Crittografia post-quantum: 3 motivi per migrare ora e cosa cambia tra ricerca, imprese e dati sensibili


Passare a una crittografia capace di reggere anche contro attaccanti dotati di computer quantistici di nuova generazione: è l’obiettivo dell’accordo quadro firmato oggi tra l’Università Politecnica delle Marche, guidata dal rettore Enrico Quagliarini, e Defence Tech, con l’amministratore delegato Emilio Gisondi. La collaborazione punta a sviluppare attività congiunte in ricerca, innovazione tecnologica, alta formazione e trasferimento di competenze nel settore della cybersecurity e delle tecnologie avanzate.

Dai laboratori della Politecnica delle Marche, in particolare coordinati da Marco Baldi, docente di Telecomunicazione, è già uscito un primo prototipo che, dopo un lungo percorso di validazione internazionale, è ora fruibile e prelude a nuovi sviluppi. Sullo sfondo c’è un rischio concreto: l’attacco “harvest now, decrypt later”, che spinge ad accelerare la transizione verso la cosiddetta crittografia post-quantum (Pqc).

Che cos’è la crittografia e perché è la serratura del mondo digitale

Quando si parla di sicurezza digitale si parla soprattutto di crittografia: la trasformazione di un messaggio “in chiaro” in un testo indecifrabile per chi non possiede la chiave giusta. In pratica, la crittografia protegge conversazioni, pagamenti, scambi di documenti, accessi ai siti e identità digitali, rendendo inutili i dati rubati senza il segreto matematico che li sblocca.

Molti sistemi usati nelle comunicazioni moderne si basano su problemi matematici che per i computer tradizionali sono difficili da risolvere in tempi utili. Il punto cruciale è che questa difficoltà non è una legge di natura: dipende dalle capacità di calcolo disponibili. Ecco perché l’arrivo di macchine molto più potenti cambia le regole del gioco e può trasformare un lucchetto affidabile in una protezione superabile.

Perché i computer quantistici mettono in crisi gli algoritmi di oggi

Un computer quantistico usa effetti della fisica quantistica per affrontare certi calcoli in modo diverso rispetto ai computer classici. Non significa “fare tutto più velocemente”, ma riuscire a risolvere alcune famiglie di problemi con un vantaggio potenzialmente enorme. Ed è qui che nasce la preoccupazione: diversi sistemi crittografici oggi diffusi si appoggiano proprio a quei problemi.

Il rischio descritto nella notizia riguarda attaccanti con computer quantistici di nuova generazione “così potenti da riuscire a rompere gli attuali sistemi di cifratura”. In questo scenario, la crittografia post-quantum nasce per sostituire gli schemi vulnerabili con algoritmi progettati per restare sicuri anche se un attaccante potesse sfruttare la potenza quantistica. Il prototipo citato dalla Politecnica delle Marche si inserisce in questa corsa alla migrazione, che richiede validazioni rigorose e integrazione nei sistemi reali.

“Harvest now, decrypt later”: perché la minaccia riguarda anche i dati di domani

L’attacco “harvest now, decrypt later” (raccogli ora, decifra dopo) aiuta a capire perché l’urgenza non dipende solo dal “quando” arriveranno computer quantistici abbastanza potenti. L’idea è semplice: un aggressore può intercettare e archiviare oggi grandi quantità di comunicazioni cifrate, senza bisogno di decifrarle subito. Se in futuro avrà la capacità di romperne la cifratura, potrà leggere retroattivamente dati che al momento sembravano protetti.

Questo ha conseguenze pratiche su informazioni che devono restare riservate a lungo: documenti sanitari, segreti industriali, dati giudiziari o scambi tra istituzioni. Sul piano etico e sociale la transizione pone domande importanti: quali soggetti avranno accesso per primi alle tecnologie più avanzate, chi sosterrà i costi dell’aggiornamento, e come evitare che la sicurezza diventi un vantaggio per pochi.

In quest’ottica, l’accordo tra università e impresa richiama anche la “terza missione” citata dal rettore Quagliarini, cioè il trasferimento del know-how fuori dall’accademia per aumentare la resilienza del territorio.

Dalla ricerca ai prodotti: cosa significa validare e portare sul mercato la Pqc

La notizia sottolinea un passaggio chiave: il prototipo sviluppato nei laboratori coordinati da Marco Baldi ha affrontato “un lungo percorso di validazione internazionale” ed è ora fruibile. In cybersecurity, validare non è una formalità: significa sottoporre metodi e implementazioni a controlli, test, confronto con la comunità scientifica e verifiche di robustezza, perché un algoritmo può essere teoricamente solido ma fallire se realizzato male.

Il valore della collaborazione sta anche nel collegare ricerca e adozione concreta. Gisondi ha osservato che l’accordo “non è un punto di arrivo ma di partenza” di un programma che prevede, nel piano industriale, lo sviluppo di tecnologie proprietarie nate dalla collaborazione tra ricerca e aziende e che l’azienda ha “già proposto sul mercato il frutto della collaborazione”. In questo passaggio contano competenze diverse: la ricerca punta a modelli e prove, l’impresa punta a integrazione, assistenza, aggiornamenti e sostenibilità. È qui che la cybersecurity diventa infrastruttura, come l’energia o i trasporti: invisibile quando funziona, decisiva quando manca.

Cosa resta da ricordare: una transizione che va pianificata

La firma dell’accordo tra l’Università Politecnica delle Marche e Defence Tech mette al centro la migrazione verso la crittografia post-quantum, perché l’evoluzione del calcolo può rendere vulnerabili algoritmi oggi molto usati.

La minaccia “harvest now, decrypt later” spiega l’urgenza: i dati intercettati oggi possono diventare leggibili domani. Il punto chiave è che la sicurezza digitale non è un prodotto da installare una volta, ma un processo continuo di aggiornamento, validazione e trasferimento di competenze.


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