Strage di Bologna, Cimino: “Il 2 agosto ci ricorda che la democrazia va difesa ogni giorno”


di Franco Cimino

Il 2 agosto non è più un giorno d’estate.

Non lo è da quarantasei anni, da quel mattino in cui l’inferno si svegliò, ruppe la crosta della normalità e riversò le sue fiamme incontenibili su una città bellissima di un Paese bellissimo: il nostro.

L’Italia era ancora impegnata nella sua rinascita. Una rinascita già economicamente avanzata, ma ancora segnata dalle ferite profonde lasciate dal nazifascismo e dalla guerra scellerata nella quale quel dittatore, con le sue manie di grandezza e il suo servilismo verso la superpotenza germanica, aveva trascinato il Paese.

Il 2 agosto non è estate neppure quest’anno, quando il sole brucia più di quelli degli anni precedenti, segnando record di caldo che fanno sudare anche le ossa, intorpidiscono il pensiero e fiaccano le energie del corpo.

Resta, in questa data, un altro fuoco.

Il fuoco dell’inferno.

Ed è questo il fuoco che continuerebbe a bruciare anche se improvvisamente arrivassero i temporali estivi.

Quarantasei anni fa il diavolo decise di compiere una strage immensa. Una strage destinata a entrare nella Storia, quando la Storia stessa avrà il coraggio di essere scritta fino in fondo.

Non soltanto nelle cronache nere.

Non soltanto nelle sentenze.

Ma anche in quelle pagine rimaste ancora bianche, dove dovrebbero essere scritti i nomi e i cognomi dei mandanti più veri, dei collegamenti con l’ordine nero internazionale, di coloro che pensarono, favorirono o coprirono la ferocia neofascista iniziata nel dicembre del Sessantanove alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, con diciassette morti e ottantotto feriti, e proseguita con la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, con otto morti e centodue feriti.

Pochi mesi prima di Bologna, un’altra tragedia aveva sconvolto l’Italia: l’esplosione in volo, a pochi minuti dall’atterraggio a Palermo, del DC-9 di Itavia.

Ottantuno passeggeri morti.

Nessun sopravvissuto.

Una tragedia che, dopo quasi mezzo secolo, nonostante gli elementi giudiziari ormai acclarati, continua ad attendere la piena definizione delle responsabilità e dei nomi di coloro che vi furono coinvolti.

La strategia della tensione nacque con l’obiettivo di alimentare nella popolazione una paura tale da rendere possibile, o persino desiderabile, una svolta autoritaria.

Una strategia che prese forma dopo l’ancora oscuro “Piano Solo”, attribuito al disegno del generale De Lorenzo e del principe Junio Valerio Borghese, fermato all’ultimo momento.

Da chi?

Quali nomi veri lo avevano pensato, sostenuto, favorito?

E quali relazioni internazionali lo avevano accompagnato?

Le trame fasciste, sostenute da potenti interessi anche economici, non si fermarono davanti a un tentativo di golpe non violento.

La ferocia dei nemici della democrazia passò la mano ai più sanguinari. Quelli pure vestiti di fresca bruciata giovinezza.

Li finanziò.

Li armò di ordigni e di coperture.

Indicò loro la strada più sicura: quella della strage.

Ci voleva sangue.

Sangue da far scorrere a fiumi sulle strade dell’innocenza.

Morti e lutti che sembrassero prodotti dal caso, ma che fossero invece generati nei luoghi della normalità: quelli dove le persone e le famiglie credono di essere al sicuro.

Fermare l’Italia nel suo cammino verso la Costituzione e verso una crescita economica nella quale la ricchezza fosse distribuita secondo l’equità della democrazia era il primo obiettivo.

Insieme a un altro obiettivo, a esso profondamente legato: trasformare la penisola più bella e geograficamente più strategica del Mediterraneo in una “stazione” di un potere internazionale unitario, con mire di dominio assoluto sull’area più importante per il controllo del pianeta.

Ridurre, o cancellare, l’anima democratica dell’Italia.

Quell’anima nella quale affondano le radici della cultura dell’autonomia e della libertà di un intero popolo; un popolo geloso custode del proprio spirito risorgimentale, che vuole l’Italia unita, libera e aperta a un’Europa anch’essa unita, libera e perciò democratica.

La strage della stazione di Bologna doveva essere talmente devastante, talmente luttuosa e spaventosa, da accelerare la realizzazione di quel disegno di rovesciamento dello Stato democratico.

Bisognava fare presto.

Perché stavano crescendo la coscienza popolare e la volontà di una nuova unità civile e politica.

Stavano avanzando le forze popolari e operaie verso il governo del Paese, da cui un pregiudizio storico, consolidato nel tempo, le aveva sempre escluse.

Bologna non doveva soltanto produrre un rumore assordante.

Doveva spezzare resistenze.

Doveva abbattere torri e roccaforti costruite intorno alla Costituzione: la Carta della più alta architettura democratica mai realizzata per la convivenza civile.

Non fu un caso che venisse scelta Bologna.

La città medaglia d’oro della Resistenza.

La città della democrazia più viva, più consapevole, più testarda.

L’orrore si abbatté su quella stazione.

Piegò Bologna.

Piegò l’Italia.

Ma soltanto per il breve tempo dell’orologio: quello dello sgomento, della sorpresa, del clamore.

Il tempo del dolore più acuto, quello che colpisce al petto come un cuore che si spezza.

Un tempo così breve da non lasciare spazio neppure alle lacrime.

L’inferno non si sarebbe esteso.

Le fiamme non avrebbero superato quella stazione.

Anche se, in realtà, non fu proprio così.

Perché di quell’inferno si videro le fiamme e il tridente infuocato.

Non si videro, invece, i volti cattivi dei diabolici inviati da quel Satana che non si mostra mai.

L’Italia reagì con forza e coraggio.

Bologna rispose subito.

Rispose da quella stessa piazza che poche ore prima si era riempita di ambulanze e di mezzi militari per i soccorsi e la vigilanza.

La gente tornò ancora una volta nelle piazze e nelle strade.

Le riempì.

Le riempì di coscienza.

Le riempì di ribellione.

Le riempì di quell’urlo potentissimo che dal nostro cielo ancora scuro di fumo nero arrivò fino a quello più alto, dove la coscienza democratica rivolse la sua domanda:

“Dio, perché non cancelli il diavolo e il male che vive nei tanti diavoli che si nascondono e poi ritornano sotto altre sembianze e altre vesti?”

Quell’urlo, che dal dolore divenne indignazione e poi protesta, insieme a quella preghiera, ricevette una risposta silenziosa.

La risposta di un popolo che seppe trasformare il lutto in impegno civile.

Il popolo di allora rafforzò lo spirito democratico e antifascista. Diede vita a una straordinaria mobilitazione popolare che, insieme all’impegno dei politici più illuminati, riuscì a contrastare quel fascismo di ritorno e le trame che lo avevano alimentato.

Furono usati gli strumenti della democrazia.

Il popolo.

Le persone.

Le associazioni libere.

Le istituzioni democratiche.

La Costituzione.

Le leggi.

La partecipazione.

E non ci si lasciò attrarre da tentazioni che oggi chiameremmo securitarie.

Quel disegno, però, non fu cancellato.

Dopo i tanti Gelli di turno e gli uomini nascosti dietro di lui, dopo i grandi innominati, emergono ancora oggi, in Italia, in Europa e oltre oceano, nuove figure che ripropongono un progetto diverso nelle forme, ma antico nella sostanza.

Figure che non indossano più soltanto il doppiopetto grigio di un tempo, ma anche gli abiti informali di una modernità costruita sull’immagine.

Un progetto più subdolo perché dispone di strumenti tecnologici enormemente più potenti, capaci di raggiungere coscienze, culture, istituzioni e sistemi dell’informazione.

Un progetto antico almeno di centocinquant’anni: modificare, oggi lentamente, silenziosamente, passo dopo passo, la democrazia così come l’abbiamo conosciuta nei Paesi democratici, a partire dal nostro.

Sostituire la politica con l’economia.

Sostituire i governanti con i detentori delle immense ricchezze e degli strumenti capaci di orientare coscienze, culture, istituzioni e informazione.

Costruire un nuovo ordine nel quale il potere economico prevalga sulla sovranità democratica.

La preoccupazione che attraversa, purtroppo, una parte della nostra società è che, bombardati come siamo da una cultura globale dominante, possa venire meno la coscienza democratica necessaria non solo per contrastare queste trasformazioni, ma anche semplicemente per riconoscerle.

Per comprendere ciò che accade.

Per interrogarsi.

Per scegliere.

Ma chi, come il sottoscritto, è democratico e crede profondamente nella forza degli ideali della democrazia, continua ad avere fiducia.

Fiducia che le persone possano risvegliarsi.

Che possano liberarsi dal ricatto di una povertà sempre più diffusa.

Che possano tornare a lottare, senza paura, per il più grande obiettivo delle società umane:

la democrazia.

Una democrazia da difendere.

Una democrazia da rafforzare.

Perché solo nella democrazia possono trovare spazio la giustizia sociale e la piena realizzazione dei diritti di tutti.

Solo nella democrazia la libertà vive e quotidianamente si libera vivendo.

E diventa esperienza quotidiana.

Ed è soltanto la democrazia il veicolo, forse ancora lento ma necessario, che può condurci alla stazione più sicura.

Quella che nessun ordigno può distruggere.

La stazione della pace.

In Italia.

In Europa.

Nel mondo.




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 Maria Rita Galati

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