CEUTA • MIGRAZIONE, POLITICA E DOPPI STANDARD
Per anni il governo italiano è stato accusato di razzismo e disumanità per avere trattenuto alcune navi il tempo necessario a identificare chi arrivava. Davanti all’ingresso di 72 mila persone a Ceuta, il governo socialista di Pedro Sánchez ha invece restituito al Marocco quasi tutti i migranti in pochi giorni. Le testimonianze raccolte dalle televisioni italiane e dalla stampa internazionale raccontano fame, sete, paura e ritorni. Ma dall’indignazione progressista europea arriva soprattutto silenzio.
di Francesco Panasci, Direttore Responsabile
Esistono davvero due pesi e due misure?
No. Nel caso di Ceuta sembra esserci qualcosa di ancora più comodo: due pesi e una sola misura, quella che fa più piacere a chi giudica.
Per anni la sinistra italiana ed europea ha impartito lezioni di umanità al nostro Paese. Bastava che una nave rimanesse al largo qualche giorno in più, in attesa di verificare chi si trovasse a bordo, di identificare le persone e di stabilire dove e come accoglierle, perché partisse l’abituale processo politico e mediatico.
Il vocabolario era sempre lo stesso: razzismo, fascismo, disumanità, violazione dei diritti, crudeltà.
Non si discuteva più nel merito. Non si cercava di capire se un governo avesse il diritto e il dovere di controllare i propri confini. Si costruiva immediatamente una condanna morale, rivolta non soltanto alla politica, ma spesso anche alle forze dell’ordine e a chiunque osasse pronunciare le parole “sicurezza” e “controllo”.
Poi sono arrivati i 72 mila di Ceuta
CRONOLOGIA DELLA CRISI DI CEUTA
| Data | Evento |
|---|---|
| Fine luglio 2026 | Decine di migliaia di migranti raggiungono Ceuta dal Marocco. |
| 48 ore successive | La Spagna mobilita Guardia Civil, Forze Armate e rinforzi alle frontiere. |
| Primi giorni di agosto | Il governo spagnolo comunica che circa 70.000 persone sono già rientrate in Marocco grazie alle operazioni di rimpatrio e alla cooperazione con Rabat. |
| 4 agosto 2026 | Vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’UE: confronto sulle politiche comuni per la gestione della crisi. |
| Oggi | Prosegue il dibattito europeo sul diverso approccio politico alla gestione dei flussi migratori. |
La realtà, però, ha una caratteristica scomoda: prima o poi presenta il conto anche agli ideologi.
Secondo i dati dichiarati dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, circa 72 mila persone sono entrate a Ceuta e circa 70 mila sono tornate in Marocco. Non nell’arco di mesi. Non dopo lunghi percorsi di integrazione. Nel giro di pochissimi giorni.
Una rapidità impressionante, soprattutto se confrontata con le polemiche che in Italia accompagnano ogni singola operazione di controllo migratorio.
Ed è proprio questa rapidità ad aver riaperto il dibattito politico europeo. Se il controllo delle frontiere è ritenuto legittimo quando viene esercitato da Madrid, perché diventa motivo di scandalo quando viene esercitato da Roma?
La crisi non è stata soltanto politica. È stata anche una tragedia: il bilancio delle vittime ha superato quota settanta. Uomini e ragazzi sono morti annegati o schiacciati durante la corsa verso l’enclave spagnola.
Il tema, quindi, non può essere affrontato con leggerezza. Ma proprio la gravità di ciò che è accaduto impone una domanda: come ha fatto il governo socialista spagnolo a “liquidare”, nel senso politico e materiale del termine, la presenza di decine di migliaia di persone in così poco tempo?
Approfondimenti:
El País – la gestione della crisi e i dati sui rientri;
Reuters – il bilancio delle vittime.
Le voci da Ceuta: «Non avevamo cibo, non avevamo acqua»
Le testimonianze mandate in onda dai telegiornali e dai programmi di approfondimento delle televisioni nazionali italiane sono durissime.
Gli inviati hanno intervistato migranti che hanno raccontato di essere rimasti senza cibo, senza acqua, senza assistenza e senza alcuna prospettiva concreta. Alcuni hanno spiegato di avere preferito tornare in Marocco perché ciò che avevano trovato a Ceuta non somigliava affatto all’Europa che avevano immaginato.
Non sono soltanto racconti televisivi italiani.
Una testimonianza raccolta da Reuters descrive migranti stremati dalla fame, dall’esaurimento e dalla chiusura di negozi e servizi. Alcuni hanno raccontato di essere sopravvissuti bevendo soltanto acqua. Altri hanno definito Ceuta una sorta di prigione. Sono state riferite anche accuse di aggressioni e allontanamenti forzati, che l’agenzia precisa di non avere potuto verificare autonomamente.
Leggi:
Reuters – “Migrants say hunger and hostility drove them back”.
Non è questo giornale a inventare la fame, la sete e la disperazione. Sono testimonianze raccolte sul posto dai media italiani e internazionali. La domanda è politica: perché, quando racconti simili riguardano un governo socialista, l’indignazione diventa improvvisamente prudente, selettiva e silenziosa?
È necessario essere precisi: allo stato attuale non è dimostrato che il governo spagnolo abbia pianificato deliberatamente di privare i migranti di acqua e cibo per costringerli a rientrare.
Ma le testimonianze esistono. Le condizioni raccontate esistono. I ritorni di massa esistono. E davanti a questi fatti non basta cambiare discorso.
Militari, barriere e respingimenti: dov’è la sinistra indignata?
Le immagini hanno mostrato militari, Guardia Civil, mezzi di trasporto, operazioni di contenimento e trasferimenti verso il confine. La Spagna ha inviato rinforzi e ha installato anche una barriera galleggiante lunga circa cinquecento metri lungo il confine marittimo con il Marocco.
Una barriera.
Proprio così: una barriera fisica per impedire nuovi ingressi.
Quando in Italia si propone di fermare le partenze, rafforzare i controlli o impedire l’accesso irregolare, una parte della sinistra parla di muri, di autoritarismo e di deriva xenofoba.
Quando lo fa il governo socialista di Sánchez, invece, il vocabolario cambia. Si parla di emergenza, difesa della sovranità, gestione necessaria, tutela della frontiera esterna europea.
Fonti internazionali:
Reuters – la barriera marittima installata dalla Spagna;
The Guardian – l’invio di militari e agenti a Ceuta;
Le Monde – la nuova barriera al confine con il Marocco.
Non contestiamo alla Spagna il diritto di difendersi
Occorre chiarire un punto fondamentale.
Non contestiamo alla Spagna il diritto di controllare la propria frontiera. Non contestiamo al governo spagnolo il dovere di impedire che decine di migliaia di persone entrino irregolarmente nel proprio territorio senza alcuna verifica.
Un afflusso di tali dimensioni, concentrato in poche ore e in un territorio piccolo come Ceuta, costituisce oggettivamente una grave emergenza umanitaria, sociale e di sicurezza.
Uno Stato serio deve intervenire.
La Spagna aveva il diritto di farlo.
Ma allora lo stesso diritto deve essere riconosciuto all’Italia.
Non può essere “difesa della sovranità” quando governa Sánchez e “fascismo” quando governa il centrodestra italiano.
Non può essere “gestione dell’emergenza” quando interviene la Guardia Civil e “militarizzazione disumana” quando intervengono le autorità italiane.
Non può essere “controllo necessario” quando Madrid installa una barriera e “razzismo” quando Roma chiede di fermare le partenze.
Il silenzio italiano che pesa più delle parole
Colpisce soprattutto il silenzio di quella parte della sinistra italiana che negli anni ha trasformato ogni scelta del governo italiano in un processo morale.
Dove sono oggi le interrogazioni indignate?
Dove sono gli appelli degli intellettuali?
Dove sono le manifestazioni davanti alle ambasciate?
Dove sono le accuse rivolte a Sánchez?
Dove sono coloro che pretendevano lo sbarco immediato di chiunque arrivasse davanti alle coste italiane, senza concedere alle autorità nemmeno il tempo di compiere verifiche e identificazioni?
Le persone entrate a Ceuta erano tutte migranti economici? Tra loro c’erano richiedenti asilo, minori, persone vulnerabili, perseguitati o possibili vittime di tratta?
In quale modo è stata valutata la posizione individuale di decine di migliaia di persone tornate indietro in pochi giorni?
Sono domande che, se la stessa vicenda si fosse verificata in Italia, sarebbero state ripetute ossessivamente per settimane.
Oggi, invece, prevale la cautela. Una cautela che assomiglia molto alla convenienza politica.
Sánchez in vacanza mentre Ceuta esplode
Nel frattempo, in Spagna si è aperta anche la polemica sulla presenza e sulla comunicazione pubblica del presidente Pedro Sánchez durante la crisi.
Le opposizioni e diversi commentatori lo hanno accusato di avere trasmesso un’immagine di lontananza mentre Ceuta affrontava una delle emergenze più gravi della sua storia recente.
Questo aspetto non sostituisce il giudizio sui provvedimenti adottati. Ma rende ancora più evidente il paradosso politico: il leader spesso celebrato dalla sinistra europea come modello progressista si è trovato a governare l’immigrazione con strumenti che, applicati altrove, sarebbero stati descritti come il manifesto della destra più dura.
Quando la realtà manda in frantumi l’ideologia
Ceuta ha costretto la sinistra europea a fare i conti con ciò che per anni ha preferito rimuovere.
Accogliere non è uno slogan.
Governare i flussi non significa scrivere un post sui social.
Difendere le persone non significa eliminare i confini.
Uno Stato deve sapere chi entra, perché entra, da dove arriva e se possiede o meno il diritto di rimanere.
Deve proteggere i rifugiati autentici, assistere i minori e le persone vulnerabili, contrastare i trafficanti e, allo stesso tempo, impedire che l’ingresso irregolare diventi la regola.
Questa non è una posizione fascista. È il compito ordinario di qualsiasi democrazia.
Ceuta ha dimostrato che, quando il problema esplode davanti alla porta di casa, anche i governi progressisti riscoprono improvvisamente frontiere, militari, barriere, controlli e ritorni.
La sinistra non ha scoperto che controllare i confini è sbagliato. Ha scoperto che diventa necessario quando tocca a lei governare.
Due pesi e una sola misura
Questa vicenda non dovrebbe servire a insultare la Spagna né a gioire delle difficoltà del governo Sánchez.
Dovrebbe servire a ristabilire un principio di onestà.
Le regole devono valere per tutti.
Se è legittimo difendere la frontiera spagnola, è legittimo difendere quella italiana.
Se è necessario identificare chi entra a Ceuta, è necessario identificare chi arriva a Lampedusa.
Se la Spagna può rimandare in Marocco migliaia di persone, l’Italia deve potere rimpatriare chi non possiede il diritto di restare.
Se i diritti umani sono universali, devono essere difesi anche quando al governo c’è un socialista.
Altrimenti non siamo davanti a una politica dei diritti.
Siamo davanti a una politica della convenienza.
Ed è questa la lezione più dura che arriva da Ceuta: l’ideologia progressista, chiamata a misurarsi con la realtà, ha fatto a pugni con se stessa.
Per anni ci hanno raccontato che esistevano due pesi e due misure.
Forse avevano ragione soltanto a metà.
I pesi sono due. Ma la misura è una sola.
I fatti non hanno colore politico. Dovrebbero essere giudicati con lo stesso metro, indipendentemente da chi governa. È questa, oggi, la vera domanda che arriva da Ceuta.
Cinque domande che meritano una risposta
La crisi di Ceuta non lascia soltanto immagini, numeri e polemiche. Lascia soprattutto interrogativi ai quali la politica europea, e anche quella italiana, dovrà prima o poi rispondere.
- Perché il giudizio politico cambia a seconda del governo che difende i propri confini?
- Le oltre 70 mila persone rientrate in Marocco sono state valutate singolarmente per verificare eventuali richieste di protezione internazionale, la presenza di minori o di persone vulnerabili?
- Quale ruolo ha realmente svolto il Marocco nella gestione della crisi e nella rapidità dei rientri?
- L’Unione europea adotterà d’ora in avanti lo stesso metro di giudizio nei confronti di tutti gli Stati membri, indipendentemente dal loro colore politico?
- Ceuta rappresenta un episodio isolato oppure segna l’inizio di una nuova stagione europea nella gestione dell’immigrazione?
Le risposte a queste domande diranno molto non soltanto sul futuro delle politiche migratorie europee, ma anche sulla credibilità di chi, negli anni, ha trasformato questo tema in uno dei principali terreni di scontro politico.
“La coerenza è il primo confine che una democrazia dovrebbe imparare a difendere.”
Nota metodologica. Questo editoriale distingue i fatti documentati, i dati comunicati dalle autorità, le immagini trasmesse dai media e le testimonianze raccolte sul posto. I riferimenti a fame, sete, aggressioni e allontanamenti sono riportati come testimonianze giornalistiche e non come responsabilità governative definitivamente accertate.
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Francesco Panasci
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