di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Quattrocentosessanta milioni di euro per aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca, quattrocentotrenta per aver ostacolato gli sviluppatori di app che volevano indirizzare gli utenti verso canali di acquisto alternativi: sono le due sanzioni, per un totale di 890 milioni di euro, che la Commissione europea ha inflitto a Google il 23 luglio, chiudendo un’indagine aperta nel marzo 2024 in base al Digital Markets Act. Google ha sessanta giorni di tempo per adeguarsi, pena sanzioni periodiche che potrebbero arrivare fino al 5% del fatturato globale del gruppo, una soglia che trasformerebbe una multa già ingente in un costo strutturale di dimensioni ben diverse.
Il dettaglio delle contestazioni merita di essere compreso, perché racconta due modalità distinte con cui una piattaforma dominante può distorcere la concorrenza. Nel caso di Google Search, Bruxelles contesta la sistematica preferenza accordata ai propri servizi verticali — shopping, hotel, trasporti, sport — rispetto a quelli dei concorrenti nei risultati di ricerca, talvolta attraverso filtri che ne aumentavano artificialmente la visibilità. Nel caso di Google Play, la contestazione riguarda invece le restrizioni imposte agli sviluppatori di app nel comunicare liberamente ai propri utenti la possibilità di acquistare a condizioni più vantaggiose al di fuori del negozio ufficiale.
Non è la prima volta che Google si confronta con le autorità antitrust europee, ed è utile ricordarlo per collocare questa vicenda nella sua reale prospettiva storica. La teoria giuridica dell’autopreferenza, alla base della contestazione su Google Search, nacque oltre un decennio fa nel celebre caso Google Shopping, la cui indagine fu aperta nel 2010 e confermata dalla Corte di giustizia europea solo nel 2024. Il Digital Markets Act, entrato pienamente in vigore negli ultimi anni, ha codificato quel principio in una normativa ex ante, con l’obiettivo dichiarato di velocizzare l’applicazione delle regole e superare gli ostacoli probatori tipici del diritto antitrust tradizionale, che richiedevano anni, se non decenni, per arrivare a una sentenza definitiva.
È proprio questa accelerazione procedurale il vero banco di prova del Digital Markets Act, più ancora dell’entità della sanzione in sé. Per un gruppo delle dimensioni di Alphabet, 890 milioni di euro rappresentano una cifra ingente in termini assoluti ma relativamente sostenibile rispetto ai margini di un’azienda che genera decine di miliardi di utili l’anno. La domanda che gli osservatori più attenti si pongono riguarda dunque l’efficacia sostanziale della norma: l’Unione europea riuscirà davvero a modificare il comportamento commerciale delle grandi piattaforme digitali, o le sanzioni, per quanto miliardarie, finiranno per essere semplicemente contabilizzate come un costo ricorrente dell’attività d’impresa, senza produrre un cambiamento strutturale nel modo in cui questi gatekeeper operano sul mercato?
Il contesto in cui arriva questa decisione aggiunge un ulteriore livello di complessità. La sanzione a Google giunge nella stessa settimana in cui Washington ha varato una nuova ondata di dazi commerciali su decine di partner internazionali, Unione europea compresa, riaccendendo tensioni transatlantiche che vanno ben oltre il dossier tecnologico. Non è la prima volta che le autorità americane leggono le sanzioni antitrust europee contro le big tech statunitensi come una forma indiretta di protezionismo commerciale, e non è escluso che questa lettura politica finisca per intrecciarsi, nei prossimi mesi, con il negoziato più ampio sui dazi tra le due sponde dell’Atlantico.
Per le imprese europee, e in particolare per quelle italiane che operano nei mercati digitali toccati dalla decisione — dal commercio elettronico alla distribuzione di applicazioni — la sanzione rappresenta comunque un segnale di attenzione da parte di Bruxelles verso pratiche competitive che negli ultimi anni hanno reso strutturalmente difficile competere con i grandi operatori globali su terreni che questi ultimi controllano per posizione di mercato, prima ancora che per merito tecnologico. Resta da vedere se questo segnale si tradurrà, nei prossimi due mesi, in un effettivo cambiamento delle pratiche commerciali di Google sul territorio europeo, o se il colosso di Mountain View sceglierà, come già fatto in passato, la strada del contenzioso giudiziario davanti alla giustizia europea, rinviando ulteriormente l’applicazione concreta di principi sanciti, sulla carta, già da tempo.
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