Quelle scatole grigie – La Stampa


BRUXELLES. L’Unione europea punta a triplicare l’attuale capacità dei data center nel giro dei prossimi nove anni. Ma per farlo, deve affrontare le tante sfide legate alla diffusione di questi impianti. Soprattutto dal punto di vista energetico. Per cercare di capire meglio quali sono i rischi e le opportunità legate a questo fenomeno, durante un recente viaggio a Dublino ho cercato di approfondire la situazione. Anche per capire a cosa va incontro l’Italia.

Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui.

L’Europa sta affrontando una crisi energetica che con ogni probabilità si protrarrà almeno fino al prossimo inverno. O almeno queste sono le previsioni della Commissione europea, che non vede una discesa dei prezzi di gas, elettricità e petrolio (e derivati) nell’immediato futuro.

In questo contesto, c’è una questione sullo sfondo che – se non gestita a dovere – rischia di sfuggire di mano. L’Europa non vuole perdere il treno della transizione digitale, e in particolare quello dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Per farlo, il Vecchio Continente è destinato a popolarsi sempre più di data center, quelle “scatole grigie” che servono a elaborare dati.

Secondo le stime, attualmente ce ne sono circa 2.800 in tutta l’Unione europea e la Commissione punta a triplicare la loro capacità entro il 2035. Lo sviluppo dei data center porta con sé ripercussioni significative sul fronte dei consumi energetici, visto che la quota di elettricità e di acqua necessarie per far funzionare gli impianti di raffreddamento dei centri sta aumentando di pari passo con la loro diffusione.

Nelle scorse settimane, la Commissione europea ha proposto un nuovo sistema per catalogare i data center più grandi (quelli con capacità superiore ai 500 kW) sulla base dei loro consumi energetici attraverso una sorta di “etichetta di sostenibilità”, un po’ come succede per la classificazione energetica degli immobili.

L’Italia è uno dei Paesi più coinvolti da questo sviluppo, che preoccupa i cittadini residenti nelle zone interessate. Discussioni molto accese in questo senso sono in corso proprio in questi giorni, soprattutto in Lombardia, e in Piemonte.

Nelle scorse settimane ero in Irlanda, che si è convertita nella “Silicon Valley d’Europa” e dunque è il posto da guardare per capire cosa potrebbe comportare una diffusione senza controllo dei data center. Il Paese ne conta 129, quasi tutti concentrati nella periferia di Dublino, dove ce ne sono ben 97.

Solo nel polo tecnologico di Grange Castle, che si trova a Ovest della capitale, dietro un campo da golf, se ne contano una trentina. Ci sono tutti i big del settore: Amazon, Google, Microsoft.

Questi capannoni a prima vista innocui “mangiano” energia in quantità sempre crescenti e “bevono” litri e litri di acqua, soprattutto d’estate. Nel 2025, la quota di elettricità consumata dai data center in Irlanda ha raggiunto la quota record del 23%. Quasi un quarto del totale, più di quella consumata da tutte le famiglie che vivono nelle aree urbane del Paese.

Nel 2015 era solo il 5%. E quest’anno, complice il caldo-record che non ha risparmiato nemmeno l’isola verde, i numeri sono destinati a salire: gli studi prevedono che la quota di energia consumata da queste macchine raggiungerà il 30% entro il 2032.

Il conto di questo pasto a base di gigawattora lo pagano i cittadini, in un Paese che è già al primo posto in Europa per il costo dell’elettricità, generata con fonti importate principalmente dall’esterno.

Sean Fearon, ricercatore dell’istituto di scienze e tecnologie ambientali dell’Università Autonoma di Barcellona, ha stimato l’impatto sulla bolletta in uno studio dettagliato che ha preso in esame il periodo tra il 2015 e il 2023: circa 360 euro a famiglia, con un trend che è destinato soltanto ad aumentare.

Anche il consumo di acqua sta diventando un problema. Il deputato laburista Ciaran Ahern è riuscito a ottenere dalla Uisce Eireann, la società pubblica responsabile dei servizi idrici, i dati sui consumi idrici dei 57 data center collegati alla rete pubblica: quasi tre milioni di litri al giorno tra gennaio e aprile, schizzati a quasi sei milioni di litri al giorno nel periodo tra giugno e luglio.

Soltanto nel mese di luglio, i contatori hanno registrato un consumo di 200 milioni di litri, una quota pari al fabbisogno di 50 mila persone. Tutto questo mentre, a causa della siccità, il governo è stato costretto a introdurre un divieto di irrigazione estivo, valido su tutto il territorio nazionale. Tranne che per i data center. I quali, quando le temperature superano i 25-29 gradi, sono costretti a passare ai sistemi di raffreddamento a liquido.

Un report realizzato dal think tank indipendente Tasc ha analizzato i costi per le comunità locali che ospitano i data center, visto che l’80% di queste “scatole grigie” si trova in aree “economicamente svantaggiate”. Il motivo? Queste zone offrono una maggiore disponibilità di terreni a buon mercato.

Al di là dei costi energetici, ci sono anche timori per la tenuta della rete elettrica. Per questo l’Irlanda si appresta ad abbattere un altro tabù, quello del nucleare. L’energia atomica è formalmente vietata da un provvedimento del 1999, dopo decenni di proteste dei movimenti antinucleare.

Ma in Parlamento è arrivato un progetto di legge che chiede di abrogare questo divieto: è firmato da James O’Connor, parlamentare del partito Fianna Fail, lo stesso del primo ministro Micheal Martin. Lo stesso Taoiseach ha detto che il governo dovrebbe “esaminare seriamente” questa opzione, anche in un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2.

I tanti comitati che si stanno organizzando in questi mesi contestano però il fatto che il passaggio al nucleare, al netto delle preoccupazioni per l’energia atomica in sé, non si può fare nell’immediato e quindi non risolverebbe i nodi energetici nel breve periodo.

Dopo un’iniziale espansione quasi senza controllo, l’Irlanda aveva congelato l’autorizzazione di nuove concessioni per l’apertura di nuovi data center. Ma alla fine del 2025 ha dato nuovamente il via libera, fissando una condizione: tutti i nuovi impianti dovranno soddisfare almeno l’80% dei loro consumi elettrici con energia rinnovabile addizionale prodotta sul territorio irlandese.

Una soluzione che permette di ridurre le emissioni di CO2 legate ai consumi energetici dei data center e che, al tempo stesso, incrementa la produzione di rinnovabili. C’è però un problema: gli impianti avranno sei anni di tempo per adeguarsi e chi contesta la norma dice che sei anni sono troppi perché la questione non è più sostenibile e va risolta ora. Per questo i comitati di cittadini chiedono una nuova moratoria. Ma il governo non intende arretrare.

Uno studio realizzato da Kpmg – e commissionato proprio dal Dipartimento delle imprese, del turismo e del lavoro irlandese – sostiene che lo sviluppo dei data center ha generato un valore aggiunto lordo all’economia del Paese stimabile in 22,2 miliardi di euro nel periodo 2010-2024 e che nel solo 2024 ha garantito 19.472 posti di lavoro e 2,8 miliardi di gettito fiscale.

«I benefici socio-economici diretti risultano molto bassi rispetto ad altri settori industriali», sostiene il ricercatore Fearon, secondo il quale «il modello attuale (dei data center, ndr) sposta i costi infrastrutturali e di mercato dalle grandi multinazionali tecnologiche alle famiglie e alle piccole imprese».

La lavagna colorata

Appesa al muro di un ufficio al decimo piano di Palazzo Berlaymont, c’è una lavagna magnetica colorata. L’ufficio è quello di Marta Kos, commissaria europea all’Allargamento, e le pedine magnetiche gialle, verdi o rosse segnalano lo stato di avanzamento nei negoziati dei Paesi candidati.

In questa intervista, la commissaria mi ha spiegato quali sono le proposte della Commissione per fare in modo che l’Ue possa accettare più membri: forme di integrazione graduale prima dell’ingresso vero e proprio, misure di salvaguardia per limitare temporaneamente i diritti dei nuovi entrati e regole diverse per rimuovere gli ostacoli che rallentano i processi decisionali. Ma tra gli Stati membri emergono ancora molte resistenze.

La spedizione dei mille

L’Unione europea si appresta a tagliare un traguardo inedito: la quota di debito pubblico emesso dall’Ue, che si aggiunge a quello dei singoli Stati membri, sfonderà quota mille miliardi di euro nel 2027. Un livello mai raggiunto, basti pensare che fino a sette anni fa, prima del Covid, era fermo attorno ai 52 miliardi.

Per avere un’idea delle dimensioni, bisogna pensare che il bilancio annuale dell’Unione europea vale meno di duecento miliardi l’anno. E dunque il debito è cinque volte tanto.

Il problema poi – come denunciato dalla Corte dei Conti Ue in un report diffuso nei giorni scorsi – è che la Commissione «non ha ancora pubblicato una strategia di rimborso» per i prestiti contratti sui mercati nell’ambito del Next Generation EU. E nel frattempo l’Ue ha continuato a indebitarsi per sostenere l’Ucraina e per finanziare il piano Safe, che prevede 150 miliardi in spese militari.

C’è infine un altro aspetto che sta sfuggendo di mano: il costo degli interessi è già il doppio rispetto a quello stimato in occasione del lancio del Next Generation EU e la situazione, visto il contesto attuale sul mercato dei bond, è destinata a peggiorare.

La situazione è grammatica

Nella puntata di Condominio Europa della scorsa settimana, ti avevo raccontato della lettera che Giorgia Meloni aveva chiesto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per chiedere ulteriori margini di flessibilità nella spesa pubblica alla luce della maggiore inflazione.

Come previsto, al tavolo dell’Eurogruppo ieri è andato in scena il più tradizionale degli scontri tra quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”: Germania e Paesi Bassi da un lato, Italia, Grecia e Spagna dall’altro. E quindi i margini per strappare qualcosa sono molto stretti.

Ma c’è un elemento interessante di quella lettera che non è stato sufficientemente sottolineato pubblicamente, anche se non è passato inosservato tra gli addetti ai lavori. Meloni ha scritto la sua lettera a von der Leyen, chiedendo di affrontare la questione alle riunioni dell’Ecofin e del Consiglio europeo.

C’è però un problema: von der Leyen di lavoro fa la presidente della Commissione e non spetta certo a lei fare l’agenda dell’Ecofin (spetta alla presidenza di turno irlandese, che non ha ricevuto la lettera) e nemmeno del Consiglio Europeo (ruolo che compete al presidente Antonio Costa, che non ha ricevuto la lettera).

Si è dunque verificata quella che in gergo si chiama “sgrammaticatura istituzionale” e che, al di là del merito della lettera, non è stata vista di buon occhio nei palazzi delle istituzioni Ue.

Pan di Spagna per la colazione

La decisione di Pedro Sánchez di portare la Spagna alle elezioni anticipate è destinata a complicare gli equilibri politici, la stabilità e i processi decisionali dell’Unione europea. Con due effetti principali.

Uno pratico – che si concretizzerà nell’immediato e a prescindere dal risultato delle elezioni convocate per il prossimo 29 novembre – che renderà ancor più difficile trovare un’intesa sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione.

E uno più politico, di prospettiva, che potrebbe portare all’implosione della cosiddetta “maggioranza Ursula”, o di ciò che ancora ne rimane, al Parlamento europeo. In questo retroscena ti spiego quali sono i timori che circolano nei corridoi e le voci che circolano (e quelle che vengono fatte girare, come sempre, per vedere di nascosto l’effetto che fa).

Crema catalana

Da più di due anni c’è un eurodeputato fantasma che si aggira all’interno del Parlamento europeo. È stato eletto, ma non ha uno staff né un ufficio. Ha un seggio, ma non ci si può sedere e dunque non può votare. Ora però Toni Comín vede la luce in fondo al tunnel.
L’ex ministro della Salute catalano, braccio destro del leader Carles Puigdemont, può finalmente tornare in Spagna dopo nove anni di esilio forzato in Belgio, dove si era rifugiato per sfuggire al mandato d’arresto spiccato nei suoi confronti in seguito al referendum indipendentista del 1° ottobre 2017.
Una delle prime cose che farà sarà andare alla Giunta elettorale di Madrid per sbloccare le credenziali che gli consentiranno di insediarsi all’Europarlamento. Non prima di aver riabbracciato la sua famiglia, però.

La storia del suo esilio ha dell’incredibile, sia per le vicissitudini politiche che per quelle più personali che hanno fatto da sfondo a questi nove anni vissuti a Lovanio, città che si trova a Est di Bruxelles. Sono andato lì per incontrarlo e ne è uscita questa intervista.

Buona lettura e alla prossima settimana!

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