La scomparsa di Francesco Guccini non è la fine della sua poesia. Un uomo capace di difendere la bellezza dei propri sogni fino all’ultimo giorno ed oltre le stelle.
Ci sono figure che attraversano la storia imponendosi ben oltre gli angusti recinti ideologici. Francesco Guccini era una di queste. Non la pensavamo allo stesso modo, eppure lo adoravo, perché Guccini è sempre voluto rimanere un bambino nel senso più puro e luminoso del termine. Un uomo che non aveva mai smesso di vivere per sognare, e che oggi non può finire nella polvere del tempo, perché il suo ottimismo ontologico lo portava a credere per forza nella bellezza dell’ideale.
Guccini l’idealista
Il suo sguardo sulla realtà intercettava quell’ansia di giustizia sociale che storicamente viene attribuita alla sinistra, ma che trova eco profonda anche nella dottrina sociale della Chiesa e nella coscienza critica e sociale della società.
Era un idealista incorruttibile, e lo si capisce riascoltando tre canzoni che restano scolpite nella memoria collettiva, specchio di un’anima che rifiutava ogni mediazione cinica.
Il primo ricordo corre inevitabilmente a Che Guevara. Il rivoluzionario argentino, visto con serietà e rispetto trasversale anche a destra, non ridotto ad un brand commerciale; ma che con lui assurgeva a simbolo di una lotta idealista contro l’ingiustizia, un eroe romantico destinato a cadere ma destinato, nella visione del poeta, a ritornare sempre. Non era l’uomo era l’idealismo dell’eroe. Lui non dipingeva solo Che Guevara. Lui ritraeva Davide contro Golia, l’eterna lotta dell’uomo.
La stessa tensione bruciante anima La Locomotiva. Pietro Rigosi, il macchinista che lancia il suo convoglio contro le ingiustizie sociali aspettando solo lo schianto e l’abbraccio della “grande consolatrice”, incarna il folle coraggio di chi sacrifica la propria vita contro qualcosa che reputa profondamente ingiusto.
La realtà lo restituirà alla vita invalido fino alla fine dei suoi giorni, ma nella canzone resta intatta la purezza di un sogno lanciato a rotta di collo contro il male, guidato da una speranza che cerca comunque un riscatto.
Eppure, il vertice assoluto di questo umanesimo visionario resta Cyrano, scritto con la collaborazione del paroliere Beppe Dati. Lo spadaccino dal naso ingombrante, l’eroe feroce con la spada ma fragile, sopraffatto ed indifeso davanti all’amore, è il manifesto di chiunque si sia sentito inadeguato, fuori posto. Che non riesce a confessarsi alla donna che ama, ma deciso a parlare a Rossana “col cuore e coi versi”. Senza che lei lo possa identificare, perché non ha la forza di abbracciare ciò che ama pubblicamente.
C’è un aneddoto rivelatore dietro quel capolavoro. Il coautore, lo disse durante un incontro pubblico anni fa alle giubbe rosse a Firenze; aveva inserito nel testo originario un verso “mia madre non mi amava” . O qualcosa del genere.
Guccini si impuntò fermamente contro: “La mia mamma, nei suoi pregi e nei suoi difetti, mi ha sempre voluto bene. Non potrò mai cantare una frase in cui mia madre non mi ama”; ( mi pare di ricordare nella sostanza questa obiezione). Nonostante l’altro ribattesse che il brano era un’opera d’arte autonoma, la voce era quella di Cyrano,non la sua;la coerenza affettiva e la naturale innocenza d’animo di bambino che caratterizzavano Guccini prevalsero.
In Cyrano, la voce di Guccini scaglia versi di profonda tensione spirituale e civile, sferzando tanto i falsi profeti quanto il cinismo materialista:
«Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito,
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito!
E voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso…»
È la testimonianza di un uomo che credeva profondamente in una trascendenza e in un’etica che andavano custodite gelosamente. Per Guccini i sogni non potevano fallire del tutto, e anche nella tragedia si arriva sempre ad un lieto fine. La certezza che esista un posto dove tutto sarà giusto. Diventando grandi si uccidono i sogni di bambino. Guccini non era capace di uccidere i sogni. Voleva restare un bambino e continuare a sognare. Questo lo rendeva unico!
Francesco Guccini non può finire adesso. È la fine dei sognatori, di chi rimane sempre bambino nel cuore. Ci mancherà immensamente la sua voce ruvida, e dispiace non averlo potuto incrociare dal vivo per dirgli che, pur essendo stati ragazzi e uomini di una sponda politica diversa, ci ha formato e ispirato nel profondo. Ma possiamo starne certi che un uomo così, eterno bambino, capace di difendere la bellezza dei propri sogni fino all’ultimo giorno, sta continuando a comporre versi tra le stelle.
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Alessandro Scipioni
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