Il futuro si scioglie nell’Artico, la grande contraddizione della transizione


C’è un paradosso al cuore della transizione tecnologica che raramente entra nelle slide di un board meeting. Le batterie che decarbonizzano le auto, le turbine che generano energia pulita, i semiconduttori che alimentano l’intelligenza artificiale dipendono, in misura crescente, da un territorio che il mondo ha imparato a guardare solo perché si sta sciogliendo. Senza unire i puntini su quanto un certo tipo di innovazione possa accelerare questo drammatico processo in corso e che ci riguarda tutti. 

Secondo il rapporto AMAP, l’Artico si sta riscaldando a un ritmo fino a quattro volte superiore alla media globale, ed è proprio lo scioglimento dei ghiacci, paradossalmente, ad aver reso accessibile ciò che per secoli è rimasto sepolto: giacimenti di terre rare, nuove rotte commerciali, interessi che governi e industrie faticavano persino a mappare fino a pochi anni fa. Per chi investe, produce o disegna strategie di filiera, l’Artico non è più una semplice area geografica, per giunta marginale. È diventato una variabile enigmatica che intreccia approvvigionamento di materiali critici, rotte commerciali e rischio geopolitico in modo crescente e imprevedibile.

È dentro questa accelerazione che da dieci anni il fotografo italiano Isacco Emiliani porta avanti ‘Arctic Visions’, un progetto indipendente che ha attraversato Finlandia, Norvegia, Alaska, Svalbard e Groenlandia. Il suo lavoro nasce da un ascolto prolungato di paesaggi, comunità e silenzi che restituisce l’altra metà di una storia che i report di settore raccontano solo in numeri. Il progetto arriva ora a Kyoto, e la domanda che porta con sé vale tanto per un pubblico d’arte quanto per chi siede in una sala riunioni: quanta tecnologia possiamo costruire senza ascoltare davvero ciò che stiamo trasformando?

Viaggiare per documentare una trasformazione

Dietro alle immagini di Emiliani c’è un percorso lungo dieci anni, nato quasi per caso nel 2016, dopo un’esperienza in Islanda. “Era un viaggio di piacere, ma mi ha permesso di vedere e mettere a fuoco tanti aspetti dell’Artico che fino a quel momento non avevo mai considerato” spiega Emiliani. Fino ad allora immaginava l’Artico soprattutto come un luogo “estremamente vasto”; viaggiando, ha iniziato a capirne la complessità di questo insieme di regioni, ciascuna con “una propria identità”, “delle proprie fragilità e delle proprie trasformazioni”.

L’anno successivo parte per la Finlandia, dove realizza White Finland, il primo capitolo della serie e, spiega, il progetto che ha dato “una struttura più precisa alla mia ricerca”. Da lì in avanti l’Artico per lui diventa un insieme di territori da raccontare uno per uno, cercando di mettere in luce, per ciascuno, “un aspetto particolarmente significativo di quel luogo”. Seguono la Norvegia con ‘Prehistoric Norway’, l’Alaska – dove vive per un periodo con una famiglia Inuit – e le Svalbard, da cui nasce ‘No Man’s Land Svalbard’. In Groenlandia torna due volte: la prima in autonomia, nella zona di Upernavik; la seconda in spedizione, tra Ilulissat e Uummannaq, insieme a 3Bmeteo. Ne nasce ‘Lost in Grønland’, un progetto che per l’autore parla “del ‘perdersi’ in senso umano: perdersi in un territorio così vasto e potente, ma anche confrontarsi con gli elementi, con il maltempo, con l’isolamento e con un paesaggio che sta cambiando profondamente a causa dei cambiamenti climatici”. Quest’anno, infine, ha sviluppato un nuovo capitolo in Svezia.

Perché Kyoto, e perché ora

Portare un lavoro nato “in maniera completamente autonoma e autosostenuta” in un contesto internazionale come quello giapponese è, per Emiliani, motivo di grande soddisfazione. Ma questa non è “solo” una vetrina in più per il suo progetto. “Vederlo raggiungere luoghi così importanti e lontani dà ancora più valore al percorso fatto finora”. Kyoto, spiega, sarà “una piccola finestra sull’Artico, aperta per alcuni giorni in un territorio completamente diverso da quello da cui nasce il progetto”, l’occasione per offrire al pubblico giapponese “un punto di vista sull’Artico forse non ancora così conosciuto”, andando oltre la sua dimensione più spettacolare per rivelarne invece le storie e le complessità nascoste.

Nel suo lavoro, fotografia e video non sono soltanto strumenti di documentazione. “Quando scatto per me è fondamentale cercare di restituire una visione che sia allo stesso tempo reale e personale” dice Emiliani, convinto che l’immagine “non si limiti a mostrare” un luogo, ma “possa costruire una propria narrativa e suggerire allo spettatore un modo diverso di guardarlo”. 

Territori diversi, legami sorprendenti

La sua sfida è stare in equilibrio “tra documentazione e interpretazione”. E immergersi nei luoghi ogni volta in modo genuino e completo. Ciò che lo ha colpito di più è “il fatto che siano luoghi estremamente diversi tra loro, ma che allo stesso tempo condividano dei punti in comune incredibili”. Anche dai suoi scatti emerge un Artico non uniforme, fatto di “realtà molto diverse”  ma con “dei legami profondi, soprattutto nel rapporto tra le persone, l’ambiente e le condizioni estreme in cui vivono”. 

Il cambiamento più significativo riguarda però il contesto in cui il progetto si muove oggi rispetto a dieci anni fa. “L’Artico sta ricevendo molta più attenzione”, osserva Emiliani, ma è un’attenzione di natura diversa. Se all’inizio percepiva soprattutto “stupore”, un luogo “lontano, sconosciuto, difficile da immaginare”, oggi nota “uno sguardo molto più attento”, da parte di un pubblico consapevole “delle trasformazioni climatiche, ma anche dell’importanza strategica, economica e geopolitica che questi territori hanno assunto”. 

La stessa importanza che, secondo Chatham House, ha spinto Svezia e Finlandia nella NATO e portato la Russia a definire l’espansione dell’Alleanza nell’Artico un “accerchiamento ostile”.

Questo ha spostato anche l’obiettivo personale del fotografo: “Se dieci anni fa sentivo soprattutto la necessità di far conoscere l’Artico, oggi sento sempre di più la necessità di raccontarne la complessità, evitando che venga ridotto soltanto a un simbolo del cambiamento climatico o a un nuovo territorio di conquista economica e geopolitica.”

I capitoli mancanti: Russia e Canada

Per completare la mappatura dell’Artico restano due territori: Russia e Canada. “Mi piacerebbe che il prossimo fosse la Russia. Dato che circa il 50% dell’Artico si trova in questo Paese, documentarlo rappresenterebbe un passaggio importante per completare questa mappatura personale dell’Artico”, spiega Emiliani. ” Per ora, però, resta solo un’idea: “il progetto è sempre nato seguendo le possibilità e le circostanze”, dice, e preferisce lasciare che sia “il viaggio successivo a indicarmi quale sarà il prossimo capitolo”.

Le catene di fornitura di batterie, turbine eoliche e semiconduttori dipendono in modo crescente da terre rare e metalli concentrati in poche mani: la Cina resta il primo detentore di riserve mondiali, ma Groenlandia, Canada e Alaska – quest’ultima con oltre 150 giacimenti di terre rare individuati secondo alcune stime di settore – vengono osservate da governi e investitori come alternative strategiche alla dipendenza da un solo fornitore. Allo stesso tempo, l’apertura di nuove rotte come la Northern Sea Route promette di dimezzare i tempi di trasporto tra Asia ed Europa, ma introduce rischi assicurativi, ambientali e geopolitici che le aziende logistiche stanno solo iniziando a modellizzare. In questo scenario, un lavoro come ‘Arctic Visions’ non compete con i report di settore: li completa, ricordando che dietro ogni previsione di mercato ci sono paesaggi, comunità ed equilibri ecologici reali – e che la velocità con cui si sta scommettendo sull’Artico non coincide sempre con la velocità con cui lo si comprende davvero.

Arctic Visions è un progetto fotografico indipendente di Isacco Emiliani. Il portfolio completo è consultabile su isaccoemiliani.com. Sarà esposto dal 25 al 27 settembre presso From Kyoto Gallery. Tutte le immagini di questo articolo sono fotografie di Isacco Emiliani che è ritratto nella foto che segue e in quella di apertura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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