di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea ha approvato quello che viene descritto come il pacchetto di sanzioni più ampio dell’intero periodo. L’Alta rappresentante Kaja Kallas lo ha definito il pacchetto più ampio in quattro anni, e prevede tra l’altro lo stop ai visti per i soldati russi. È una notizia che, a prima vista, potrebbe apparire quasi di routine, l’ennesimo tassello di un regime sanzionatorio che si è ormai stratificato in decine di provvedimenti successivi. Ma proprio la sua ampiezza, dopo quattro anni di guerra, merita una riflessione più attenta sulla tenuta della strategia europea.
Il fatto che l’Unione riesca ancora, dopo un quadriennio di tensioni economiche interne, di pressioni energetiche e di fratture nell’opinione pubblica di diversi Stati membri, a varare un pacchetto definito il più ampio di sempre, dice qualcosa di rilevante sulla capacità di tenuta del fronte comunitario. Non era scontato. Le sanzioni economiche, per loro natura, tendono a perdere efficacia nel tempo, sia perché i soggetti colpiti sviluppano strategie di aggiramento, sia perché i costi economici ricadono in modo asimmetrico sugli Stati membri, generando divergenze politiche interne che in altri contesti avrebbero potuto minare il consenso unanime necessario per approvarle.
Lo stop ai visti per i militari russi è una misura dal valore in parte simbolico, ma non per questo meno significativo. Colpisce direttamente la libertà di movimento di una categoria specifica, quella delle forze armate, in un momento in cui il conflitto sul terreno ucraino resta di fatto congelato in una logorante guerra di posizione, senza che nessuna delle due parti sembri in grado di ottenere una vittoria risolutiva. In assenza di sviluppi militari decisivi, le sanzioni restano lo strumento principale attraverso cui l’Europa esercita pressione politica sulla Russia, anche a costo di apparire, agli occhi dei critici, come uno strumento sempre meno efficace ma sempre più ritualizzato.
C’è però un elemento di contesto che rende questo pacchetto particolarmente delicato dal punto di vista temporale: arriva nella stessa settimana in cui il petrolio è tornato sopra i cento dollari a causa della crisi in Medio Oriente, e in cui gli Stati Uniti hanno varato una nuova ondata di dazi commerciali su decine di partner, Europa compresa. La politica sanzionatoria europea verso Mosca si trova dunque a competere, nell’agenda economica e diplomatica di Bruxelles, con altre due crisi che assorbono attenzione, risorse e capacità negoziale: la sicurezza energetica minacciata dal Golfo e la tenuta dei rapporti commerciali transatlantici messa a rischio dal protezionismo americano.
Per l’Italia, che ha pagato tra i costi più alti in Europa in termini di approvvigionamento energetico nella fase più acuta della crisi post-invasione, la domanda che si pone è quanto ulteriore margine di manovra sanzionatoria resti disponibile prima che i costi economici superino, agli occhi dell’opinione pubblica e delle imprese, i benefici politici attesi. È una domanda che nessun comunicato di Bruxelles affronta mai esplicitamente, ma che attraversa in controluce ogni nuovo pacchetto approvato dai Ventisette.
Resta il fatto che, quattro anni dopo, l’unità europea sulle sanzioni alla Russia non si è sgretolata, come molti analisti avevano previsto nelle fasi più difficili della crisi energetica del 2022 e del 2023. È un risultato che merita di essere registrato, senza per questo sottovalutare la fatica crescente con cui viene raggiunto, pacchetto dopo pacchetto, in un contesto internazionale sempre più affollato di crisi parallele che competono per le stesse risorse diplomatiche ed economiche.
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Paolo Longobardi
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