Quasi quattro anni senza crisi di governo né cambi di maggioranza
Oggi, 4 settembre 2026, Giorgia Meloni entra nella storia della Repubblica. Il suo governo raggiunge 1.413 giorni consecutivi in carica e supera il precedente primato del Berlusconi II, rimasto a Palazzo Chigi per 1.412 giorni, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. Nessun altro singolo esecutivo repubblicano era riuscito a durare così a lungo.
Un record che assume un peso particolare in un Paese nel quale governi brevi, crisi di maggioranza e cambi di presidente del Consiglio sono stati per decenni quasi una costante. Quasi quattro anni dopo l’insediamento del 22 ottobre 2022, Giorgia Meloni è ancora alla guida della stessa coalizione uscita dalle urne, senza governi tecnici, cambi di maggioranza o ribaltoni parlamentari.
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La durata, naturalmente, non può essere l’unico parametro con il quale giudicare un esecutivo. E i quasi quattro anni del governo Meloni non sono stati privi di difficoltà. L’economia italiana continua a crescere poco, il caro energia è tornato a pesare su famiglie e imprese, benzina e gasolio hanno raggiunto livelli elevati, la produzione industriale resta debole e il potere d’acquisto perso durante la grande fiammata inflazionistica non è stato ancora completamente recuperato.
Un’economia che cresce poco in uno scenario internazionale difficile
Ma il bilancio della legislatura va letto anche alla luce di una situazione internazionale eccezionalmente complicata: la guerra in Ucraina, la crisi energetica europea, il conflitto in Medio Oriente e la guerra con l’Iran, con le conseguenti tensioni sul petrolio e sul gas, hanno condizionato pesantemente l’economia italiana ed europea.
La crescita resta uno dei principali punti deboli. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil italiano è aumentato dello 0,2 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La crescita acquisita per l’intero 2026 è dello 0,8 per cento. Numeri positivi, ma certamente non esaltanti.
La frenata, però, si inserisce in un quadro internazionale segnato da guerre, tensioni commerciali e nuovi rincari energetici. L’Istat ha indicato proprio nel peggioramento dello scenario internazionale e nell’aumento dei prezzi dell’energia alcuni dei fattori capaci di condizionare la crescita.
La guerra tra Russia e Ucraina continua a pesare sugli equilibri energetici e commerciali europei. A questa si sono aggiunte le tensioni in Medio Oriente e il nuovo fronte iraniano, con ripercussioni immediate sulle quotazioni del petrolio e del gas e sul costo dei trasporti. Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, significa maggiori costi per imprese e famiglie e nuove pressioni sui prezzi. Ad agosto l’inflazione è risalita al 3,3 per cento annuo, dal 2,9 per cento di luglio, con un’accelerazione determinata soprattutto dalla componente energetica.
Anche le bollette hanno risentito delle tensioni internazionali. Per il terzo trimestre del 2026 l’Arera ha disposto un aumento del 4,6 per cento dell’elettricità per il cliente vulnerabile in Maggior Tutela. Sul gas, ad agosto, la spesa per il cliente tipo vulnerabile è aumentata del 6,9 per cento rispetto a luglio. E il caro carburanti è tornato a farsi sentire. Il 3 settembre la benzina self sulla rete stradale si attestava mediamente a 2,039 euro al litro e il gasolio a 2,147 euro, livelli che non si vedevano dall’estate del 2022.
Problemi reali, dunque, ma che non possono essere ricondotti esclusivamente alle decisioni assunte a Palazzo Chigi. Il loro andamento è strettamente connesso alle quotazioni internazionali delle materie prime e alle crisi geopolitiche che attraversano Europa e Medio Oriente.
Lavoro ai massimi e disoccupazione in calo
Se la crescita del Pil rimane contenuta, il mercato del lavoro restituisce invece uno dei risultati più significativi della legislatura. Secondo gli ultimi dati Istat, a luglio 2026 gli occupati in Italia sono arrivati a 24 milioni e 370mila e il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,2 per cento. I dipendenti permanenti sono 16 milioni e 583mila, mentre quelli a termine sono scesi a 2 milioni e 486mila.
Il confronto con l’inizio del governo è significativo. Nell’ottobre 2022 il tasso di occupazione era al 60,5 per cento e quello di disoccupazione al 7,8 per cento. Oggi la disoccupazione è scesa al 5,8 per cento. L’economia, dunque, cresce lentamente ma contemporaneamente aumenta il numero delle persone che lavorano e cresce soprattutto l’occupazione stabile.
Anche il Sud cresce più del resto del Paese
C’è poi un dato particolarmente importante per il Mezzogiorno. Nel 2025 il Sud è stato l’area italiana con l’aumento dell’occupazione più elevato: +1,5 per cento, davanti al Centro, al Nord-Ovest e al Nord-Est. Anche il Pil meridionale è aumentato dello 0,6 per cento, leggermente più dello 0,5 per cento registrato nelle altre ripartizioni territoriali.
In questo quadro si inserisce la Zes unica del Mezzogiorno, attraverso la quale il governo ha concentrato incentivi, credito d’imposta, semplificazioni e procedure accelerate per favorire gli investimenti nelle regioni meridionali. A maggio 2026 erano già state superate le 1.300 autorizzazioni uniche.
Industria e salari, i problemi ancora aperti
Restano tuttavia nodi importanti. Il primo riguarda l’industria. A giugno la produzione industriale è diminuita dell’1 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,6 per cento rispetto a giugno 2025. Nel complesso del primo semestre il dato resta leggermente positivo, +0,5 per cento, ma è evidente che il sistema manifatturiero continua a soffrire.
Anche in questo caso il costo dell’energia rappresenta una variabile decisiva. A luglio i prezzi alla produzione industriale sono aumentati del 7,8 per cento su base annua, ma escludendo la componente energetica l’incremento si riduce al 3,3 per cento.
Il secondo problema riguarda il potere d’acquisto.
Le retribuzioni hanno ripreso a crescere e nel primo semestre del 2026 quelle contrattuali orarie sono aumentate mediamente del 2,6 per cento rispetto all’anno precedente. Il recupero, però, non ha ancora cancellato completamente le perdite accumulate durante la fase di alta inflazione.
Alla fine del 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni risultava ancora inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019. È una delle sfide sulle quali il governo sarà chiamato a intervenire nell’ultima parte della legislatura.
Sbarchi più che dimezzati
Molto più netto è il bilancio sull’immigrazione irregolare. Al 3 settembre 2026 sono sbarcati sulle coste italiane 19.785 migranti. Nello stesso periodo del 2025 erano stati 43.862 e nel 2024 42.999. Rispetto allo scorso anno significa oltre 24mila arrivi in meno, con una riduzione di circa il 55 per cento. Anche sul fronte dei rimpatri i numeri sono aumentati: tra il 1° gennaio e il 1° settembre sono state rimpatriate 5.825 persone, tra rimpatri forzati e volontari assistiti.
È uno dei risultati sui quali il governo può rivendicare maggiormente la propria linea: accordi con i Paesi di origine e transito, contrasto ai trafficanti, maggiore controllo delle frontiere esterne e pressione sull’Europa affinché la gestione dei flussi non ricada esclusivamente sui Paesi di primo ingresso.
Sui migranti l’Europa si è avvicinata alla linea italiana
Ed è proprio sul piano europeo che il cambiamento appare più evidente. Quando il governo Meloni si insediò, la richiesta italiana di spostare il baricentro della politica migratoria verso la dimensione esterna, gli accordi con i Paesi terzi, i rimpatri e il contrasto alle partenze era ancora oggetto di forti divisioni. Quasi quattro anni dopo, molti di quei principi sono entrati stabilmente nell’agenda dell’Unione. L’Europa ha rafforzato la cooperazione con i Paesi di origine e transito, ha accelerato sul tema dei rimpatri e ha ampliato il ricorso ai concetti di Paese di origine sicuro e Paese terzo sicuro.
Nel 2026 il Consiglio ha approvato anche una prima lista comune europea dei Paesi di origine sicuri. Persino il modello degli accordi esterni, sul quale l’intesa Italia-Albania ha aperto un confronto politico e giuridico molto acceso, è diventato oggetto di discussione europea. Già nel 2024 quindici Stati membri avevano chiesto alla Commissione di approfondire soluzioni innovative per gestire parte delle procedure migratorie fuori dal territorio dell’Unione. La linea italiana, inizialmente considerata da molti troppo rigida, è dunque diventata progressivamente molto più vicina alla linea adottata dall’Europa.
Anche il Green Deal è diventato più pragmatico
Un cambio di impostazione si è registrato anche sulle politiche ambientali. Il Green Deal non è stato cancellato e gli obiettivi climatici dell’Unione restano. Ma rispetto alla fase iniziale è cresciuta l’attenzione alla competitività delle imprese, ai costi della transizione ecologica e al rischio di indebolire l’industria europea.
È una battaglia sulla quale il governo Meloni e gli europarlamentari del centrodestra hanno insistito a lungo, chiedendo un approccio meno ideologico e più pragmatico. La Commissione ha avviato una vasta operazione di semplificazione degli obblighi di sostenibilità attraverso i pacchetti Omnibus e ha rivisto alcuni dei passaggi più rigidi della transizione.
Il caso più evidente riguarda l’automotive. Sulla scadenza del 2035 l’Europa ha aperto a una maggiore flessibilità e alla neutralità tecnologica, lasciando più spazio anche a biocarburanti, e-fuel e soluzioni alternative all’elettrico puro.
È una linea che l’Italia aveva sostenuto con forza insieme ad altri Paesi europei. L’Europa del 2026 non ha abbandonato gli obiettivi ambientali, ma appare molto più attenta rispetto a quattro anni fa alla sostenibilità economica della transizione e alla tutela del sistema industriale.
Pnrr, all’Italia già l’85 per cento delle risorse
C’è poi il capitolo Pnrr. Con il pagamento della nona rata, avvenuto a giugno, l’Italia ha ricevuto circa 166 miliardi di euro sui 194,4 complessivamente previsti dal Piano, pari a oltre l’85 per cento della dotazione. Al momento dell’approvazione della rata, Bruxelles aveva certificato il conseguimento del 72 per cento dei traguardi e degli obiettivi complessivi.
Il 31 agosto si è conclusa la fase di attuazione prevista dal regolamento europeo e resta ora l’ultimo passaggio, con la richiesta finale di pagamento. All’inizio della legislatura era stato più volte evocato il rischio di un’Italia incapace di rispettare gli impegni o addirittura costretta a rinunciare a una parte significativa delle risorse. Quel rischio non si è concretizzato.
Il cambiamento nella percezione dell’Italia emerge con particolare chiarezza anche dai giudizi delle agenzie internazionali. Standard & Poor’s mantiene il rating italiano a BBB+ con outlook positivo. Fitch ha confermato BBB+ con outlook stabile. Moody’s mantiene il giudizio Baa2 con prospettive stabili dopo avere promosso l’Italia nel novembre 2025, prima revisione al rialzo dopo 23 anni. Morningstar DBRS ha confermato A low con trend stabile. Scope mantiene BBB+ con outlook positivo.
Il dato politicamente più significativo è che alle promozioni arrivate durante la legislatura sono seguite nel 2026 ulteriori conferme. Tra i fattori indicati positivamente dalle agenzie figurano il miglioramento dei conti pubblici, l’attuazione del Pnrr e anche la stabilità politica.
Un quadro molto diverso da quello che accompagnava l’insediamento di Giorgia Meloni nel 2022, quando una parte degli osservatori internazionali temeva tensioni con Bruxelles, instabilità finanziaria e un rapido deterioramento della credibilità italiana.
Lo spread da 232 a poco più di 80 punti
Il miglioramento della percezione dell’Italia trova un altro riscontro nell’andamento dello spread. Alla vigilia dell’insediamento del governo Meloni, il 21 ottobre 2022, il differenziale tra Btp e Bund tedeschi a dieci anni aveva chiuso a 232,1 punti base. Ieri, 3 settembre 2026, era a 81,6 punti. Oltre 150 punti in meno, pari a una riduzione di quasi il 65 per cento. In pratica, oggi lo spread è circa un terzo rispetto a quello registrato alla vigilia dell’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Lo spread dipende naturalmente da numerosi fattori, dalle politiche monetarie all’andamento generale dei mercati. Ma una riduzione di queste dimensioni rappresenta anche un segnale della fiducia degli investitori e della minore percezione del rischio Italia.
E in questo quadro ha avuto un peso anche la stabilità politica garantita dall’esecutivo: quasi quattro anni senza crisi di governo, senza cambi di maggioranza e con una linea economica e internazionale rimasta riconoscibile. Rating migliori, spread drasticamente ridotto e continuità politica concorrono così a raccontare il rafforzamento della credibilità finanziaria e internazionale dell’Italia.
Un’Italia più centrale
Anche sul piano politico internazionale il bilancio è molto diverso dalle previsioni che accompagnarono la nascita del governo. L’Italia ha mantenuto una collocazione saldamente europea e atlantica, sostenendo l’Ucraina e confermando gli impegni con la Nato, ma allo stesso tempo Giorgia Meloni ha costruito un rapporto diretto con i principali interlocutori internazionali.
A Bruxelles il governo italiano è diventato protagonista di diversi dossier, dall’immigrazione alla competitività, fino alle politiche industriali e ambientali. E alcune battaglie inizialmente considerate minoritarie, dall’approccio più rigido sull’immigrazione alla richiesta di una revisione pragmatica del Green Deal, sono progressivamente entrate nel dibattito centrale dell’Unione.
Il vero record è la stabilità
Restano naturalmente problemi aperti. L’Italia deve crescere di più. Il caro energia e i carburanti pesano nuovamente sulle famiglie. L’industria deve ritrovare slancio. I salari devono recuperare ancora parte del potere d’acquisto perduto. Ma il bilancio di un governo non può essere costruito ignorando né i problemi né i risultati.
Giorgia Meloni ha governato durante una delle fasi internazionali più complicate degli ultimi decenni. In questo scenario l’Italia ha contemporaneamente raggiunto livelli record di occupazione, ridotto la disoccupazione, più che dimezzato gli sbarchi irregolari, portato avanti il Pnrr, ottenuto promozioni dalle agenzie di rating e visto lo spread scendere da oltre 230 a poco più di 80 punti. E soprattutto ha mantenuto la stessa maggioranza e lo stesso presidente del Consiglio. È probabilmente questo il dato politico più importante dei 1.413 giorni.
E l’elenco potrebbe non essere nemmeno completo. In quasi quattro anni i provvedimenti adottati e i dossier affrontati sono stati molti: alcuni hanno avuto maggiore visibilità, altri sono rimasti più lontani dai riflettori. È quindi possibile che, nel tracciare questo bilancio, qualche risultato sia rimasto fuori. Ma già quelli ricordati restituiscono la dimensione di una legislatura che, al di là delle inevitabili difficoltà, ha prodotto cambiamenti difficili da ignorare.
Giorgia Meloni non ha semplicemente superato Silvio Berlusconi in una graduatoria statistica. Ha portato un unico esecutivo quasi fino alla conclusione naturale della legislatura in un Paese nel quale cambiare governo in corso d’opera era diventato quasi la normalità. Da oggi il governo più longevo della storia della Repubblica italiana è quello guidato da Giorgia Meloni.
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