Mentre la Spagna giocava la finale del Mondo a New York, l’Italia guardava da casa per la terza volta consecutiva. Guardiola ha detto no. Pirlo non convince nessuno. La Federcalcio litiga con la Lega Serie A. E i tifosi, quelli che hanno sempre vissuto di calcio come di una religione, cominciano a chiedersi se questa chiesa valga ancora la pena frequentarla
Partiamo da un decennio fa, o poco più. L’Italia non si qualifica ai Mondiali dal 2014. Dodici anni. Una generazione intera di bambini nati dopo la vittoria di Berlino del 2006 non ha mai visto la nazionale in una Coppa del Mondo. Due eliminazioni nei playoff, 2018 contro la Svezia, 2022 contro la Macedonia del Nord, e ora una mancata qualificazione diretta che non ha il sapore drammatico di una sconfitta storica, ma quello grigio e logorante di un declino strutturale.
Guardiola, i venti milioni e la figura barbina
La settimana scorsa la Federcalcio ha vissuto il suo momento più imbarazzante degli ultimi anni. Paolo Maldini e il suo consulente Leonardo, i responsabili tecnici della Figc voluti fortemente dal presidente Giovanni Malagò, avevano contattato Pep Guardiola per offrirgli la panchina azzurra. Guardiola, dopo una settimana di riflessione, ha declinato. Ha spiegato di essere stato lusingato dalla proposta ma che hanno prevalso le scelte personali fatte con la famiglia e la volontà di prendersi un po’ di tempo dopo aver lasciato la Premier League.
C’è anche un “piccolissimo” dettaglio economico: Guardiola pretendeva uno stipendio di venti milioni l’anno, cifra del tutto fuori portata per le casse della Federcalcio italiana. L’allenatore più vincente dell’ultimo decennio ha rifiutato la nazionale italiana perché non avrebbe potuto pagarlo, come era prevedibile.
Pirlo, il semineofita e i mal di pancia
Con Guardiola fuori, Maldini ha optato per Pirlo, nome attualmente in pole position, andando però in contrasto con i desiderata di Malagò che avrebbe voluto Mancini. Andrea Pirlo allena l’United FC di Dubai, non è un allenatore di lungo corso, ha avuto un’unica esperienza in Serie A alla Juventus chiusa con un esonero. Viene proposto come profilo giusto per un progetto a medio-lungo termine, formula che nella storia del calcio italiano ha sempre significato: non sappiamo cosa fare ma dobbiamo dire qualcosa.
Il problema non è Pirlo, o non solo: è il calcio azzurro. Lo sport italiano conosce perfettamente il valore della programmazione: a Milano-Cortina 2026 l’Italia ha conquistato trenta medaglie, dieci delle quali d’oro, stabilendo il proprio record ai Giochi olimpici invernali. Il calcio riproduce fedelmente il metodo opposto. Si parla di vivai, ma si continua a considerarli un costo. Soprattutto a carico di genitori con il sogno di vedere i figli diventare i campioni che volevano essere loro. Il talento è una cosa serie. Si invoca il talento italiano, ma si pretende che sia immediatamente pronto, economicamente conveniente e incapace di sbagliare.
La stessa documentazione FIGC certifica che l’Italia non figura tra le prime dieci nazioni europee per numero di giovani tesserati e per investimenti nei settori giovanili. Nessun commissario tecnico, nemmeno Guardiola, può correggere da solo una filiera che pretende eccellenza al vertice senza costruire ampiezza alla base.
La Federcalcio di Malagò e il corto circuito interno
Mentre nazionali uscite malconce dai Mondiali come Germania, Portogallo e Francia hanno trovato nel giro di qualche giorno i successori a Nagelsmann, Martinez e Deschamps, nomi come Klopp, Jorge Jesus e Zidane, la FIGC pur non partecipando nemmeno alla kermesse iridata ha impiegato un mese per identificare chi debba essere il prossimo commissario tecnico. Un mese di trattative riservate, indiscrezioni, smentite, candidature bruciate, figure che emergono e scompaiono nel giro di ore. Il tutto in piena estate, mentre mezzo mondo guardava la Spagna battere la Francia.
La governance della Federcalcio è il problema che nessuno vuole affrontare davvero. Malagò ha puntato su Maldini come direttore tecnico. Maldini ha portato Leonardo. I due hanno trattato Guardiola. Guardiola ha detto no. Adesso Maldini vuole Pirlo, ma Malagò vuole Mancini. Nel mezzo, la Lega Serie A che non parla con la Federazione, i club che tutelano i propri interessi economici sulle nazionali giovanili, gli stadi che restano vecchi perché ogni progetto di riqualificazione diventa un’epopea amministrativa.
I tifosi e la chiesa che scricchiola
I numeri di questo Mondiale lo hanno detto con chiarezza: gli italiani guardano il calcio anche senza la nazionale. Quasi cinque milioni davanti alla partita inaugurale su Rai 1, ascolti che hanno tenuto per tutta la fase a gironi. Ma guardare il calcio degli altri non è la stessa cosa. È una consolazione, non un’appartenenza.
Il calcio italiano ha costruito la propria identità culturale sull’idea che la nazionale fosse qualcosa di più di una squadra. Era uno specchio, un momento di unità in un paese che si unisce pochissimo, una narrazione collettiva che attraversava le generazioni. Il nonno che aveva visto il 1982 a Madrid, il padre che aveva pianto nel 2006 a Berlino, il figlio che non ha un Mondiale da raccontare. La rottura non è solo sportiva. È sentimentale.
I tifosi lo sentono. Nei bar, nei gruppi WhatsApp, nei commenti sotto i post della nazionale, si avverte qualcosa di diverso dal disfattismo tradizionale. È distanza. L’ironia con cui si commenta la scelta di Pirlo, il sarcasmo sulla Federcalcio, la rassegnazione davanti ai Mondiali guardati tifare per Ancelotti e il Brasile: tutto questo dice che il patto tra la nazionale e il suo pubblico si è allentato in modo che non è facile riannodare con un commissario tecnico, chiunque esso sia.
La Spagna gioca la finale domenica a New York con Lamine Yamal, che ha diciotto anni e sembra già il miglior giocatore del mondo. La Germania ha chiamato Klopp. La Francia ha Zidane pronto per il prossimo ciclo. L’Italia ha impiegato un mese per scegliere tra Pirlo e Mancini.
Non è una crisi di risultati. È una crisi di sistema, di visione, di credibilità. E le crisi di sistema non si risolvono con un commissario tecnico. Si risolvono con anni di lavoro che qualcuno, da qualche parte, deve ancora decidere di cominciare.
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Claudio Dell’Arti
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