East of Eden. Cioè “tu puoi”


Partiamo da una domanda: perché certi amori restano, e altri finiscono? Raymond Carver, in un racconto dentro una raccolta che si chiama Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?, mette quattro persone sedute intorno a un tavolo di cucina a bere gin. Uno di loro dice:

«In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? Siamo tutti principianti. C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Cosa è successo a quell’amore? Vorrei tanto che qualcuno me lo dicesse».

John Steinbeck scrive La Valle dell’Eden, un libro di seicento pagine per provare a rispondere non solo sull’amore, ma su tutto quello che ci muove, bene e male insieme. E lo fa partendo dalla prima storia di fratelli che la nostra cultura conosca: Caino e Abele.

L’America

Steinbeck nasce nel 1902 a Salinas, in California. Se siete mai stati in California o nel MidWest — o anche, in certi posti più a nord dell’Europa, già l’Irlanda, la Scozia —pensate a quello che avete provato quando avete guardato il cielo, in quei posti là. Il cielo di quei posti è come sfondato in orizzontale, più lungo e più basso, più immanente, come il dio di Steinbeck. E quel cielo lì, quella luce, poi non te la scordi più.

È passata da qualche settimana il 4 luglio, data in cui tredici colonie nel 1776 hanno detto basta alla Gran Bretagna, e per dirlo hanno scritto nella Dichiarazione di Indipendenza questa frase:

«Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità».

E la parola lì in mezzo, quella che conta davvero, è «pursuit», la ricerca, non l’arrivo. Mica dice che sarete felici. Dice solo che siete liberi di andare a cercarla, la felicità. E lì, in quella parola, c’è già tutto Steinbeck.

Le due famiglie

Il romanzo racconta due famiglie nella Salinas Valley, dall’epoca della Guerra di Secessione alla fine della Prima Guerra Mondiale. Una è inventata, i Trask. L’altra esiste davvero, gli Hamilton: il nonno materno di Steinbeck, Samuel, un uomo saggio e ironico di quelli che non si scompongono mai.

Nei Trask, il patriarca Cyrus è un impostore che si è inventato un passato da grande soldato — ci ha creduto perfino il Presidente degli Stati Uniti. Ha due figli, Charles e Adam: Caino e Abele, già dalla prima generazione. Cyrus preferisce Adam, palesemente, e Charles non lo regge. La moglie di Adam si chiama Kate, la rappresentazione del male, uno dei personaggi più inquietanti della letteratura americana del Novecento. Dopo aver partorito i gemelli Cal e Aron, spara ad Adam e scappa a fondare un bordello. A tenere insieme tutto c’è Lee, il saggio cuoco cinese di Adam.

La parola

Steinbeck considerava la storia di Caino e Abele, nel capitolo 4 della Genesi, il testo che meglio descrive il cuore dell’uomo e la sua libertà.

Nel versetto 7, Dio dice a Caino: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo». In ebraico originale, quel “dominalo” è timshel. Lee, il cuoco filosofo, passa anni a studiare quella parola. La versione King James traduce “tu lo dominerai” — una promessa. La traduzione americana standard traduce “tu devi dominarlo” — un ordine. Ma l’ebraico originale dice per Steinbeck qualcosa di completamente diverso:

«La parola ebraica timshel — tu puoi — quella dà una possibilità – dice Lee- È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Perché se “tu puoi” è vero, è anche vero che “tu puoi non…”. Ha ancora la possibilità di scegliere».

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La libertà ha bisogno di un padre

Sul finale Steinbeck fa un passo che a me sembra decisivo: quella libertà di cui parlavamo, quel “tu puoi”, non basta da sola. Ha bisogno di qualcuno che ti accolga e che ti rilanci.

Per questo ci presenta la scena tra Lee e Abra, la fidanzata di Aron, qualche pagina prima della fine:

Lee sputò il rospo: «Vorrei che tu fossi mia figlia…».
«Io vorrei che tu fossi mio padre» disse lei sottovoce. Lui le lanciò un’occhiata, poi distolse lo sguardo. «È vero?» «Sì, è vero». «Perché?». «Perché ti voglio bene». «Stamattina» disse Abra «mi sono svegliata felice».
«E anch’io» disse Lee. «E so che cosa mi faceva felice. Dovevi venire tu».
«Negli ultimi tempi» dice Abra a Lee «non mi sentivo mai abbastanza buona. Volevo sempre spiegare ad Aron che non ero buona».
«E adesso che non sei più costretta a essere perfetta, puoi essere buona».

Cormac McCarthy scriveva in Non è un paese per vecchi:

«La gente si lamenta sempre delle cose brutte che gli capitano senza che se le sia meritate ma non parla mai delle cose belle. Di cosa ha fatto per meritarle. Io non ricordo di aver dato a nostro Signore motivi particolari per sorridermi. Però lui mi ha sorriso».

Il timshel ha bisogno del perdono di un padre, che ti rilancia nella vita.

C’è Lee, davanti ad Adam in punto di morte, insieme a lui c’è Caleb:

«Adam!» chiamò Lee. (…) «Qui c’è tuo figlio — Caleb — il tuo unico figlio. Guardalo, Adam!».
Il respiro di Lee divenne un sibilo: «Adam, dagli la tua benedizione. Non lo lasciare solo con la sua colpa».
«Aiutalo, Adam», disse Lee. «Aiutalo. Dagli una possibilità. Liberalo. È la sola cosa che innalza l’uomo al di sopra delle bestie. Liberalo! Benedicilo!».
Adam lo guardò, sfinito ed esausto. Le labbra si aprirono, rinunciarono, provarono di nuovo. Poi i polmoni si riempirono. Espulse l’aria e le labbra accompagnarono il sospiro che usciva. La sua parola sussurrata parve restare sospesa nell’aria: «Timshel!».


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 Michele Bertacco

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