dove la Sicilia racconta sé stessa


Pitrè – Palermo Panorama Culturale

Nel cuore della Favorita, accanto alla Palazzina Cinese, Palermo custodisce un luogo capace di raccontare la Sicilia attraverso gli oggetti, i mestieri, le credenze, le feste e i gesti della vita quotidiana. La nostra visita al Museo Etnografico Siciliano “Giuseppe Pitrè”, accompagnato da Silvana Arnone e ricevuto dall’assessore comunale alla Cultura Antonio Rini.

Non una semplice raccolta di reperti, ma il grande racconto corale di un popolo. Fra abiti, amuleti, antichi mestieri, giochi, devozioni e strumenti di lavoro, il museo palermitano restituisce voce alla vita quotidiana dei siciliani e ci ricorda che non può esistere futuro senza memoria.

Silvana Arnone accompagna la visita nella Sala delle Carrozze del Museo Pitrè di Palermo, dove è custodita la monumentale Berlina di gala del Senato Palermitano del 1796.

Ci sono musei nei quali si entra per osservare delle opere. E poi ci sono musei nei quali, quasi senza accorgersene, si finisce per incontrare sé stessi.

Il Museo Etnografico Siciliano “Giuseppe Pitrè” appartiene a questa seconda categoria. Non espone soltanto oggetti antichi: conserva esperienze, fatiche, paure, speranze, credenze e forme d’ingegno appartenute a generazioni di siciliani.

È un museo della memoria, ma non della nostalgia. Le sue sale non raccontano un passato immobile e idealizzato. Raccontano la vita concreta: quella dei contadini e degli artigiani, delle donne impegnate nella tessitura e nella cura della casa, dei bambini che trasformavano materiali poveri in giocattoli, dei guaritori, dei venditori, dei lavoratori delle campagne e delle botteghe cittadine.

Visitandolo si comprende quanto la storia di un popolo non sia contenuta soltanto nei palazzi, nelle battaglie, nei documenti ufficiali o nelle biografie degli uomini illustri. La storia abita anche negli utensili, negli abiti, nei simboli religiosi, nelle insegne di una bottega, negli strumenti utilizzati per misurare, seminare, raccogliere, curare o proteggersi dalla sorte.

Un viaggio nella Sicilia quotidiana

La visita al Museo Pitrè è un viaggio dentro una Sicilia che non esiste più nelle sue forme originarie, ma che continua a vivere nel linguaggio, nelle abitudini, nei riti familiari e nell’immaginario collettivo.

Si incontrano gli attrezzi utilizzati nei campi, gli strumenti dei mestieri tradizionali, i recipienti e le misure impiegati nel commercio e nella vita domestica. Si osservano tessuti, ricami e abiti che non avevano soltanto una funzione pratica, ma indicavano spesso la condizione sociale, la provenienza, il momento della vita e l’appartenenza a una comunità.

Gli abiti da sposa, gli indumenti da lavoro e i costumi popolari raccontano una società nella quale il modo di vestirsi costituiva un vero linguaggio. La stoffa, il colore, la lavorazione e gli ornamenti potevano comunicare molto più di quanto oggi immaginiamo.

Accanto agli oggetti della vita adulta trovano spazio anche i giochi e i giocattoli dei bambini. Oggetti semplici, spesso costruiti a mano, che testimoniano un’infanzia lontana dall’industria e dalla tecnologia, ma non per questo povera di creatività. Bastavano pochi materiali perché la fantasia costruisse un mondo.

Le antiche insegne: quando un’immagine raccontava un mestiere

Tra gli elementi più affascinanti del percorso vi sono le antiche insegne dipinte e i cartelli utilizzati per rappresentare attività, servizi e professioni.

Antica insegna del tabaccaio con il motto
L’insegna ottocentesca del tabaccaio con il celebre motto “E io sempre fumo”, una delle più significative testimonianze della comunicazione commerciale e dell’arte popolare siciliana conservate al Museo Pitrè.

Erano forme di comunicazione immediata, nate in un’epoca in cui una parte consistente della popolazione non sapeva leggere. L’immagine diventava quindi una parola pubblica: indicava il panettiere, il medico, l’artigiano, il venditore o chi esercitava attività legate alle pratiche terapeutiche del tempo.

Quelle tavole dipinte possono essere considerate una forma primordiale di pubblicità. Dovevano essere riconoscibili, evocative e capaci di spiegare in pochi segni il servizio offerto. Erano, allo stesso tempo, strumenti commerciali e manifestazioni di arte popolare.

Osservarle oggi significa comprendere che la comunicazione visiva non nasce con la modernità. Cambiano i mezzi e le tecnologie, ma rimane intatta l’esigenza dell’uomo di farsi riconoscere, raccontare il proprio lavoro e costruire un rapporto con la comunità.

Curare il corpo secondo le conoscenze del tempo

Particolarmente suggestiva è la parte che documenta le antiche pratiche sanitarie e le figure che esercitavano attività di cura prima dell’affermazione della medicina contemporanea.

Tra queste vi era il salassatore, incaricato di eseguire il salasso secondo una concezione terapeutica allora molto diffusa. Si riteneva che alcune malattie potessero dipendere da un eccesso o da un’alterazione del sangue e che la sua sottrazione potesse ristabilire l’equilibrio del corpo.

Oggi quelle pratiche vengono osservate attraverso conoscenze mediche profondamente diverse. Tuttavia, gli strumenti e le rappresentazioni conservate nel museo hanno un grande valore storico: documentano il rapporto che le comunità avevano con la malattia, con il dolore e con il bisogno universale di trovare una cura.

Il museo non giudica quel mondo con gli occhi del presente. Lo documenta e ci permette di comprendere come la conoscenza umana sia il risultato di un cammino fatto di intuizioni, errori, esperienze e progressivi avanzamenti scientifici.

Amuleti, scaramanzia e paura dell’invisibile

Una delle sezioni che maggiormente colpiscono il visitatore è quella dedicata alle credenze popolari, alla scaramanzia e ai tentativi di allontanare la sfortuna.

Amuleti, corni, formule, oggetti protettivi e testimonianze di antichi rituali raccontano un mondo nel quale religiosità, superstizione, paura e speranza convivevano senza confini sempre definiti.

Davanti all’incertezza della vita, alla malattia, alla perdita di un raccolto o a una disgrazia familiare, l’uomo cercava protezione. Quando la realtà non poteva essere spiegata o controllata, interveniva il simbolo. Un oggetto poteva così diventare difesa, promessa, scongiuro o tramite verso una forza superiore.

Anche le cosiddette “fatture”, le pratiche contro il malocchio e i rituali per sciogliere un influsso negativo appartengono a questo universo culturale. Non sono soltanto curiosità folcloristiche: raccontano il bisogno umano di attribuire un’origine alla sventura e di immaginare una possibilità di liberazione.

Guardando questi oggetti si comprende quanto alcune espressioni, gesti e paure siano sopravvissuti fino ai nostri giorni. Cambiano le forme, ma il rapporto con la fortuna, l’invidia, il destino e l’imponderabile continua a occupare uno spazio nella cultura siciliana.

La religiosità popolare e il bisogno di affidarsi

La Sicilia rappresentata nel Museo Pitrè è anche una terra profondamente religiosa. Stampe popolari, ex voto, immagini sacre, pitture su vetro e oggetti devozionali documentano un rapporto con il sacro vissuto dentro le case, nelle strade e nei momenti decisivi dell’esistenza.

La religione popolare non si limitava alla partecipazione ai riti ufficiali. Entrava nella quotidianità, accompagnava la nascita, il matrimonio, il lavoro, la malattia e la morte. I santi diventavano presenze familiari alle quali chiedere protezione, salute, raccolti abbondanti o il ritorno di una persona cara.

Gli ex voto raccontano ringraziamenti e promesse. Dietro ciascuno di essi si nasconde una vicenda umana: una guarigione sperata, una disgrazia evitata, una paura superata. Sono oggetti spesso semplici, ma dotati di una straordinaria intensità narrativa.

Giuseppe Pitrè, il medico che comprese l’urgenza della memoria

Al centro di questo universo vi è la figura di Giuseppe Pitrè, nato a Palermo nel 1841 e morto nella sua città nel 1916.

Pitrè era un medico, ma il suo sguardo andava oltre il corpo dei pazienti. Attraversando la società palermitana e siciliana entrò in contatto con racconti, proverbi, fiabe, canti, riti, pratiche di guarigione, usanze familiari e tradizioni tramandate oralmente.

Comprese che quel patrimonio rischiava di scomparire con la trasformazione della società. Decise allora di raccoglierlo, ordinarlo e studiarlo con rigore, sottraendo la cultura popolare alla marginalità nella quale era stata a lungo confinata.

La sua grandezza risiede anche in questo: aver riconosciuto dignità scientifica alle conoscenze e alle espressioni del popolo. Ciò che per molti era soltanto una superstizione, una filastrocca, una favola o un utensile comune diventò, attraverso il suo lavoro, una testimonianza indispensabile per comprendere la Sicilia.

Il museo da lui fondato nel 1909 conserva oggi circa quattromila oggetti. Il primo nucleo era costituito da circa millecinquecento reperti raccolti personalmente da Pitrè; successivamente il patrimonio si arricchì con altre collezioni e donazioni.

Dal 1934 il museo ha sede negli edifici adiacenti alla Palazzina Cinese, all’interno del parco della Favorita. È una collocazione di particolare fascino, ma anche un luogo che deve essere sempre maggiormente inserito nei percorsi culturali e turistici della città.

Il museo vive attraverso chi sa raccontarlo

Una collezione, per quanto preziosa, non basta da sola a rendere vivo un museo. Servono persone capaci di custodire gli oggetti, interpretarli e restituire al visitatore il loro significato.

La visita è stata accompagnata da Silvana Arnone, che da circa vent’anni opera all’interno del Museo Pitrè e che ha saputo trasformare un percorso necessariamente rapido in un racconto intenso e coinvolgente.

Con competenza, disponibilità e una passione immediatamente percepibile, Silvana Arnone ha dato voce agli oggetti esposti, collegandoli alle persone che li avevano creati, utilizzati o temuti. Il suo non è stato un semplice elenco di reperti, ma un racconto fatto di collegamenti, dettagli, memoria e amore per il museo.

È anche attraverso persone come lei che un’istituzione culturale smette di apparire come un deposito del passato e diventa un organismo vivo. Perché i musei possiedono un patrimonio materiale, ma sono le persone che vi lavorano a trasformarlo in esperienza, conoscenza e partecipazione.

Antonio Rini sceglie il Pitrè come luogo d’incontro

La visita ha coinciso con un incontro con l’assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Antonio Rini, che ha scelto il Museo Pitrè anche quale sede per ricevere rappresentanti delle istituzioni, operatori culturali e cittadini.

Antonio Rini, Assessore alla Cultura del Comune di Palermo, durante l'incontro istituzionale al Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè.
L’Assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Antonio Rini, durante l’incontro istituzionale al Museo Etnografico Siciliano “Giuseppe Pitrè”

Non si tratta soltanto di uno spostamento logistico. Portare gli incontri istituzionali dentro un museo significa riconoscere che i luoghi della cultura possono e devono tornare a essere spazi attraversati, frequentati e vissuti.

«La cultura non è una cornice dell’azione amministrativa, ma uno dei suoi strumenti più importanti. Ho scelto di ricevere anche al Museo Pitrè perché questo luogo racconta la storia più autentica della nostra comunità. Qui ogni oggetto parla delle persone che hanno costruito Palermo e la Sicilia. Restituire centralità e fare rivivere questi luoghi ai cittadini significa investire nella consapevolezza, nell’identità e nel futuro della nostra città.»

Antonio Rini
Assessore alla Cultura del Comune di Palermo

Una scelta culturale e strategica

La decisione di utilizzare il Museo Pitrè anche come sede di incontri pubblici e istituzionali possiede un valore simbolico e strategico.

Un museo vive quando viene visitato, ma anche quando torna a essere luogo di confronto, progettazione e produzione culturale. Ricevere persone all’interno delle sue sale significa portarle a contatto con il patrimonio della città e renderle partecipi della responsabilità della sua tutela.

È una visione che non considera la cultura come decorazione dell’attività amministrativa, ma come infrastruttura civile. Una città cresce quando investe nei propri teatri, nelle biblioteche, negli archivi e nei musei; quando li rende accessibili e li collega alle scuole, al turismo, all’economia creativa e alla vita dei quartieri.

Antonio Rini, giovane amministratore e musicista, ha mostrato di possedere una sensibilità capace di coniugare il valore identitario dei luoghi con la necessità di costruire nuove occasioni di partecipazione. Il Pitrè può diventare, in questa prospettiva, non soltanto una tappa da visitare, ma un centro culturale sempre più riconoscibile nel panorama cittadino.

Il Museo Pitrè deve essere riscoperto dai palermitani

Palermo possiede un patrimonio talmente vasto che alcuni dei suoi luoghi più significativi rischiano di restare ai margini dei percorsi abituali. Si visitano le grandi chiese, i palazzi del centro storico, i mercati e gli itinerari monumentali. Più raramente si arriva al Museo Pitrè.

Eppure, chi desidera comprendere davvero la città e la Sicilia dovrebbe iniziare proprio da qui.

Il museo permette di conoscere la vita delle persone comuni, senza le quali nessuna grande storia sarebbe stata possibile. Racconta la sapienza degli artigiani, la fatica dei campi, la creatività dei bambini, il ruolo delle donne, la devozione religiosa, le paure collettive e la capacità dei siciliani di trasformare anche gli oggetti più semplici in espressioni di bellezza.

Deve essere promosso tra i turisti, inserito con maggiore forza nei percorsi di visita e raccontato attraverso strumenti contemporanei. Ma deve essere riscoperto soprattutto dai palermitani.

Le scuole potrebbero trovare in queste sale un laboratorio permanente di storia, antropologia, arte, comunicazione e cittadinanza. Le famiglie potrebbero utilizzarlo per trasmettere ai più giovani conoscenze che non passano più spontaneamente da una generazione all’altra. Gli operatori culturali potrebbero farne uno spazio di ricerca, produzione e confronto.

Un museo che non parla soltanto del passato

Il Museo Pitrè non ci chiede di tornare indietro. Ci chiede di non procedere verso il futuro senza sapere da dove veniamo.

La modernità ha migliorato la vita sotto molti aspetti, ma ha anche interrotto alcuni dei meccanismi attraverso i quali la memoria veniva trasmessa. Le comunità sono cambiate, i mestieri sono scomparsi, il linguaggio si è trasformato e molti gesti quotidiani hanno perso il loro significato originario.

In questo contesto il museo svolge una funzione decisiva: ricompone i frammenti e restituisce continuità al racconto.

Conoscere le credenze del passato non significa condividerle. Studiare un’antica pratica medica non significa rimpiangerla. Osservare gli strumenti del lavoro contadino non significa idealizzare una vita segnata spesso da povertà e fatica.

Significa, invece, comprendere il cammino compiuto. Significa riconoscere che la società contemporanea nasce anche da quelle esperienze e che ogni avanzamento diventa più consapevole quando conosce ciò che lo ha preceduto.

La Sicilia non è soltanto un luogo: è un racconto

Uscendo dal Museo Pitrè rimane la sensazione di avere incontrato migliaia di siciliani mai conosciuti personalmente.

Donne e uomini senza un nome nei manuali di storia, che tuttavia hanno costruito la Sicilia con il loro lavoro, la loro creatività, le loro paure e la loro capacità di adattarsi. Sono loro i veri protagonisti delle sale.

Ogni oggetto conserva l’impronta di una mano. Ogni abito ha accompagnato un corpo. Ogni giocattolo ha acceso l’immaginazione di un bambino. Ogni amuleto è stato affidato a una speranza. Ogni ex voto custodisce una paura superata o una grazia attesa.

È questa la forza del Museo Pitrè: trasformare gli oggetti in presenze e la memoria in un racconto ancora capace di parlarci.

Palermo ha il privilegio di custodire questa piccola e, allo stesso tempo, grandissima perla. Il compito delle istituzioni, degli operatori culturali, della scuola, dell’informazione e dei cittadini è farla vivere, promuoverla e renderla parte integrante dell’esperienza della città.

Perché il Museo Pitrè non è soltanto il luogo nel quale la Sicilia conserva ciò che è stata.

È il luogo nel quale la Sicilia continua a domandarsi chi è.

P3 – Palermo Panorama Culturale

di Francesco Panasci
Direttore responsabile de ilmoderatore.it


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