Immaginate, nella Cina di oggi, persone arrestate, detenute e imprigionate anche per anni solo per aver affermato il proprio credo e pronunciato alcune parole di verità.
Sono i praticanti del Falun Gong, una disciplina spirituale che unisce esercizi di meditazione a un insegnamento morale fondato sui principi di verità, compassione e tolleranza.
Diffuso in Cina a partire dal 1992, il Falun Gong ha raggiunto in pochi anni decine di milioni di praticanti. Nel 1999 il Partito comunista cinese lo ha proibito e ha avviato una campagna per sradicarlo: una persecuzione di estrema violenza che prosegue tuttora.
Il tragico scenario emerge da un corpus di centottanta documenti legali autentici: sentenze di tribunali e ordini di «rieducazione attraverso il lavoro», una forma di detenzione usata dalla polizia cinese per imprigionare persone per anni senza processo, prima della presunta “abolizione formale” nel 2013, ma ancora oggi. Coprono 25 anni, dal 2000 al 2025, e riguardano trenta province cinesi. Non sono voci o “sentito dire”: la stragrande maggioranza dei casi trova riscontro nei rapporti pubblicati su Minghui.org, un sito con sede negli Stati Uniti che documenta la persecuzione, caso per caso, sin dal suo inizio.
Dietro ogni numero c’è una persona. Partiamo da alcune cifre: basandosi unicamente su quanto reso pubblico da Minghui, nei cinque anni dal 2021 al 2025 il numero di praticanti del Falun Gong condannati dai tribunali cinesi è stato rispettivamente di 1.184, 633, 1.188, 764 e 751, registrati in ogni provincia del Paese. Ma questi numeri, molto probabilmente, sono soltanto una frazione del totale effettivo: la persecuzione è studiata per agire nascostamente e la censura capillare di internet fa sì che solo una minima parte di informazioni esca dai confini cinesi.
Chi sono queste persone arrestate e condannate? Cittadini comuni, ma anche funzionari pubblici, professori universitari, ingegneri, revisori dei conti, medici, giornalisti televisivi, ufficiali dell’esercito in congedo, direttori di banca, agenti di polizia, dirigenti d’azienda e persino quadri del Partito comunista cinese. Persone di ogni ceto sociale. Per capire la portata del fenomeno, occorre tornare a prima del 2013. Una stima ufficiale dello stesso regime cinese di allora, nel 1999 almeno settanta milioni di persone praticavano il Falun Gong, un numero che, secondo diverse fonti, aveva superato quello degli iscritti al Partito.
UNA RETE STRETTA SUL PAESE
Praticanti del Falun Gong in meditazione a Meizhou, in Cina, nel luglio 1999. Minghui.org
Proprio questo dato, ritengono gli osservatori, ha allarmato il capo del regime cinese del tempo, Jiang Zemin: presentando pretestuosamente la pratica come una minaccia al proprio potere, nel luglio 1999 ha ordinato che l’intero apparato statale si abbattesse contro di essa. Da quel momento le organizzazioni per i diritti umani documentano la sanguinosa repressione, le denunce di torture, il lavoro forzato nei campi di concentramento, le morti in prigione, il prelievo forzato di organi da persone in vita.
COSA SUBISCE OGNI GIORNO CHI PRATICA IL FALUN GONG?
Si consideri l’ampiezza dell’apparato di sicurezza cinese: circa 54 mila stazioni di polizia locali e, secondo diverse stime esterne, tra 1,8 e 2 milioni di agenti in organico; tenendo conto anche della polizia ausiliaria, complessivamente si arriva a quattro o sei milioni di unità.
Nel dettaglio: a livello nazionale esistono 124 mila 308 comitati di residenti (di quartiere), con 664 mila 232 membri, e 484 mila 558 comitati di villaggio, con un milione 984 mila 330 membri. Queste cellule di base, presenti in ogni isolato urbano e in ogni villaggio rurale, sono coinvolti in misura variabile nella catena della persecuzione.
Ancora più inquietante è il fatto che le autorità incoraggino i cittadini a denunciarsi a vicenda. Per molti arrestati e condannati, la via crucis inizia con una semplice telefonata di delazione da parte di un vicino o di un conoscente. In un simile sistema, qualsiasi cittadino può essere trasformato in sorvegliante e informatore.
I praticanti del Falun Gong – sparsi in ogni angolo della Cina, dalle campagne alle città – di ogni professione e per generazioni, rispondono alla persecuzione con iniziative pacifiche definite «chiarire la verità»: spiegare, semplicemente, agli altri che cosa sia la pratica e che cosa stiano subendo da parte del regime.
Promuovono le cosiddette “tre dimissioni”, o tuidang, un movimento di base nato nel 2004 dopo la pubblicazione da parte di The Epoch Times della serie editoriale Nove Commentari sul partito comunista che invita i cinesi a cancellare pubblicamente l’iscrizione al Partito e alle sue due organizzazioni giovanili, la Lega della Gioventù Comunista e i Giovani Pionieri. Quasi ogni studente cinese entra – obbligatoriamente – nei Giovani Pionieri da bambino e l’azione di rinuncia è per lo più simbolica, una pacata dichiarazione di presa di coscienza. I sistemi sono semplici: conversazioni di persona, telefonate, messaggi, social e volantini. Secondo il movimento, negli ultimi vent’anni, queste dimissioni hanno superato i 464 milioni.
Nei 180 documenti esaminati, quali di queste attività, esattamente, i tribunali cinesi hanno bollato come «reati»?
– Presentare petizioni a piazza Tiananmen a Pechino.
– Menzionare, nelle normali conversazioni personali, il Falun Gong, o criticare il Partito comunista.
– Realizzare o stampare volantini informativi in casa propria.
– Installare un ricevitore satellitare per NTD – New Tang Dynasty Television – o sintonizzarsi su Sound of Hope radio: entrambe emittenti in lingua cinese con sede negli Stati Uniti, fondate da praticanti del Falun Gong e sottratte al controllo di Pechino.
– Partecipare a un’intercettazione di trasmissioni: il caso più noto è l’episodio del marzo 2002 a Changchun, quando i praticanti hanno sostituito per circa 50 minuti i canali via cavo di Stato della città con un programma che contestava la versione del regime sul Falun Gong. Gli autori sono stati condannati fino a venti anni; l’episodio è documentato dal lungometraggio «Eternal Spring».
– Copiare dischi, compresi quelli di Shen Yun – la compagnia di danza classica cinese con sede a New York – che ogni anno si esibisce nei teatri di tutto il mondo.
– Appendere striscioni o distribuire amuleti.
– Caricare materiali come i «Nove Commentari» su una chiavetta Usb.
– Diffondere informazioni tramite social, messaggi o cellulare.
– Stampare brevi frasi informative sulle banconote: espediente comune in un regime di censura.
– Fornire fotografie e articoli a The Epoch Times. La pittrice pechinese Xu Na, ad esempio, è stata condannata a otto anni per aver fornito fotografie di strada alla nostra Testata nei primi giorni della pandemia di Covid-19.
– Usare strumenti per aggirare il «Grande Firewall» cinese e leggere Minghui, The Epoch Times o New Tang Dynasty.
– Scrivere o affiggere in un luogo pubblico la frase «La Falun Dafa è buona».
– Riunirsi in piccoli gruppi per leggere, conversare o condividere un pasto.
– Scrivere lettere di appello o di buona volontà e spedirle.
E il semplice possesso di carta, di una stampante, di dischi vergini, di un telefono o di un computer può essere considerato prova di “reato”.
I VERI CORAGGIOSI
Foto: d’archivio. La polizia cinese arresta praticanti del Falun Gong in Piazza Tienanmen a Pechino. Sotto il regime del Partito comunista cinese, decine di milioni di credenti – tra cui cristiani clandestini, buddisti tibetani, musulmani uiguri e praticanti del Falun Gong – rischiano l’arresto ogni giorno. Chien-Min Chung/AP Photo, Minghui
Per un occidentale leggere un elenco simile è sconcertante: quasi ogni voce – esprimere liberamente il proprio pensiero, scrivere una lettera, inoltrare un articolo, condividere un pasto con un amico, presentare una petizione a un ufficio governativo, parlare della propria fede – è un normale esercizio di diritti che il Primo Emendamento americano dà per scontato, così come in ogni altro Paese democratico.
In Cina ognuno di questi atti implica il rischio di finire in carcere. Eppure, sono proprio queste attività normali a rivelare una perseveranza straordinaria: quella di persone disposte a rischiare di perdere tutto in nome della propria coscienza, della Fede. La maggior parte di loro è sconosciuta e non ha nulla di eccezionale. Ma sono loro i veri coraggiosi.
Sotto una pressione enorme, questi cinesi comuni che credono nella verità, nella compassione e nella tolleranza preferiscono perdere ogni cosa piuttosto che rinunciare alla propria Fede o smettere di spiegare la verità agli altri.
Quando questo capitolo della Storia sarà finalmente chiuso, sostengono i “coraggiosi”, ogni cinese che avrà deciso di abbandonare il Partito comunista dovrà ringraziare i praticanti del Falun Gong che hanno pagato il prezzo per averlo reso possibile.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Grace Wang per ET USA
Source link



