbia di chi si sente espropriato persino del diritto di imporsi con la forza risponde a dinamiche di pancia che sfuggono a qualsiasi logica istituzionale.

Anche il centrosinistra rischia di rimanere travolto. Se da quelle parti ci si consola pensando che i danni maggiori li subirà il centrodestra, si rischia di sottovalutare il contagio. Alcuni se ne sono accorti e propongono di ignorarlo, evitando di reagire alle sue sparate moltiplicando così la sua visibilità, costringerlo invece a confrontarsi sui problemi complessi e sulle soluzioni concrete, convinti che fenomeni del genere si esauriscono solo quando messi alla prova del governo. Il problema è che le tossine dell’antipolitica avvelenano i pozzi a prescindere: Vannacci non ha l’urgenza di andare subito al potere, gli basta capitalizzare voti e seggi per godersi anche un altro giro all’opposizione.

Che al governo vada il centrodestra o il centrosinistra per lui cambia poco: da una parte potrà accreditarsi come l’unico “puro” non compromesso con il potere, dall’altra potrà rispolverare il comodo spauracchio della lotta ai comunisti. Come finirà? Mi torna in mente uno spunto del film di Nolan: Ulisse e Penelope lasciano Itaca mentre discutono della fine del loro mondo, ma con la consapevolezza che il sole sorgerà ancora. E così salpano verso nuovi lidi, in cerca di un nuovo inizio e di un’altra possibilità di salvezza.


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 Nicola Perrone

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