Roma, 13 0ttobre 2026 – Chi lavora ogni giorno nella propria SRL, oltre a essere socio, deve iscriversi alla gestione INPS dei commercianti o degli artigiani. Questo significa versare due tipi di contributi: una cifra fissa, calcolata su un reddito minimo (per il 2026 sono 18.808 euro), e una parte variabile, intorno al 24%, sulla quota di reddito che supera quel minimo.
La parte variabile si calcola ogni anno nella dichiarazione dei redditi, nel cosiddetto quadro RR. Il punto controverso era proprio il reddito su cui calcolare la parte variabile, L’INPS ha sempre sostenuto che l’imprenditore dovesse considerare anche la sua fetta di utile della SRL, in proporzione alle quote che possiede, anche se quell’utile era rimasto in società.
Un esempio: la società chiude l’anno con 100.000 euro di utile, l’assemblea decide di tenerli per fare investimenti e l’imprenditore, socio al 50%, non incassa nulla. Secondo l’INPS era comunque necessario pagare i contributi su 50.000 euro, cioè circa 12.000 euro in più all’anno, su un guadagno che esisteva solo sulla carta.
Questa impostazione nasceva da una circolare del 2003 ed è stata riconfermata ogni anno nelle istruzioni per la dichiarazione dei redditi, fino a quelle di quest’anno. Qualche apertura era arrivata nel 2019, ma solo per i soci che non lavorano in azienda e si limitano a investire: l'INPS si era adeguato nel 2021, lasciando però tutto com’era per chi in azienda lavora davvero. Nel frattempo molti soci hanno fatto ricorso, e spesso i giudici dei primi gradi hanno dato loro ragione.
Cosa ha deciso la Cassazione il 16 settembre
La sentenza n. 25377 riguarda il caso di una socia unica e amministratrice di una SRL, iscritta alla gestione commercianti, che aveva lasciato a riserva gli utili del 2015 e del 2017. L’INPS le aveva chiesto i contributi anche su quelle somme. I giudici di Milano le avevano dato ragione e la Cassazione ha confermato, respingendo il ricorso dell’Istituto.
Non è un caso isolato: nel giro di pochi giorni sono state depositate tredici sentenze con lo stesso risultato. Il principio è semplice. I contributi si calcolano sui redditi che risultano nella dichiarazione personale, non su quelli che si sarebbero potuti ottenere. Un utile della SRL diventa reddito vero solo in due casi:
- quando la società lo distribuisce ai soci
- quando ha scelto il regime di trasparenza fiscale, che attribuisce il reddito ai soci anche se non lo prelevano.
Se invece l’utile resta a riserva e la società non è in trasparenza, quei soldi sono della società e non vanno nella base dei contributi. La Corte ha spiegato anche il perché. La legge parla di redditi dichiarati ai fini dell’imposta personale, e una SRL è un soggetto autonomo, con le sue tasse, diverso dai soci.
I contributi sono un obbligo imposto dalla legge e quindi non si può estendere la base di calcolo per via interpretativa. Inoltre lasciare gli utili in azienda è una scelta normale di gestione e non un trucco per pagare meno, e questo vale anche per chi è socio unico. Infine, se l’INPS vuole i contributi, tocca a lui dimostrare che gli utili sono stati incassati o che la società è in trasparenza: il solo bilancio della società non basta.
Attenzione a cosa non cambia. L’iscrizione all’INPS e il contributo fisso sul minimale restano dovuti, e nulla cambia per le società in trasparenza fiscale né per i soci di SNC e SAS. Restano poi alcune questioni aperte, come il trattamento degli utili che vengono davvero distribuiti, ora o negli anni successivi. Su questi punti servirà un chiarimento.
Cosa sta facendo l’INPS
Per ora, almeno per quanto emerge dalle fonti consultate a inizio ottobre, l’INPS non ha pubblicato alcuna circolare o messaggio per recepire la sentenza. Le istruzioni per il quadro RR del modello Redditi 2026 dicono ancora il contrario di ciò che ha stabilito la Cassazione. Un adeguamento è probabile, ma i tempi non sono noti: nel 2021 l’Istituto si è adeguato a un orientamento analogo a distanza di un paio d’anni dalle prime sentenze.
Questo crea una situazione scomoda per chi deve presentare la dichiarazione, che scade il 2 novembre. Se si applica subito il principio della Cassazione, ci si discosta dalle istruzioni ufficiali e si rischia che l’INPS, che incrocia in automatico i dati del quadro RR con quelli della società, contesti la differenza.
Se invece ci si attiene alle istruzioni, si paga quanto richiesto e poi si presenta domanda di rimborso. Non c’è una scelta giusta per tutti: dipende dagli importi in gioco e da quanto si è disposti a discutere con l’Istituto.
Come recuperare i contributi già pagati
Se negli anni scorsi sono stati versati contributi su utili rimasti a riserva, è possibile chiederne la restituzione. La domanda si fa online, dal Cassetto previdenziale artigiani e commercianti sul sito INPS, scegliendo la voce ‘Domanda di rimborso di contributi indebitamente versati’.
E’ possibile chiedere i soldi indietro oppure usarli per compensare un altro debito contributivo. C’è un limite di tempo da non sottovalutare: il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni da ciascun versamento. Se invece si è ricevuto un avviso di addebito dall’INPS, è necessario controllare subito se include utili accantonati: per opporsi si hanno solo 40 giorni dalla notifica, passati i quali la somma diventa definitiva. E se si ha già una causa in corso, queste sentenze sono un appoggio molto solido da far valere davanti al giudice.
Per muoversi servono i documenti giusti: dichiarazioni dei redditi proprie e della società, bilanci, verbali dell’assemblea che ha destinato gli utili a riserva, eventuale opzione per la trasparenza e ricevute dei versamenti. Bisogna fare attenzione anche ai prelievi che si sono fatti dalle casse della società, perché potrebbero essere interpretati come distribuzione di utili.
Prima di avviare qualsiasi pratica è necessario tenere presente tre cose. Il rimborso avviene senza interessi. I contributi restituiti non contano più per la pensione, e se si aspetta troppo e scade la prescrizione vanno persi definitivamente. Le somme rimborsate sono infine soggette a tassazione separata. Per questo conviene fare bene i conti: in alcuni casi recuperare tutto è la scelta giusta, in altri conviene bilanciare l’importo con l’effetto sulla pensione futura.
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