di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Ventidue miliardi di dollari di utile netto in un solo trimestre, con una crescita del 77,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: sono questi i numeri con cui TSMC, il colosso taiwanese che produce a contratto la stragrande maggioranza dei semiconduttori più avanzati al mondo, ha chiuso il secondo trimestre del 2026. Il fatturato ha toccato un nuovo massimo storico, sospinto da una domanda di chip per l’intelligenza artificiale che, contrariamente a molte previsioni prudenti circolate nei mesi scorsi, non mostra alcun segno di rallentamento.
Accanto ai risultati finanziari, l’azienda ha annunciato un ulteriore investimento da 100 miliardi di dollari per ampliare la propria capacità produttiva negli Stati Uniti, portando l’impegno complessivo americano del gruppo a 265 miliardi di dollari, destinati alla costruzione di dieci stabilimenti sul suolo statunitense, in gran parte concentrati in Arizona. È una cifra che, come hanno osservato diversi analisti, sarebbe apparsa fino a pochi anni fa pura fantascienza industriale, e che oggi rappresenta invece una scelta strategica precisa, dettata dalla volontà di avvicinare la produzione ai propri clienti principali: nel secondo trimestre, il 78% dei ricavi di TSMC è stato generato da aziende con sede in Nord America.
Il dato più significativo, per chi osserva le dinamiche industriali globali con uno sguardo che va oltre la cronaca finanziaria trimestrale, riguarda forse la revisione al rialzo delle stime per l’intero 2026: la società taiwanese prevede ora una crescita dei ricavi di poco superiore al 40% in dollari, contro il 30% indicato in precedenza. È un aggiustamento che riflette una convinzione sempre più diffusa tra gli analisti: la domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale non è una bolla temporanea, ma una trasformazione strutturale della domanda globale di potenza di calcolo.
Per l’industria italiana ed europea, questi numeri pongono una domanda che meriterebbe più attenzione di quanta il dibattito pubblico nazionale le stia dedicando: qual è la posizione del nostro continente in questa nuova geografia del potere tecnologico? La risposta, allo stato attuale, è tutt’altro che rassicurante. La capacità produttiva di semiconduttori più avanzati resta concentrata in poche mani, prevalentemente asiatiche, con Taiwan che attraverso TSMC controlla una quota della produzione mondiale di chip di ultima generazione difficile da eguagliare per qualunque altra area geografica, Stati Uniti compresi, nonostante gli investimenti miliardari in corso per rilocalizzare parte di questa filiera sul suolo americano.
L’Unione Europea ha tentato, con il Chips Act approvato alcuni anni fa, di rafforzare la propria autonomia strategica nel settore, ponendosi obiettivi di quota di mercato che restano, a oggi, lontani dall’essere raggiunti. Il rischio concreto per il tessuto industriale italiano, fatto in larga parte di piccole e medie imprese manifatturiere che dipendono da componentistica elettronica avanzata per i propri processi produttivi, è quello di restare strutturalmente dipendente da una filiera concentrata in poche aree geografiche, esposta a tensioni commerciali e geopolitiche che, come dimostrano le vicende di questi mesi tra dazi americani e tensioni nello stretto di Taiwan, possono tradursi rapidamente in interruzioni di approvvigionamento.
C’è poi una considerazione più ampia, che riguarda il modello di sviluppo industriale che l’Europa intende perseguire nei prossimi anni. Mentre TSMC destina decine di miliardi di dollari alla capacità produttiva più avanzata, l’industria italiana rimane concentrata in larga parte su segmenti a valore aggiunto diverso, spesso complementari ma non competitivi rispetto alla produzione di semiconduttori di frontiera. Non si tratta necessariamente di un limite: la specializzazione manifatturiera italiana, orientata alla qualità, alla componentistica di precisione e ai beni strumentali, ha dimostrato negli anni una resilienza che altri modelli industriali non possiedono. Ma l’assenza quasi totale di una filiera nazionale nella produzione di chip avanzati rappresenta comunque un vulnus strategico che difficilmente potrà essere colmato senza un impegno di politica industriale europea assai più deciso di quello messo in campo finora.
Resta da vedere se la febbre dei chip, alimentata da una domanda di intelligenza artificiale che TSMC stessa fatica a soddisfare nonostante gli investimenti record, si tradurrà in un’occasione per l’Europa di ripensare la propria collocazione in questa filiera strategica, o se il continente continuerà a osservare da spettatore una trasformazione industriale che si sta giocando, per il momento, quasi interamente altrove.
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Mariagrazia Lupo Albore
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